
Alla vigilia di Capodanno del 1945, a Ufa, un bambino di sette anni entrò in teatro senza sapere che quella sera avrebbe incontrato, per la prima volta, qualcosa destinato a cambiare il corso della sua vita.
Quel bambino era Rudolf Nureyev. In scena andava Žuravlinaja pesn’ — «Журавлиная песнь» —, il balletto che in italiano è più correttamente traducibile come Il canto della gru, non Canto dell’Airone, come talvolta compare in alcune traduzioni biografiche.
La differenza non è soltanto linguistica. La parola russa журавль significa infatti “gru”, e la gru appartiene profondamente all’immaginario della tradizione popolare baschira dalla quale il balletto trae origine.
La sua presenza richiama la natura, la libertà, il movimento e una dimensione quasi leggendaria che attraversa tutta l’opera. Per questo il titolo originale conserva un significato poetico che la traduzione “airone” finirebbe per alterare.
Ufa, in quegli anni, era una città lontana dai grandi centri culturali dell’Unione Sovietica, ma proprio durante la guerra aveva assunto un ruolo particolare.
L’evacuazione di istituzioni, artisti e intellettuali aveva trasformato molte città degli Urali in importanti luoghi di produzione culturale. In questo ambiente prendeva forma una nuova identità artistica baschira, capace di fondere la tradizione locale con le forme della cultura teatrale sovietica.
Il canto della gru era una delle espressioni più significative di questa stagione. Nato da una leggenda popolare baschira, il balletto fu concepito come un incontro fra il patrimonio musicale e narrativo della Bashkiria e il linguaggio della danza accademica.
La musica era di Lev Stepanov e Zagir Ismagilov, mentre il lavoro coreografico si legava alla figura di Nina Anisimova e alla ricerca di Fajzi Gaskarov, uno dei principali artefici della valorizzazione della danza nazionale baschira.
Al centro della vicenda vi erano Zajtungul e Yumagul, due giovani innamorati la cui storia si sviluppava in un universo popolato da passioni, conflitti, tradizioni e immagini della natura.
Per il giovane Nureyev, però, tutto questo doveva ancora essere soltanto percezione. Non poteva conoscere la storia della coreografia baschira, né comprendere il significato della costruzione musicale o il valore culturale di ciò che stava guardando. Poteva soltanto vedere. E ciò che vide lo colpì profondamente.
Fra le figure sulla scena c’era Zajtuna Nasretdinova, destinata a diventare una delle grandi personalità della danza baschira. Fu lei a interpretare Zajtungul e la sua presenza scenica lasciò un’impressione indelebile nel bambino.
Nelle ricostruzioni della sua infanzia, quella sera viene ricordata come il momento in cui Nureyev scoprì il balletto. Non attraverso i grandi titoli del repertorio imperiale russo, ma attraverso un’opera giovane, profondamente legata alla cultura della terra in cui viveva.
È forse questo uno degli aspetti più affascinanti della sua storia. Il danzatore che sarebbe diventato simbolo internazionale della libertà artistica, che avrebbe conquistato i maggiori palcoscenici occidentali e trasformato il modo stesso di concepire la figura del ballerino, ebbe il primo incontro con la danza in un teatro di Ufa, davanti a un balletto nazionale baschiro.
La serata del 1945 rimase nella sua memoria. E il destino avrebbe aggiunto, dieci anni più tardi, una sorta di circolo perfetto.
Nel 1955, durante la Decade della letteratura e dell’arte baschira a Mosca, Nureyev tornò infatti a Il canto della gru, questa volta non più dalla platea ma dal palcoscenico.
Aveva diciassette anni e danzò nel balletto, interpretando il celebre ruolo del džigit. La parte che aveva osservato da bambino diventava ora una parte del suo stesso corpo.
Quel passaggio dalla platea alla scena racconta forse meglio di qualsiasi altra immagine la straordinaria rapidità della sua trasformazione.
Nel giro di pochi anni Nureyev era passato dall’incanto infantile alla disciplina della danza. La sua formazione a Ufa aveva preparato il terreno, ma fu il trasferimento a Leningrado, alla scuola coreografica, a spalancargli le porte della grande tradizione del balletto russo.
Lì avrebbe studiato con Alexander Pushkin, entrando in contatto con quel repertorio che in seguito avrebbe portato sui palcoscenici di tutto il mondo.
Eppure, nella sua memoria, Ufa non sarebbe mai scomparsa. Il primo balletto continuava a rappresentare l’origine di tutto: il momento in cui la danza aveva smesso di essere qualcosa da osservare per diventare una possibilità di vita.
Anche per questo Il canto della gru occupa un posto particolare nella storia di Nureyev. Non è semplicemente il primo spettacolo di danza al quale assistette.
È il punto in cui la sua biografia personale incontra la storia culturale della Bashkiria. È il luogo in cui la tradizione popolare, la musica, la coreografia e la vicenda di un bambino destinato a diventare una leggenda internazionale si incontrano per una sola sera.
Quanto alla data precisa, le biografie che ricordano l’episodio non sono sempre uniformi. La tradizione lo colloca alla fine del 1945 e alcune ricostruzioni indicano la vigilia di Capodanno, il 31 dicembre.
È quindi legittimo ricordare quella data, purché si tenga presente che la documentazione disponibile non consente di considerarla con la stessa certezza di un dato ricavato direttamente da un registro teatrale o da un manifesto originale.
Più prudente, e forse anche più evocativo, è dire che Nureyev vide Il canto della gru alla vigilia di Capodanno del 1945, a Ufa.
Quella sera il sipario si alzò su una leggenda baschira. Per il pubblico era uno spettacolo; per la cultura della Bashkiria era una delle opere fondatrici del proprio teatro musicale; per una ballerina come Zajtuna Nasretdinova era una delle tappe decisive della propria carriera.
Per un bambino di sette anni, invece, fu qualcosa di molto più misterioso: la scoperta di un mondo nel quale il corpo poteva parlare senza parole.
Rudolf Nureyev non poteva ancora sapere dove lo avrebbe condotto quella scoperta. Non poteva sapere che avrebbe lasciato Ufa, che avrebbe conosciuto Leningrado, Parigi, Londra, Vienna, New York; che avrebbe danzato con Margot Fonteyn e diretto grandi compagnie; che sarebbe diventato uno degli artisti più celebri e controversi del Novecento.
Non poteva sapere che il suo nome sarebbe stato associato per sempre alla libertà, all’energia e alla forza rivoluzionaria della danza.
Sapeva soltanto ciò che aveva visto quella sera.
E forse è proprio qui che si trova il significato più autentico di quella prima rappresentazione. Prima ancora del grande Nureyev, prima del mito, prima della fuga dall’Unione Sovietica e della fama internazionale, c’era un bambino seduto in una sala di Ufa, affascinato da una ballerina che sembrava appartenere a un altro mondo.
Il balletto era Žuravlinaja pesn’. Il suo nome corretto era, ed è, Il canto della gru.
E quella gru, nella memoria di Rudolf Nureyev, sembrò spiccare il volo proprio quella notte.
Michele Olivieri
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