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Mostra fotografica alla Scala: la Sagra di Bausch [RECENSIONE]

Nel solco di una memoria visiva che non cessa di interrogare il senso profondo dell’atto coreutico, la mostra fotografica allestita presso il Ridotto dei Palchi Arturo Toscanini del Teatro alla Scala si impone come una meditazione viscerale e al contempo storiografica su uno dei capolavori imprescindibili del Novecento: Le Sacre du printemps di Pina Bausch.

In concomitanza con lo storico e attesissimo ingresso del titolo nel repertorio della Compagnia del Teatro alla Scala, l’esposizione – frutto della preziosa collaborazione con la Pina Bausch Foundation – si distanzia nettamente dall’intento puramente documentale per farsi saggio iconografico sulla gravità, sulla carne e sulla sacralità del movimento.

Il percorso espositivo, articolato attraverso una selezione di diciotto pannelli di rigorosa sobrietà, rifiuta l’ingombro didascalico per affidare l’intera campitura espressiva alla forza primordiale dello scatto. Gli obiettivi storici di Guy Delahaye, Ulli Weiss, Oliver Look e Susanne Esche catturano la genesi e la stratificazione di una creazione che ha ridefinito le coordinate del Tanztheater.

Accanto alle immagini, brevi frammenti di testimonianze d’archivio e citazioni di storiche interpreti risuonano come echi sommessi, restituendo la temperatura emotiva delle prove a Wuppertal nel dicembre del 1975 e la forza travolgente delle successive tournée internazionali.

Da uno sguardo analitico emerge con nitidezza la frattura epistemologica operata dalla Bausch nei confronti della tradizione stravinskiana. Laddove la storia del balletto aveva sovente tentato di stilizzare l’elemento rituale all’interno di una cornice simbolica o metafisica, la coreografa tedesca riporta l’evento al suo stadio tellurico, indissolubilmente legato alla materia.

La celebre torba ideata da Rolf Borzik – che rivive nelle istantanee esposte con straordinario risalto chiaroscurale – cessa di essere mero espediente scenografico per assurgere a coprotagonista drammaturgica: imbratta le tuniche leggere, aderisce alla pelle madida, appesantisce il respiro e trasforma il gesto in una lotta contro la forza di gravità.

Le fotografie in mostra riescono a cogliere la tensione parossistica di questo scontro corporeo. L’obiettivo fissa l’istante in cui la geometria del coro si disgrega e si ricompone sotto la spinta dell’angoscia collettiva, fino a concentrare tutto il peso dell’ineluttabile sulla solitudine claustrofobica dell’Eletta.

La pelle, il muscolo teso, il contrasto tra l’umidità della terra e l’abito rosso sangue diventano i segni di una sintassi drammatica di abbacinante potenza.

Accostarsi a questa esposizione negli spazi aulici della Scala significa dunque compiere un atto di penetrazione critica nelle radici stesse della contemporaneità. La mostra delinea con forbita nitidezza la traiettoria di un’opera in cui l’abbandono del rigido codice accademico non equivale mai a una dispersione formale, bensì a una riconquista dell’urgenza tragica del corpo.

Un compendio visivo di altissima autorevolezza, capace di testimoniare come la danza, quando si fa vertice d’arte, sappia imprimere nella memoria visiva il segno indelebile di una necessità esistenziale.

Michele Olivieri

Foto di Rolf Borzik © Pina Bausch Foundation

www.giornaledelladanza.com

©️ Riproduzione riservata

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