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Nijinsky e Bronislava: il legame che trasformò la danza del ‘900

Ci sono fratelli nella storia dell’arte la cui vicinanza sembra appartenere alla biografia; e ce ne sono altri per i quali la parentela diventa una vera e propria forma di collaborazione creativa.

Vaslav Nijinsky e Bronislava Nijinska appartengono alla seconda categoria. La loro storia non è semplicemente quella di un genio e della sorella che gli rimase accanto: è la storia di due artisti cresciuti nello stesso laboratorio familiare, formatisi attraverso la medesima disciplina, capaci per alcuni anni di sviluppare quasi un linguaggio privato del movimento e destinati infine a prendere strade differenti, pur rimanendo legati da un’eredità artistica comune.

Per comprendere il rapporto fra i due bisogna liberarsi, anzitutto, da una delle distorsioni più persistenti nella storiografia del balletto: l’idea che Bronislava Nijinska sia importante soltanto perché fu la sorella di Nijinsky.

La documentazione oggi disponibile racconta qualcosa di molto più interessante. Nijinska fu una danzatrice di primo piano e, soprattutto, una delle grandi coreografe del XX secolo.

La sua enorme raccolta di documenti, conservata presso la Library of Congress, comprende carte personali, corrispondenza, quaderni coreografici, fotografie, programmi, disegni e scritti; una parte considerevole del materiale riguarda proprio il fratello.

Il loro rapporto nasce in una famiglia di danzatori polacchi itineranti. Vaslav, nato nel 1889, precedeva Bronislava di circa due anni; entrambi furono educati fin dall’infanzia alla danza, sotto l’influenza di una madre, Eleonora, che ebbe un ruolo decisivo nella formazione dei figli.

La Scuola Imperiale di Balletto di San Pietroburgo rappresentò per entrambi il passaggio dalla dimensione familiare a quella professionale.

Bronislava entrò in quella stessa macchina pedagogica che aveva prodotto il fratello, ma vi entrò in una posizione inevitabilmente diversa: mentre Vaslav sarebbe diventato il fenomeno della scena europea, lei avrebbe dovuto conquistare progressivamente uno spazio proprio.

Eppure, proprio negli anni della formazione, Vaslav fu per Bronislava qualcosa di più di un fratello maggiore. Fu un modello, un maestro e, in una certa misura, il primo laboratorio della sua stessa immaginazione coreografica.

Le memorie di Nijinska sono ancora oggi una delle testimonianze fondamentali per ricostruire gli anni giovanili di Nijinsky e la formazione artistica dei due fratelli.

Non sono una cronaca neutrale — nessuna memoria autobiografica lo è — ma hanno il valore eccezionale della testimonianza diretta di una protagonista che conosceva dall’interno tanto l’uomo quanto il processo creativo.

La loro intesa raggiunse una forma particolarmente intensa quando Nijinsky cominciò a sperimentare la coreografia.

Qui Bronislava cessò di essere semplicemente la sorella che osservava il talento di Vaslav: divenne il corpo attraverso il quale il fratello poteva verificare le proprie idee.

È un passaggio fondamentale per capire la genesi della modernità di Nijinsky. Quando lavorava a L’Après-midi d’un faune, nel 1912, Nijinsky utilizzò Bronislava nelle prove private, facendole seguire con il corpo le posizioni e i movimenti che immaginava.

Il procedimento aveva qualcosa di quasi sperimentale: l’idea coreografica non nasceva soltanto nella mente del creatore, ma veniva verificata immediatamente attraverso il corpo di una danzatrice che conosceva perfettamente il suo modo di pensare.

La loro familiarità consentiva una comunicazione difficilmente riproducibile con un interprete qualunque.

È proprio questo uno degli aspetti meno raccontati della vicenda di Nijinsky. La sua rivoluzione coreografica non fu il prodotto isolato di un genio solitario.

Accanto a lui esistevano corpi, assistenti, danzatori, musicisti e collaboratori che contribuivano a trasformare l’intuizione in forma scenica. Bronislava fu fra le persone che più intimamente parteciparono a questo processo.

Il rapporto raggiunse il suo punto più alto nel 1913, durante la preparazione de Le Sacre du printemps. Nijinsky aveva pensato per Bronislava il ruolo della Prescelta, e la coreografia del personaggio fu costruita sul suo corpo e sulle sue possibilità interpretative.

La parte era intimamente legata alla sua presenza scenica e alla sua particolare capacità di sostenere una fisicità lontanissima dai codici del balletto tradizionale.

Poi intervenne la vita, con una brutalità che sembra quasi appartenere alla drammaturgia stessa del balletto.

Bronislava rimase incinta e dovette rinunciare al ruolo. La parte della Prescelta fu affidata a Maria Piltz. Non fu soltanto una sostituzione professionale: per Nijinsky la perdita della sorella come interprete significava perdere il corpo sul quale aveva costruito una parte essenziale della propria visione. La reazione di Vaslav fu fortissima, e l’episodio rivela anche l’ambivalenza del loro rapporto.

La loro vicinanza artistica era straordinariamente fertile, ma poteva diventare possessiva. Nijinsky considerava Bronislava la persona capace di comprendere e realizzare le sue idee a un livello particolare; Bronislava, dal canto suo, era profondamente coinvolta nel progetto artistico del fratello. Proprio questa fusione rendeva difficile stabilire il confine fra collaborazione e subordinazione.

Nel maggio del 1913 Le Sacre du printemps esplose sulla scena del Théâtre des Champs-Élysées. La coreografia suscitò lo scandalo che sarebbe diventato leggendario, mentre il nome di Nijinsky entrava definitivamente nella storia della modernità.

Bronislava non era sul palcoscenico nella parte per la quale era stata concepita l’opera, ma il suo rapporto con quella creazione non può essere considerato marginale.

Molti decenni più tardi, quando la coreografia originale del Sacre sarebbe stata ricostruita, le testimonianze di Nijinska sarebbero diventate una delle fonti fondamentali per tentare di restituire alla danza ciò che il tempo aveva cancellato.

Questa circostanza è quasi simbolica: Bronislava fu, insieme, parte della creazione di Nijinsky e una delle custodi della sua memoria.

La frattura più drammatica arrivò pochi mesi dopo. Durante la tournée sudamericana del 1913, Nijinsky sposò Romola de Pulszky. Il matrimonio provocò la rottura con Sergej Diaghilev e la conseguente espulsione di Nijinsky dai Ballets Russes.

Bronislava scelse il fratello. Lasciò anch’essa la compagnia, dimostrando che il legame familiare non era una semplice dichiarazione sentimentale ma una precisa scelta professionale.

La decisione ebbe conseguenze enormi. Diaghilev aveva costruito attorno a Nijinsky uno dei miti più potenti della cultura europea; perdere contemporaneamente Nijinsky e Bronislava significava perdere non soltanto una stella, ma anche una danzatrice esperta, una collaboratrice e una figura capace di sostenere concretamente il lavoro di una compagnia.

Quando Nijinsky tentò di organizzare una propria attività, Bronislava fu nuovamente accanto a lui. La sua funzione non fu puramente artistica, ma anche organizzativa e pedagogica.

Era una direttrice delle prove rigorosa, una qualità che, con il passare degli anni, avrebbe assunto un peso sempre maggiore nella sua identità professionale.

Ma qui le loro traiettorie cominciano a divergere.

Bronislava aveva sposato nel 1912 il danzatore Alexander Kochetovsky e aveva ormai una famiglia propria. Nel 1914 tornò in Russia, assumendosi anche responsabilità nei confronti della madre.

La guerra, la rivoluzione e la guerra civile avrebbero poi reso quasi impossibile la continuità dei rapporti. Per anni i due fratelli furono separati non soltanto geograficamente, ma dalla catastrofe storica che aveva travolto l’Europa e la Russia.

Quando si ritrovarono nel 1921, il mondo che aveva prodotto il loro straordinario sodalizio non esisteva più.

Ed è proprio allora che il destino artistico di Bronislava diventa particolarmente interessante. Se Vaslav era ormai prigioniero della propria leggenda, Bronislava stava costruendo la propria.

Dal 1921 al 1924 tornò a lavorare con Diaghilev e divenne una delle principali coreografe dei Ballets Russes. In quegli anni avrebbe creato opere decisive come Les Noces, Les Biches e Le Train Bleu.

Qui il rapporto con Nijinsky assume una dimensione diversa. Non si tratta più semplicemente di una sorella che aiuta il fratello. Bronislava prende ciò che aveva appreso da lui — la disarticolazione della grammatica accademica, il valore espressivo del corpo, la centralità del ritmo, la possibilità di trattare il gruppo dei danzatori come una struttura plastica — e lo sviluppa secondo una propria logica.

La grandezza di Nijinska sta anche in questo: non fu un’imitatrice di Nijinsky. Fu una delle artiste che trasformarono quella rivoluzione in una lingua destinata a durare.

Se Nijinsky aveva portato il balletto verso una fisicità arcaica, convulsa, spesso perturbante, Nijinska sviluppò una concezione più strutturale e architettonica del movimento.

In Les Noces, per esempio, il corpo individuale tende a essere assorbito dalla collettività; il gruppo diventa una macchina rituale nella quale il singolo acquista significato attraverso la relazione con gli altri.

È difficile non vedere, in questa concezione, l’eco delle esperienze maturate accanto al fratello durante Jeux e Le Sacre. Ma è altrettanto importante riconoscere che la risposta di Bronislava è autonoma: non ripete Nijinsky, lo interpreta e lo supera.

La stessa Nijinska avrebbe riconosciuto l’influenza decisiva di Jeux e Le Sacre du printemps sulla propria formazione coreografica. È un’affermazione che permette di leggere il loro rapporto non nella categoria sentimentale della nostalgia, ma in quella assai più produttiva della trasmissione artistica.

In questo senso, Vaslav e Bronislava costituiscono quasi due percorsi paralleli della stessa rivoluzione.

Vaslav fu il lampo: brevissimo, abbagliante, irripetibile. La sua carriera coreografica fu concentrata in pochi anni e la sua parabola personale fu segnata dalla malattia mentale, fino al ritiro dalle scene.

Bronislava ebbe invece una traiettoria più lunga e disciplinata. Fu costretta a costruire, lentamente, un’opera che non dipendesse più dalla fama del fratello.

La differenza è essenziale anche dal punto di vista storico. Nijinsky è stato a lungo raccontato come il genio tragico per eccellenza: il danzatore capace di volare, il coreografo dello scandalo, l’artista precipitato nella malattia.

Bronislava appartiene a una storia meno spettacolare e forse per questo più difficile da raccontare: quella di una donna che attraversò rivoluzioni estetiche, guerre, esilio e trasformazioni istituzionali del balletto, mantenendo per decenni una propria pratica artistica.

E tuttavia, fino alla fine, Vaslav rimase una presenza centrale nella sua memoria. Le memorie di Nijinska costituiscono molto più di una biografia del fratello: sono anche il tentativo di salvare un mondo scomparso, quello della famiglia, della scuola imperiale, dei primi anni dei Ballets Russes e di quella straordinaria stagione nella quale due fratelli poterono ancora lavorare l’uno accanto all’altra.

La memoria di Bronislava restituisce Nijinsky non soltanto come mito, ma come fratello, artista, interlocutore e uomo.

È forse questo il punto più profondo del loro rapporto. Bronislava fu una delle pochissime persone che poterono conoscere Nijinsky prima che diventasse interamente Nijinsky: prima della leggenda, prima dello scandalo, prima dell’icona fotografica, prima della malattia.

Lo conobbe nel laboratorio quotidiano della danza, quando un’idea doveva ancora diventare un passo e un passo doveva ancora diventare arte.

E, a sua volta, Nijinsky fu una delle persone che contribuirono a rendere possibile Bronislava Nijinska.

Per questo la loro relazione non dovrebbe essere letta secondo il semplice schema del genio e della sorella. Fu qualcosa di più raro: un rapporto nel quale l’influenza fu reciproca, anche quando la fama non lo fu.

Vaslav diede a Bronislava un accesso privilegiato alla propria rivoluzione; Bronislava contribuì a darle corpo, a conservarne la memoria e, infine, a trasformarla in una nuova grammatica coreografica.

La storia della danza del Novecento, dunque, non passa soltanto attraverso Nijinsky. Passa attraverso i due Nijinsky.

Uno divenne il mito di una rivoluzione durata pochi anni. L’altra ne divenne, per tutta la vita, una delle più lucide eredi.

Ed è proprio questa continuità — più che il loro legame di sangue — a rendere la loro storia una delle grandi vicende intellettuali della danza moderna.

Michele Olivieri

www.giornaledelladanza.com

©️ Riproduzione riservata

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