
Ci sono balletti che raccontano una storia attraverso personaggi, conflitti e destini. E poi ci sono opere come Dances at a Gathering, nelle quali la storia sembra nascere dal semplice incontro di corpi, musica e spazio.
Creato da Jerome Robbins nel 1969 sulla musica di Frédéric Chopin, questo balletto è uno dei capolavori più raffinati del repertorio neoclassico americano: un’opera apparentemente spontanea, luminosa e quasi quotidiana, costruita in realtà con straordinaria precisione.
La scena è spoglia. Cinque donne e cinque uomini entrano, escono, si incontrano, si separano e ritornano. Non ci sono scenografie narrative, non ci sono protagonisti in senso tradizionale, non c’è una vicenda da seguire.
Eppure, in quei gesti, negli sguardi e nelle relazioni che si formano e si sciolgono, emerge qualcosa di profondamente umano: il piacere di stare insieme.
Dances at a Gathering nacque in un momento particolarmente significativo della carriera di Jerome Robbins. Dopo una lunga assenza dal New York City Ballet, durante la quale aveva lavorato intensamente anche per Broadway, il coreografo tornò alla compagnia nel 1969 con una nuova creazione.
Il balletto debuttò a New York il 22 maggio 1969 al New York State Theater, oggi David H. Koch Theater.
L’idea iniziale era molto più piccola. Robbins aveva pensato a un semplice pas de deux per Patricia McBride ed Edward Villella. Ma il progetto si trasformò progressivamente: il coreografo aggiunse nuova musica e nuovi interpreti, fino a costruire un lavoro per dieci danzatori, cinque uomini e cinque donne.
Un episodio celebre racconta bene la genesi quasi organica dell’opera. Robbins mostrò una parte del lavoro a George Balanchine, preoccupato forse che il balletto fosse diventato troppo lungo. La risposta di Balanchine fu, invece, un incoraggiamento a continuare: More. Make more! Robbins seguì il suggerimento e il balletto arrivò alla sua forma definitiva.
Il risultato fu sorprendente: una composizione senza trama apparente che riusciva tuttavia a suggerire un intero universo di relazioni.
La vera voce narrante di Dances at a Gathering è la musica di Chopin.
Robbins non scelse una singola composizione, ma costruì una lunga sequenza di brani per pianoforte solo, comprendenti mazurche, valzer, studi, uno scherzo e un notturno.
Questa scelta è fondamentale. La musica non accompagna un’azione drammatica prestabilita: crea piuttosto un paesaggio emotivo nel quale i danzatori possono incontrarsi, giocare, osservare, corteggiarsi, sostenersi e allontanarsi.
La varietà della scrittura chopiniana permette a Robbins di alternare momenti di intimità a episodi brillanti, passaggi quasi malinconici a improvvise aperture di gioia. Il balletto sembra così respirare insieme alla partitura.
È una danza che non pretende di spiegare Chopin: lo ascolta e lo traduce in movimento.
Parlare di “personaggi” in Dances at a Gathering richiede una certa cautela. Robbins rifiutò infatti l’idea che le danze avessero una storia precisa o che i protagonisti dovessero essere interpretati come figure narrative tradizionali.
I dieci ballerini sono quindi meglio considerati come presenze individuali, ciascuna riconoscibile per il proprio modo di muoversi e di relazionarsi agli altri.
I costumi, semplici e dai colori differenti, aiutano il pubblico a distinguere i danzatori senza trasformarli in personaggi teatrali. La loro identità nasce soprattutto dalla qualità del movimento, dalle entrate e dalle uscite e, soprattutto, dalle relazioni che instaurano sulla scena.
Non esiste dunque una coppia principale destinata a dominare l’intero balletto. Un danzatore può essere al centro di un momento e, poco dopo, diventare parte di un gruppo. Una coppia può formarsi per poi dissolversi. Un gesto individuale può trovare risposta in un altro corpo.
È proprio questa continua mobilità a rendere il balletto così moderno.
Se si cerca una trama nel senso tradizionale, Dances at a Gathering sembra sfuggire continuamente alla definizione. Non c’è un viaggio, non c’è un matrimonio, non c’è una tragedia. Non sappiamo da dove arrivino i danzatori né dove andranno quando lasceranno il palcoscenico.
Eppure possiamo immaginare di assistere ad una riunione di amici, a un incontro casuale, a una festa privata. Alcuni danzano insieme, altri osservano; qualcuno cerca la compagnia di un altro, mentre un terzo attraversa la scena senza fermarsi. Il gruppo si compone e si scompone incessantemente.
Questa è, in fondo, la “trama” dell’opera: l’incontro umano. Il titolo stesso, Dances at a Gathering, suggerisce una situazione più che una vicenda. La danza è l’evento. Il ritrovarsi è il contenuto.
Uno degli aspetti più affascinanti dell’opera è la sua apparente naturalezza. I ballerini attraversano il palcoscenico con una libertà che può far pensare all’improvvisazione. Ma dietro quella sensazione di spontaneità c’è una costruzione coreografica rigorosa.
Robbins sfrutta il vocabolario del balletto classico — linee, arabesque, salti, giri, pas de deux e lavoro d’insieme — ma lo inserisce in una dimensione più rilassata e umana. La tecnica non scompare: viene fatta apparire come qualcosa di naturale.
È una delle grandi lezioni di Robbins: la difficoltà deve sembrare facilità.
L’aspetto visivo contribuisce in modo decisivo alla leggibilità del balletto. I costumi sono semplici, quotidiani, lontani dallo sfarzo di molti grandi balletti narrativi. I colori permettono di riconoscere immediatamente le diverse individualità e, nello stesso tempo, trasformano la scena in una sorta di composizione pittorica in movimento.
La disposizione dei danzatori ricorda quella di un pittore che organizza figure e colori sulla tela. La differenza è che qui la “tela” è continuamente mutevole: i gruppi si formano, si separano e ricompaiono in nuove configurazioni.
Il palcoscenico diventa così uno spazio quasi astratto, ma mai freddo.
Nel 1969 il balletto di Robbins poteva apparire, paradossalmente, tradizionale. Chopin, il pianoforte solo, il balletto classico, i costumi semplici: nulla sembrava voler provocare apertamente. Ma proprio qui risiedeva la sua originalità.
Robbins recuperava la bellezza della danza classica in un’epoca nella quale la scena contemporanea era attraversata da nuove sperimentazioni. La sua era una scelta estetica consapevole: tornare alla musicalità, alla purezza della linea e al piacere del movimento, mettendo al centro le relazioni umane. Non era nostalgia. Era una nuova maniera di intendere la tradizione.
Uno dei più interessanti paradossi di Dances at a Gathering è che pubblico e critica hanno cercato a lungo di attribuire significati narrativi alle diverse interazioni.
Robbins, però, volle chiarire la questione: le danze non raccontano storie.
Questo non significa che l’opera sia priva di emozione. Al contrario. Significa che Robbins affida allo spettatore la possibilità di riconoscere emozioni senza trasformarle necessariamente in una vicenda.
Una mano tesa non deve rappresentare per forza un addio. Un abbraccio non deve necessariamente essere l’inizio di una storia d’amore. Un solista che attraversa il palcoscenico può semplicemente attraversarlo. Il gesto è sufficiente.
Il debutto del 1969 rappresentò un momento importante anche perché segnò il ritorno di Robbins alla creazione di un nuovo balletto per il New York City Ballet dopo una lunga pausa.
Il cast originale comprendeva, tra gli altri, Allegra Kent, Sara Leland, Kay Mazzo, Patricia McBride, Violette Verdy, Anthony Blum, John Clifford, Robert Maiorano, John Prinz ed Edward Villella.
L’opera si diffuse presto anche fuori dagli Stati Uniti. Nel 1970 Robbins la ricreò per il Royal Ballet di Londra, con Rudolf Nureyev nel ruolo originariamente affidato a Villella. La prima rappresentazione al Royal Opera House risale al 19 ottobre 1970.
Nel corso dei decenni il balletto è entrato nel repertorio di importanti compagnie internazionali, confermando la sua natura di classico del Novecento.
Dietro la leggerezza dell’opera esiste anche una nota profondamente personale. Dances at a Gathering fu dedicato alla memoria della lighting designer Jean Rosenthal, figura importante nella storia del teatro e della danza americana. La dedica conferisce al balletto una sfumatura particolare: un’opera così piena di vita, incontri e movimento nasce anche sotto il segno della memoria. La dimensione luminosa del balletto, quindi, non cancella del tutto l’ombra della perdita. La tiene semplicemente sullo sfondo.
A più di mezzo secolo dalla sua creazione, Dances at a Gathering conserva una sorprendente freschezza. Forse perché parla di qualcosa che non appartiene a un’epoca precisa: il modo in cui gli esseri umani stanno insieme.
Non abbiamo bisogno di sapere chi siano esattamente quei dieci danzatori. Ci basta osservare come si cercano, come si seguono, come si sostengono, come si lasciano spazio e come, per qualche istante, condividono lo stesso movimento.
In un’arte spesso associata al racconto di principesse, maledizioni e grandi passioni, Robbins propone qualcosa di molto più semplice e, proprio per questo, più difficile da realizzare: la poesia dell’essere insieme.
Dances at a Gathering è un balletto che sembra non raccontare nulla e che, proprio per questo, può raccontare moltissimo. La sua storia è quella della nascita di un’idea trasformata da Robbins in un’opera collettiva; i suoi “personaggi” sono dieci danzatori che non hanno bisogno di nomi o biografie; la sua trama è fatta di incontri, separazioni e ritorni; la sua voce è quella di Chopin, capace di passare dalla malinconia alla gioia con una naturalezza quasi conversazionale.
Il capolavoro di Robbins non chiede allo spettatore di risolvere un enigma. Chiede semplicemente di guardare. E, guardando, di riconoscere in quei corpi che si incontrano qualcosa di familiare: la fragile, bellissima geometria delle relazioni umane.
Michele Olivieri
Foto di Angela Sterling
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