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Oltre il tappeto-danza: l’arte dell’adattamento sul legno

Nella pedagogia coreutica odiena si assiste ormai da tempo a una progressiva standardizzazione degli ambienti di lavoro, culminata nell’adozione pressoché esclusiva del linoleum — il comune e ubiquo tappeto-danza in PVC.

Se è innegabile che l’avvento di queste superfici sintetiche abbia portato indiscutibili benefici in termini di uniformità di attrito, igiene e facilità di manutenzione, è altrettanto vero che questa consuetudine imperante rischia di impoverire, quasi senza che ce ne si accorga, il bagaglio tecnico e sensoriale delle nuove generazioni di danzatori.

L’abitudine a lavorare su una risposta meccanica sempre idilliaca e costante tende a privare gli allievi di quell’attitudine plastica a modulare l’appoggio corporeo al variare della superficie sottostante, una qualità che per secoli ha costituito la spina dorsale della formazione accademica.

Ripercorrendo la storia della danza, la relazione tra il corpo del ballerino e il palcoscenico è sempre stata mediata da un unico, nobile materiale: il legno.

Dai raffinati parquet delle storiche sale d’esercizio ottocentesche fino alle tavole in abete o cirmolo dei più prestigiosi teatri d’opera del mondo, il legno ha rappresentato per decenni non solo un semplice supporto geografico, ma un vero e proprio partner acustico, dinamico e propriocettivo.

In quell’epoca non esistevano coperture sintetiche a garantire un grip artificiale; la gestione della scivolosità o dell’aderenza era interamente affidata a una sapienza manuale e gestuale che vedeva nell’uso dosato della pece greca — la colofonia pestata nella classica scatola d’angolo — un rito propedeutico quotidiano e una disciplina d’ausilio essenziale.

Il contatto diretto con il legno imponeva al danzatore un controllo neuromuscolare e una presenza d’asse straordinari: la tenuta delle punte, la stabilità dei perni e la ricezione dei grandi salti richiedevano una regolazione millimetrica del peso sul metatarso, poiché il margine di errore concesso dal materiale naturale era notevolmente più sottile.

Oggi, l’uso esclusivo del tappeto-danza rischia di trasformarsi in un’insidiosa «zona di comfort» sensoriale. Il PVC garantisce infatti una risposta costante e altamente ancorante che, se da un lato rassicura l’allievo nei passaggi più complessi, dall’altro può indurre una certa pigrizia nella gestione dell’equilibrio e nella distribuzione del carico articolare.

Quando il suolo “tiene” da solo, il piede tende a lavorare in modo meno reattivo e la caviglia perde parte di quella reattività micro-aggiustabile che si sviluppa solo quando la superficie richiede un’attenzione vigile e costante.

Dal punto di vista rigorosamente formativo ed educativo, risulta pertanto estremamente prezioso riabituare gli allievi a misurarsi con il legno.

Naturalmente, si parla di pavimentazioni a norma di legge: fondi molleggiati ed elastici, legni ignifughi, perfettamente levigati e privi di qualsiasi asperità, scheggia o irregolarità dovuta all’usura.

Sperimentare lo studio sulle tavole di legno non significa affatto mettere a repentaglio la sicurezza dei ragazzi, bensì arricchire il loro vocabolario percettivo e potenziale.

Un giovane danzatore che ambisca al professionismo o al semi-professionismo non lavorerà mai in un laboratorio asettico e privo di imprevisti.

Il percorso lavorativo lo porterà inevitabilmente a calcare palcoscenici differenti, spazi storici, teatri all’aperto, pedane allestite per eventi specifici o siti d’interesse architettonico e museale dove la posa del tappeto-danza non è garantita, non è consentita dalle sovrintendenze o semplicemente non è prevista.

In tali contesti, il ballerino che si è formato esclusivamente sul linoleum rischia di trovarsi paralizzato dall’insicurezza o, peggio, esposto a infortuni dovuti all’incapacità di adattare la propria spinta e i propri appoggi.

L’eccellenza e la maturità artistica non si misurano nella capacità di eseguire una variazione ideale all’interno di un contesto protetto e standardizzato, ma nella flessibilità con cui l’esecutore domina lo spazio e si adatta a qualsiasi eventualità che il cammino professionale possa presentargli, trasformando la capacità di adattamento nella sua più grande risorsa tecnica.

Michele Olivieri

www.giornaledelladanza.com

©️ Riproduzione riservata

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