Nella pedagogia coreutica odiena si assiste ormai da tempo a una progressiva standardizzazione degli ambienti di lavoro, culminata nell’adozione pressoché esclusiva del linoleum — il comune e ubiquo tappeto-danza in PVC. Se è innegabile che l’avvento di queste superfici sintetiche abbia portato indiscutibili benefici in termini di uniformità di attrito, igiene e facilità di manutenzione, è altrettanto vero che questa consuetudine imperante rischia di impoverire, quasi senza che ce ne si accorga, il bagaglio tecnico e sensoriale delle nuove generazioni di danzatori. L’abitudine a lavorare su una risposta meccanica sempre idilliaca e costante tende a privare gli allievi di quell’attitudine plastica a modulare l’appoggio corporeo al variare della superficie sottostante, una qualità che per secoli ha costituito la spina dorsale della formazione accademica. Ripercorrendo la storia della danza, la relazione tra il corpo del ballerino e il palcoscenico è sempre stata mediata da un unico, nobile materiale: il legno. Dai raffinati parquet delle storiche sale d’esercizio ottocentesche fino alle tavole in abete o cirmolo dei più prestigiosi teatri d’opera del mondo, il legno ha rappresentato per decenni non solo un semplice supporto geografico, ma un vero e proprio partner acustico, dinamico e propriocettivo. In quell’epoca non esistevano coperture sintetiche a ...
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