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I grandi coreografi nella storia della danza: Kurt Jooss

Kurt Jooss appartiene a quella rara schiera di artisti capaci di trasformare la danza in un linguaggio capace di interrogare l’uomo e il suo tempo. La sua arte non nasceva dal semplice desiderio di creare movimento, ma dalla necessità di dare forma visibile ai sentimenti, ai conflitti e alle inquietudini che attraversano l’esistenza. Nelle sue composizioni il gesto non era mai un elemento decorativo: ogni passo, ogni pausa, ogni linea del corpo possedeva un significato profondo, diventando parola silenziosa di una narrazione intensa e universale. La grandezza di Jooss risiede nella capacità di unire la precisione della tecnica classica con la libertà espressiva della danza moderna. Egli seppe superare i confini tradizionali del balletto, cercando una nuova armonia tra disciplina e autenticità, tra bellezza formale e verità umana. Il corpo, nelle sue creazioni, non era soltanto uno strumento estetico, ma un mezzo attraverso cui raccontare fragilità, passioni, paure e speranze. La danza diventava così un teatro dell’anima, dove il movimento rivelava ciò che spesso le parole non riescono a esprimere. La sua poetica si distingue per un equilibrio raffinato tra intensità drammatica e chiarezza compositiva. Jooss possedeva uno sguardo profondamente teatrale: costruiva immagini capaci di rimanere impresse nella memoria, affidandosi ...

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Il direttore artistico Ted Brandsen “allo specchio”

Il balletto classico preferito? La bella addormentata. Il balletto contemporaneo prediletto? Troppo difficile sceglierne uno! Adoro The Four Seasons di David Dawson, Solitude di Alexei Ratmansky, la serie Blake Works di William Forsythe, qualsiasi lavoro di Hans van Manen… e la lista potrebbe continuare! Il Teatro del cuore? Il nostro teatro di Amsterdam, il Dutch National Opera & Ballet, dove ho trascorso quarant’anni, fin dalla sua apertura. Un romanzo da trasformare in balletto? Nessuno. Il balletto può fare a meno delle storie, anche se adoro un buon balletto narrativo. Mentre un film da cui ricavare uno spettacolo di balletto? Lo stesso: nessuno in particolare. Il costume di scena indossato che hai preferito? Semplici body e calzamaglie. Quale colore associ alla danza? L’azzurro del cielo. Che profumo ha la danza? Di sudore e di rose. La musica più bella scritta per balletto? Agon di Igor Stravinskij, oppure qualsiasi composizione di Čajkovskij. Il film di danza irrinunciabile? Scarpette rosse (The Red Shoes) e Due vite, una svolta (The Turning Point). Due miti della danza del passato, uomo e donna? La nostra coppia d’oro della danza olandese: Han Ebbelaar e Alexandra Radius. Il tuo “passo di danza” preferito? Impossibile sceglierne uno solo dall’intero ...

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Recensione del libro “Giselle nostra contemporanea”

  Ci sono balletti che il tempo consegna alla storia e balletti che, al contrario, sembrano sottrarsi alla storia proprio per continuare a interrogarla. Giselle appartiene a questa seconda, più rara categoria. Ogni epoca che l’ha incontrata ha finito per riconoscervi qualcosa di sé: il Romanticismo vi proiettò il desiderio dell’assoluto, la fascinazione per il soprannaturale e la morte, il Novecento ne fece un banco di prova per la grande tradizione accademica, mentre la contemporaneità ha scoperto nel suo fragile fantasma una materia sorprendentemente disponibile alla reinvenzione. È da questa inesauribile capacità di mutare senza cessare di essere Giselle che prende le mosse Giselle nostra contemporanea. Conversazioni, ricostruzioni e riletture, il volume curato da Roberta Albano e Maria Venuso, pubblicato da Piretti Editore (348 pagine con numerosi contributi critici in italiano e inglese e fotografie). Il titolo contiene già una dichiarazione di poetica. Quel “nostra” non indica soltanto la vicinanza cronologica, né pretende di attualizzare artificiosamente un capolavoro dell’Ottocento. Indica piuttosto un’appartenenza: Giselle continua a essere nostra perché ogni generazione è costretta a ridefinire il proprio rapporto con la memoria della danza. E proprio la memoria, in questo libro, assume un valore tutt’altro che nostalgico. È materia viva, instabile, continuamente ...

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Addio a Sir Richard Alston, il grande coreografo britannico

Ci sono coreografi che costruiscono spettacoli e altri che, nel corso della loro vita, finiscono per costruire una parte della storia della danza. Sir Richard Alston apparteneva alla seconda categoria. È morto il 7 settembre 2026, a 77 anni, nella sua casa, dopo un periodo di malattia. Con lui scompare una delle figure più importanti della danza contemporanea britannica degli ultimi cinquant’anni, ma soprattutto un artista che ha sempre difeso una convinzione semplice e profondissima: la danza non ha bisogno di spiegare la musica, deve renderla visibile. Alston era nato nel Sussex nel 1948. Il suo primo percorso, curiosamente, non sembrava destinato alla danza: studiò arte e teatro prima di entrare alla London School of Contemporary Dance. Poi arrivò l’incontro con la danza americana e, in particolare, con Merce Cunningham, che studiò a New York. Da Cunningham raccolse una lezione fondamentale, ma senza mai diventare un epigono: la trasformò in un linguaggio personale, fatto di precisione, libertà, musicalità e straordinaria attenzione alla qualità del movimento. Nel 1972 fondò Strider, una delle prime esperienze indipendenti della danza contemporanea britannica. Fu l’inizio di un percorso nel quale Alston avrebbe contribuito a cambiare profondamente il panorama della danza inglese, lavorando con compagnie e ...

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Il direttore artistico Stéphane Fournial “allo specchio”

Qual è il tuo balletto classico preferito? Giselle, senza alcun dubbio. Credo sia uno dei più grandi capolavori mai creati nella storia della danza. È un balletto che riesce a unire tecnica, poesia, teatro e musica in un equilibrio perfetto. Ogni volta che lo guardo o lo rivivo, mi ricorda una lezione fondamentale: la tecnica è indispensabile, ma da sola non basta. Diventa arte soltanto quando smette di mettersi in mostra e si mette completamente al servizio dell’emozione e del racconto. È proprio questo che rende Giselle immortale. Qual è il tuo balletto contemporaneo preferito? Ho avuto la fortuna di lavorare con un artista che considero un autentico genio: Joseph Lazzini. Opere come Ecce Homo, E = mc², Il Mandarino Meraviglioso e Salomé erano incredibilmente avanti rispetto al loro tempo. Ma ciò che mi ha lasciato non è stato soltanto un patrimonio coreografico. Da lui ho imparato che una coreografia non è fatta soltanto di passi. È fatta di atmosfera, di silenzi, di luci, di spazio, di ritmo teatrale. Mi ha insegnato a vedere il palcoscenico come un luogo dove ogni elemento racconta qualcosa e dove nulla è lasciato al caso. È un insegnamento che mi accompagna ancora oggi. Il ...

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Beppe Menegatti, nel ricordo del suo anniversario di nascita

Nel ricordare Beppe Menegatti, nel giorno dell’anniversario della sua nascita, la prima immagine che viene alla mente non è forse quella dell’uomo che si mette in posa davanti a un obiettivo. È piuttosto quella di un uomo di teatro: attento, curioso, immerso nel lavoro, con gli occhi rivolti alla scena e a ciò che sulla scena stava per accadere. Perché Menegatti è stato soprattutto questo: un regista innamorato del teatro e della danza, un uomo che ha attraversato per decenni il mondo del balletto cercando di restituirgli una dimensione narrativa, umana, drammatica. Era nato a Firenze nel 1929 e la sua formazione si era sviluppata nel cuore della grande cultura teatrale italiana. L’incontro professionale con Luchino Visconti rappresentò una tappa fondamentale: accanto a uno dei maggiori registi del Novecento imparò il rigore della costruzione scenica, il valore della parola ma anche quello del silenzio, l’importanza di ogni dettaglio. Una lezione che avrebbe portato con sé quando la danza divenne sempre più il centro del suo lavoro. Menegatti non guardava al balletto soltanto come a un’arte di movimento. Lo considerava teatro. E in questa parola c’era tutta la sua idea di regia. Il corpo del danzatore doveva raccontare, la musica doveva ...

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Affermava Balanchine: «Non siate tirchi con il vostro plié!»

Ci sono frasi che, pur nella loro apparente semplicità, racchiudono un intero universo di pensiero. Quella pronunciata da George Balanchine appartiene certamente a questa categoria. «Non siate tirchi con il vostro plié!» non era soltanto un consiglio tecnico rivolto ai suoi ballerini, ma una vera e propria filosofia della danza. In poche parole, il grande coreografo ricordava che il plié non rappresenta un dettaglio dell’esecuzione, bensì il principio da cui nasce ogni movimento, il fondamento invisibile sul quale si costruiscono la forza, l’equilibrio, la musicalità e la libertà espressiva del danzatore. Il plié è il primo esercizio che ogni allievo incontra entrando in una sala di danza. Si ripete ogni giorno, all’inizio di ogni lezione, tanto dagli allievi delle scuole quanto dagli artisti delle più prestigiose compagnie del mondo. Proprio questa sua costante presenza rischia però di renderlo quasi scontato. L’abitudine induce a considerarlo un semplice riscaldamento o una preparazione agli esercizi più complessi, quando invece esso costituisce il cuore stesso della tecnica accademica. Ogni salto, ogni pirouette, ogni cambio di direzione, ogni atterraggio prende vita da un plié eseguito con consapevolezza. Quando Balanchine invitava a non essere “tirchi”, chiedeva ai suoi ballerini di non lesinare sull’uso delle gambe, di ...

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Sir Anton Dolin, leggenda del balletto del Novecento

Sir Anton Dolin è stato una delle figure più affascinanti e influenti del balletto del Novecento, un artista che seppe unire il rigore della grande tradizione classica alla sensibilità moderna, lasciando un’impronta profonda non soltanto come interprete, ma anche come coreografo, storico e instancabile custode dell’arte della danza. Nato il 27 luglio 1904 a Slinfold, nel Sussex, con il nome di Sydney Francis Patrick Chippendall Healey-Kay, Anton Dolin appartenne a quella generazione di pionieri che contribuirono a trasformare il balletto da disciplina di élite a forma d’arte capace di parlare a un pubblico internazionale. Fin da giovanissimo manifestò una naturale inclinazione per il palcoscenico e intraprese gli studi di danza alla prestigiosa scuola di Royal Ballet School, allora legata alla tradizione sviluppata attorno al teatro britannico. Il talento precoce lo portò presto ad affermarsi negli ambienti artistici londinesi, fino a entrare in contatto con alcune delle personalità più innovative della danza europea. La sua carriera prese una svolta decisiva quando entrò a far parte dei celebri Ballets Russes de Serge Diaghilev, compagnia leggendaria che, nei primi decenni del Novecento, aveva rivoluzionato il rapporto tra danza, musica, arti visive e teatro. L’incontro con l’universo di Sergej Djagilev e con artisti di straordinario ...

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Marge Champion, la ballerina dietro i movimenti di Biancaneve

Il 2 settembre 1919 nasceva a Los Angeles, in California, Marjorie Celeste Champion, conosciuta come Marge Champion, destinata a diventare una delle figure più versatili e longeve dello spettacolo americano del Novecento. Ballerina, attrice, coreografa e insegnante, attraversò quasi un secolo di storia della danza, del cinema, della televisione e del teatro musicale, lasciando un’impronta particolarmente significativa anche nell’evoluzione dell’animazione cinematografica. Figlia del ballerino e insegnante Ernestine Stodel e di Ernest Champion, Marge crebbe in un ambiente profondamente legato alla danza e iniziò a studiare fin da bambina nella scuola del padre. La sua formazione classica e la naturale eleganza dei movimenti attirarono presto l’attenzione degli ambienti cinematografici di Hollywood. Nel 1936, quando aveva appena sedici anni, venne scelta dagli allora Walt Disney Studios come modello dal vivo per la realizzazione di Biancaneve nel primo lungometraggio animato della Disney, Snow White and the Seven Dwarfs, distribuito nel 1937 e conosciuto in Italia come Biancaneve e i sette nani. Il suo contributo fu particolarmente innovativo per l’epoca. Champion non si limitò infatti a posare per i disegnatori: interpretava fisicamente le scene, eseguendo passi, gesti, movimenti e atteggiamenti che gli animatori potevano osservare e utilizzare come riferimento. Attraverso questa tecnica, destinata a ...

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Il “Dutch National Ballet” compie 65 anni

Sessantacinque anni fa prendeva forma una delle realtà più importanti della danza nei Paesi Bassi: il Dutch National Ballet. Era il 31 agosto 1961 quando la fusione tra il Nederlands Ballet e l’Amsterdams Ballet diede vita a una nuova compagnia destinata a lasciare un segno profondo nella scena coreutica olandese e internazionale. Il nuovo ensemble debuttò con una struttura già significativa per l’epoca: 89 danzatori e una guida artistica affidata a Sonia Gaskell, figura centrale nello sviluppo della danza nei Paesi Bassi. Al suo fianco, nel ruolo di coreografi residenti, furono chiamati Rudi van Dantzig e Robert Kaesen, protagonisti di una stagione che avrebbe contribuito a definire l’identità artistica della compagnia. La nascita del Dutch National Ballet rappresentò molto più di una semplice unione organizzativa. L’obiettivo era creare una formazione capace di riunire esperienze e sensibilità differenti, rafforzando il ruolo della danza olandese e costruendo un progetto artistico di respiro nazionale. Da quel momento, la compagnia avrebbe attraversato decenni di trasformazioni, nuove produzioni e collaborazioni, consolidando progressivamente la propria presenza nel panorama internazionale della danza. Oggi, 31 agosto 2026, il Dutch National Ballet celebra dunque un anniversario speciale: 65 anni dalla sua fondazione. Un traguardo che non guarda soltanto al ...

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