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Vera Colombo, la signora della danza scaligera

Ci sono artisti che appartengono alla memoria di un teatro e altri che, con il tempo, finiscono per appartenere alla sua storia.

Vera Colombo appartiene alla storia della Scala. Il suo nome evoca una stagione irripetibile della danza italiana, gli anni della rinascita del grande teatro milanese dopo la guerra, quando la tradizione della scuola scaligera incontrava i nuovi linguaggi della coreografia internazionale e sul palcoscenico si alternavano personalità destinate a diventare leggenda.

Ricordare Vera Colombo significa dunque ricordare non soltanto una grande prima ballerina, ma una donna che ha rappresentato, con una rara combinazione di eleganza, rigore e sensibilità, una precisa idea della danza e del teatro.

Nata a Milano il 10 agosto 1931, Vera Colombo entrò giovanissima nella Scuola di Ballo della Scala, una delle istituzioni più severe e prestigiose della formazione coreutica europea.

Lì apprese quella disciplina quotidiana, quasi ascetica, che è alla base della grande danza: la pazienza, la precisione, il controllo del corpo, l’ascolto della musica, il rispetto assoluto della coreografia.

Si diplomò nel 1952 e appena due anni dopo, nel 1954, venne nominata prima ballerina. Avrebbe mantenuto quel ruolo fino al 1975, per oltre vent’anni di straordinaria attività artistica.

Erano gli anni in cui Milano tornava a respirare dopo la tragedia della guerra e la Scala, ricostruita e restituita al suo pubblico, riprendeva progressivamente il posto che le spettava nella vita culturale internazionale.

La danza scaligera viveva allora una stagione particolarmente felice. Accanto alla grande tradizione ottocentesca arrivavano nuovi coreografi, nuovi interpreti, nuove idee.

La Scala era aperta al mondo e il suo Corpo di Ballo diventava un crocevia nel quale la scuola italiana poteva confrontarsi con le più importanti esperienze della danza internazionale. Vera Colombo fu una delle protagoniste di quella stagione.

La sua arte aveva una qualità difficilissima da definire e proprio per questo inconfondibile. Era una danzatrice di tecnica limpida, rigorosa, sicura, ma la tecnica non diventava mai esibizione.

In lei il virtuosismo sembrava naturale, quasi inevitabile. Il movimento era preciso senza essere freddo, elegante senza essere lezioso, forte senza perdere leggerezza.

Possedeva soprattutto quella musicalità che consente a una grande interprete di non limitarsi a eseguire una coreografia, ma di darle un’anima.

Nel corso della sua lunga carriera affrontò i grandi titoli del repertorio, da Giselle al Lago dei cigni, dalla Bella addormentata allo Schiaccianoci, da Romeo e Giulietta al Ballo Excelsior, e fu considerata una delle interpreti più significative di Giselle, balletto nel quale la purezza della tecnica deve necessariamente incontrare la capacità di trasformare il gesto in sentimento.

Ma la storia artistica di Vera Colombo è anche la storia dei grandi incontri che la Scala seppe offrirle.

Uno dei più importanti fu quello con George Balanchine, il geniale coreografo russo-americano che avrebbe cambiato per sempre il modo di intendere il balletto nel Novecento. Il rapporto con il linguaggio balanchiniano richiedeva una preparazione tecnica straordinaria e, soprattutto, un’intelligenza musicale capace di seguire le architetture della partitura e di tradurle nel corpo. Vera Colombo seppe misurarsi con quel mondo con autorevolezza.

Nel 1964, per esempio, fu Euridice nell’Orfeo di Stravinskij coreografato da Balanchine, accanto a Mario Pistoni, in una produzione che vedeva inoltre le scene e i costumi affidati al grande artista giapponese Isamu Noguchi. È una testimonianza significativa di quanto internazionale fosse ormai l’orizzonte della Scala e di come Vera Colombo ne fosse una delle interpreti più solide e rappresentative.

Accanto a Balanchine ci fu poi l’incontro con un’altra figura destinata a sconvolgere la storia della danza: Rudolf Nureyev.

Nureyev portò sui palcoscenici occidentali una concezione nuova e quasi rivoluzionaria del danzatore uomo, trasformando il rapporto tra i partner e imponendo una presenza scenica, una tecnica e un virtuosismo fino ad allora inediti. Anche Vera Colombo si confrontò con quella personalità vulcanica e con quella nuova idea del balletto. Nel 1969, nello Schiaccianoci di Nureyev alla Scala, Vera Colombo e Liliana Cosi interpretarono Clara, mentre Nureyev era Drosselmeyer e il Principe. Sono pagine che oggi appartengono alla memoria storica del teatro milanese.

E poi c’era Paolo Bortoluzzi, altro nome fondamentale della danza italiana e internazionale, con il quale Vera Colombo condivise alcuni dei suoi momenti più belli. Insieme furono protagonisti di titoli amatissimi dal pubblico, fra i quali Giselle, Il lago dei cigni, La bella addormentata, Lo schiaccianoci e soprattutto Excelsior.

Accanto a loro, in quegli anni, si affermavano figure come Carla Fracci e Liliana Cosi, mentre dalla scena internazionale arrivavano interpreti come Margot Fonteyn, Yvette Chauviré, Tamara Toumanova, Galina Ulanova e Maja Plisetskaja.

È difficile immaginare oggi la ricchezza di quella stagione. La Scala era davvero un grande crocevia della danza mondiale e Vera Colombo ne era una presenza stabile, autorevole, riconoscibile.

Aveva una sua precisa identità. Non aveva bisogno di imporsi con gesti teatrali o con atteggiamenti divistici. La sua autorevolezza nasceva dalla qualità del lavoro, dalla serietà, dalla perfezione tecnica, dalla capacità di essere sempre all’altezza del compito che le veniva affidato. Era, in questo senso, una vera signora della Scala.

E forse proprio questa sobrietà rende oggi ancora più prezioso il suo ricordo.

Perché la grandezza di un artista non si misura soltanto dalla notorietà del nome o dalla quantità di fotografie rimaste negli archivi. Si misura anche dalla traccia che lascia negli altri, dagli insegnamenti che trasmette, dalla serietà con cui ha interpretato il proprio mestiere.

Quando nel 1975 lasciò le scene, Vera Colombo non abbandonò la danza. Rimase legata alla Scala e continuò a dedicarsi all’insegnamento e alla formazione delle nuove generazioni, mettendo al servizio dei giovani danzatori tutto ciò che aveva imparato in oltre due decenni trascorsi sui più importanti palcoscenici.

È forse questa la forma più autentica dell’eredità di un artista: non soltanto essere ricordato per ciò che ha fatto, ma continuare a vivere attraverso ciò che ha insegnato.

Vera Colombo venne a mancare a Milano il 27 novembre 1999, a soli 68 anni. Da allora sono trascorsi molti anni e il tempo, inevitabilmente, tende a rendere più lontani i volti e le stagioni.

Ma basta sfogliare un vecchio programma della Scala, ritrovare una fotografia, leggere un cast di quegli anni per ritrovare immediatamente il suo nome accanto a quelli dei grandi protagonisti della danza del Novecento.

E allora ci si accorge che Vera Colombo non è stata semplicemente una grande ballerina della Scala. È stata una parte di quella Scala.

Di una Scala ancora profondamente legata al rito del teatro, alla severità della scuola, alla cultura del lavoro, alla bellezza come risultato di una disciplina quasi invisibile.

Una Scala capace di accogliere Balanchine e Nureyev senza rinunciare alla propria tradizione, capace di guardare al futuro senza dimenticare la propria storia.

In questo paesaggio, Vera Colombo occupa un posto che merita di essere restituito alla memoria con tutto il rispetto e l’affetto che le sono dovuti.

La sua è stata una danza senza clamore, ma non per questo meno luminosa. Una danza nella quale la tecnica diventava eleganza, la disciplina diventava libertà, il gesto diventava musica.

E forse è proprio questo il segreto delle grandi artiste: quando il sipario si chiude, quando le luci della ribalta si spengono e gli applausi appartengono ormai al passato, rimane qualcosa di più profondo della fama.

Rimane il modo in cui hanno abitato il palcoscenico. Rimane la bellezza che hanno lasciato negli occhi di chi le ha viste. Rimane il ricordo.

E il ricordo di Vera Colombo, signora della danza e figlia autentica della grande scuola scaligera, merita di essere custodito con particolare cura: perché dentro il suo nome vive un pezzo della storia della Scala, della storia di Milano e della grande danza italiana del Novecento.

Michele Olivieri

www.giornaledelladanza.com

©️ Riproduzione riservata

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