Alla vigilia di Capodanno del 1945, a Ufa, un bambino di sette anni entrò in teatro senza sapere che quella sera avrebbe incontrato, per la prima volta, qualcosa destinato a cambiare il corso della sua vita. Quel bambino era Rudolf Nureyev. In scena andava Žuravlinaja pesn’ — «Журавлиная песнь» —, il balletto che in italiano è più correttamente traducibile come Il canto della gru, non Canto dell’Airone, come talvolta compare in alcune traduzioni biografiche. La differenza non è soltanto linguistica. La parola russa журавль significa infatti “gru”, e la gru appartiene profondamente all’immaginario della tradizione popolare baschira dalla quale il balletto trae origine. La sua presenza richiama la natura, la libertà, il movimento e una dimensione quasi leggendaria che attraversa tutta l’opera. Per questo il titolo originale conserva un significato poetico che la traduzione “airone” finirebbe per alterare. Ufa, in quegli anni, era una città lontana dai grandi centri culturali dell’Unione Sovietica, ma proprio durante la guerra aveva assunto un ruolo particolare. L’evacuazione di istituzioni, artisti e intellettuali aveva trasformato molte città degli Urali in importanti luoghi di produzione culturale. In questo ambiente prendeva forma una nuova identità artistica baschira, capace di fondere la tradizione locale con le forme della ...
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