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In the Night (balletto): storia, personaggi, curiosità e trama

Il 29 gennaio 1970, il palcoscenico del New York State Theatre presso il Lincoln Center di New York fu teatro della prima assoluta di In the Night, una delle creazioni più intime, raffinate e composte dell’intera produzione coreografica di Jerome Robbins.

Nato sulla scia dell’eccelsa accoglienza riservata solo un anno prima a Dances at a Gathering, l’opera rappresentò il consolidamento di un dialogo poetico e quasi simbiotico tra il coreografo americano e la produzione pianistica di Frédéric Chopin.

Se nel lavoro del 1969 la musica chopiniana serviva da sfondo a una comunità aperta, solare e nostalgica di giovani danzatori, con In the Night Robbins volle calare la riflessione in una dimensione notturna, introspettiva e squisitamente cameristica, scegliendo quattro Notturni del compositore polacco per edificare una meditazione a tre voci sulla complessa anatomia dei rapporti sentimentali.

Per dare forma a questo viaggio all’interno della psiche e degli affetti umani, Robbins radunò un cast d’eccezione, selezionando alcuni dei solisti più carismatici ed espressivi del New York City Ballet: Kay Mazzo, Violette Verdy, Patricia McBride, Anthony Blum, Peter Martins e Francisco Moncion.

Il balletto si priva volutamente di un’impalcatura drammaturgica tradizionale o di uno sviluppo narrativo lineare con personaggi definiti da un nome; al loro posto, la struttura si articola come una successione formale di tre distinti pas de deux, ciascuno affidato a una coppia diversa, seguiti da un epilogo corale che riunisce tutti i sei interpreti in un maestoso ed elegiaco sestetto finale.

La grandezza della visione di Robbins risiede nella straordinaria capacità di sublimare il vocabolario terso e geometrico del balletto neoclassico in un linguaggio di profonda intuizione psicologica, trasformando ogni arabesque, ogni sollevamento e ogni esitazione del corpo in uno specchio delle diverse fasi e sfumature dell’amore.

Il primo pas de deux, cucito sulle note sognanti e finemente fiorite del Notturno in do diesis minore, op. 27 n. 1, introduce una coppia che incarna la giovinezza, l’innocenza e il miracolo dell’infatuazione nascente. La coreografia qui fluisce con una leggerezza quasi incantata: i movimenti dei due danzatori si intrecciano con naturalezza organica, caratterizzati da sospensioni delicate, prese aeree che sembrano sfidare la gravità e sguardi intrisi di timida meraviglia.

È la rappresentazione di un amore allo stato puro, privo di ombre o incertezze, dove il contatto fisico è vissuto come una scoperta reciproca e un’estatica armonia con l’universo notturno che li circonda.

Con il secondo duetto, impostato sul Notturno op. 55 n. 1 in fa minore e sul Notturno op. 62 n. 1 in si maggiore, l’atmosfera emotiva subisce una sottile trasformazione. La coppia che entra in scena incarna la maturità, la compostezza e la perfezione formale di un unione borghese consolidata dal tempo. Qui la danza si fa elegante, misurata e regale; i gesti riflettono una profonda intesa fondata sul rispetto reciproco, sulla sicurezza e su una dignità cerimoniale.

Non vi è spazio per l’ardore smodato o la fragilità, bensì per una complicità matura in cui la passione si è decantata in una tenerezza contenuta e consapevole, dove ogni port de bras esprime la certezza di un legame saldo di fronte alle convenzioni del mondo.

La narrazione drammatica tocca il suo culmine di tensione con l’ingresso della terza coppia, sostenuta dai ritmi febbricitanti, oscuri e percorsi da improvvisi sussulti del Notturno in mi maggiore, op. 62 n. 2. Robbins disegna qui un ritratto spietato e magneticamente drammatico della passione tempestosa, instabile e borderline. La dinamica tra i due interpreti diventa un serrato scontro psicofisico: scatti d’ira, repentine cadute a terra, allontanamenti sdegnosi e disperati riavvicinamenti si succedono in un turbine di repulsione e attrazione irrefrenabile.

L’elemento femminile si abbandona a slanci di totale sottomissione emotiva per poi ritrarsi con fierezza selvaggia, catturando la natura ambivalente di un legame che vive di conflitto, dove l’amore si confonde con la possessione e il tormento.

Il momento finale rappresenta il vertice concettuale dell’opera: tutte e tre le coppie si ritrovano contemporaneamente sul palcoscenico sotto un cielo stellato. Sulle ultime battute musicali, i sei protagonisti si incrociano, si sfiorano e si guardano reciprocamente, riconoscendo implicitamente le diverse tappe di un unico grande percorso umano ed emotivo.

Non vi è scontro né giudizio tra le tre visioni dell’amore, ma solo una solenne e reciproca presa d’atto; dopo un sobrio inchino collettivo, le coppie si separano lentamente e si dissolvono nell’oscurità del fondo scena, lasciando allo spettatore l’impressione di aver contemplato un affresco universale sulla fragilità e sulla bellezza dei sentimenti.

L’impatto estetico della prima rappresentazione fu amplificato dal contributo visivo di straordinari maestri della scena teatrale. I costumi originali ideati da Anthony Dowell giocarono un ruolo fondamentale nel caratterizzare le tre coppie attraverso una raffinata gradazione cromatica: i toni del lilla e del rosa tenue per i primi giovani amanti, l’eleganza sobria del blu notte e dell’oro per la coppia matura, e le sfumature misteriose del borgogna e del prugna per i protagonisti del duetto passionale.

L’impianto illuminotecnico e lo sfondo stellato firmati da Thomas Skelton riuscirono a creare una sospensione temporale perfetta, trasformando lo spazio scenico in una notte atemporale e sognante.

Un aneddoto di particolare interesse riguarda il rigore filologico con cui Jerome Robbins accostò la partitura di Chopin. A differenza di molti suoi contemporanei che tendevano a manipolare o tagliare i brani musicali per asservirli alle esigenze drammaturgiche della danza, Robbins pretese di rispettare la struttura integrale di ciascun Notturno, permettendo al pianoforte solista di guidare e dettare i tempi dell’azione sul palco. Questa scelta trasformò lo strumento in un vero e proprio interlocutore drammatico, imponendo ai danzatori un ascolto profondo e una precisione musicale assoluta.

Negli anni e nei decenni successivi alla sua creazione al New York City Ballet, In the Night è travalicato dai confini americani per entrare nel repertorio delle più prestigiose compagnie del mondo, tra cui il Balletto dell’Opéra di Parigi, il Royal Ballet di Londra e il Teatro alla Scala di Milano.

La sua longevità risiede nella straordinaria versatilità con cui offre alle grandi étoile la possibilità di esprimere la propria maturità interpretativa, confermandosi come una pietra miliare della coreografia del Novecento, capace di raccontare con immutata poesia la complessa, misteriosa e affascinante grammatica del cuore umano.

Michele Olivieri

Foto di © Erin Baiano / DanceTabs

www.giornaledelladanza.com

©️ Riproduzione riservata

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