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“Codice Carla”, oltre il mito [RECENSIONE]

Con Codice Carla, Daniele Luchetti affronta Carla Fracci senza cercare scorciatoie celebrative. È una scelta importante, perché raccontare oggi una figura come la sua significa misurarsi con un’immagine pubblica già potentissima, sedimentata negli anni attraverso il teatro, la televisione, il cinema e una quantità sterminata di fotografie.

Fracci è stata a lungo qualcosa di più di una grande ballerina: è diventata un volto riconoscibile della cultura italiana. Il merito principale del documentario è quindi non dare per scontato il mito, ma provare a guardarlo da una distanza diversa.

Luchetti non costruisce una biografia tradizionale. Non procede semplicemente dall’infanzia alla formazione, dai primi successi alla consacrazione internazionale, ma utilizza la memoria, le immagini d’archivio e le testimonianze per restituire una personalità artistica complessa.

La Fracci che emerge non è soltanto l’interprete impeccabile associata alla leggerezza e all’eleganza, ma una professionista consapevole della durezza del proprio mestiere, del sacrificio necessario per raggiungere quella naturalezza che sul palcoscenico sembrava quasi priva di sforzo.

A raccontarla sono Roberto Bolle, Alessandra Ferri, Eleonora Abbagnato, Carolyn Carlson, Marina Abramović, Chiara Bersani, Jeremy Irons ed Enrico Rava, insieme al marito Beppe Menegatti, al figlio Francesco Menegatti e alle testimonianze di Luisa Graziadei, Vittoria Regina, Gaia Straccamore e Hanna Poikonen.

La pluralità degli sguardi è uno degli elementi più interessanti dell’operazione: non tutti parlano di Fracci nello stesso modo e non tutti appartengono allo stesso mondo artistico. Ed è proprio questa distanza a evitare, almeno in parte, l’effetto del coro celebrativo.

Le parole di Bolle, Ferri e Abbagnato riportano naturalmente alla grande tradizione della danza classica italiana e internazionale, mentre Carolyn Carlson e Marina Abramović permettono di osservare Fracci da una prospettiva più contemporanea, nella quale il corpo non è soltanto strumento tecnico ma materia espressiva.

Jeremy Irons amplia ulteriormente il discorso, avvicinando la danza al lavoro dell’attore, mentre la presenza di Enrico Rava introduce un rapporto più libero con la musica e con il ritmo.

Chiara Bersani porta invece nel film una sensibilità legata alla ricerca contemporanea sul corpo. Sono prospettive differenti che contribuiscono a sottrarre Fracci alla dimensione esclusivamente museale della grande ballerina del Novecento.

Particolarmente preziosa è la presenza di Beppe Menegatti e di Francesco Menegatti. Attraverso di loro il documentario può finalmente spostarsi dal palcoscenico alla vita quotidiana, dal personaggio pubblico alla donna.

È un passaggio necessario perché una figura così esposta al giudizio e all’ammirazione rischia inevitabilmente di diventare bidimensionale. La dimensione familiare restituisce invece a Fracci una concretezza che nessuna immagine di scena potrebbe offrire.

Il materiale d’archivio costituisce naturalmente uno dei punti di forza del film. Rivedere Fracci all’opera significa confrontarsi con una presenza scenica che il tempo non ha cancellato.

Ma Luchetti non utilizza le immagini soltanto come repertorio nostalgico. Le mette in relazione con le testimonianze e con una sensibilità visiva contemporanea, cercando di capire perché quelle immagini continuino a funzionare anche per chi non abbia mai assistito dal vivo a una sua interpretazione.

Anche la musica contribuisce a questa scelta. Il coinvolgimento degli Atoms for Peace e di Thom Yorke, che ha curato la supervisione musicale, evita di accompagnare la memoria di Fracci con una colonna sonora semplicemente elegiaca. Il passato viene così messo in dialogo con il presente, senza trasformare il documentario in una celebrazione nostalgica.

Il film non è però privo di qualche squilibrio. La volontà di procedere per suggestioni e testimonianze porta talvolta a una struttura frammentaria, nella quale alcuni aspetti della vita e della carriera di Fracci avrebbero meritato maggiore approfondimento.

In certi passaggi il documentario sembra più interessato a ciò che Fracci rappresenta che a ciò che concretamente ha fatto. È una scelta legittima, ma comporta il rischio di allontanarsi proprio dalla specificità della sua esperienza.

Nel complesso, però, Codice Carla riesce a evitare il pericolo più grande: trasformare Carla Fracci in una statua. Luchetti la restituisce invece alla sua dimensione umana e professionale, mostrando quanto lavoro ci fosse dietro quella leggerezza che il pubblico percepiva come spontanea.

Ed è forse questo il dato più interessante del documentario: ricordare che la grandezza di Fracci non risiedeva soltanto nella perfezione del gesto, ma nella capacità di renderlo necessario, naturale, riconoscibile.

Ne esce il ritratto di un’artista che ha attraversato epoche diverse senza perdere la propria identità e che ha contribuito a rendere la danza qualcosa di più vicino al grande pubblico.

Un film che non ha bisogno di aggiungere aggettivi alla sua protagonista: sono le immagini, le testimonianze e soprattutto il lavoro di Fracci a parlare. E quando il documentario riesce a lasciare spazio a quella presenza, senza sovraccaricarla di retorica, trova la sua misura migliore.

Michele Olivieri

www.giornaledelladanza.com

©️ Riproduzione riservata

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