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Rudolf Nureyev, l’uomo che voleva vivere dentro l’arte

Raccontare Rudolf Nureyev attraverso la danza significa raccontare soltanto una parte del suo rapporto con l’arte.

La danza, per lui, non era un’isola: era piuttosto il centro di una costellazione vastissima, fatta di musica, pittura, scultura, tessuti, moda, architettura, arredamento, fotografia, teatro e scenografia.

Nureyev sembrava avere bisogno di circondarsi di bellezza, ma non di una bellezza ordinata secondo categorie o confini. La cercava ovunque.

Era, prima di tutto, un collezionista. E la sua curiosità aveva qualcosa di insaziabile. Durante i viaggi entrava nelle aste, visitava antiquari, cercava nei negozi e nei souk.

Comprava dipinti, sculture, incisioni, mobili, strumenti musicali, tessuti, tappeti e oggetti di ogni genere.

Non collezionava soltanto per possedere: raccoglieva mondi. Ogni oggetto sembrava poter diventare parte di una geografia personale dell’arte.

Nella sua collezione la pittura occupava un posto particolare. Il Centre national du costume de scène, che conserva una parte importante del patrimonio di Nureyev, osserva come i suoi dipinti fossero caratterizzati soprattutto da ritratti maschili e nudi, in larga parte ottocenteschi.

È una scelta che sembra quasi dialogare con il suo mestiere, ma senza ridursi a esso.

Nureyev conosceva il corpo come strumento della danza: ne conosceva la tensione, l’equilibrio, la forza, la linea.

Nella pittura cercava però qualcosa di diverso dalla semplice perfezione anatomica. Lo attiravano la compattezza delle figure, la presenza fisica, il carattere quasi scultoreo dei corpi.

Come se, dopo aver trascorso una vita a trasformare il corpo in movimento, avesse voluto contemplarlo anche nella sua immobilità.

Accanto ai dipinti c’erano le incisioni, molte delle quali appartenenti ai secoli XVI-XVIII.

E qui emerge un altro aspetto affascinante del suo gusto: nella sua raccolta le immagini legate direttamente alla danza erano pochissime.

Nureyev non cercava semplicemente opere che parlassero del suo mondo professionale. Cercava l’arte per ciò che era, per la sua capacità di evocare epoche, luoghi, corpi, architetture, teatri.

Tra le opere conservate figurano, per esempio, le incisioni di Matthäus Küsel tratte dai disegni di Ludovico Burnacini per Il fuoco eterno custodito dalle Vestali, oltre a quelle di Charles-Antoine Coypel dedicate al Don Chisciotte.

Sono opere che riportano ancora una volta verso il teatro: verso quello spazio in cui pittura, architettura, costume, musica e movimento diventano una sola forma spettacolare.

La musica fu una delle grandi passioni di Nureyev. Non semplicemente il necessario accompagnamento della danza, ma una forma d’arte autonoma, capace di attraversare tutta la sua sensibilità.

La sua musicalità era una delle caratteristiche più riconoscibili del suo modo di danzare: sapeva trasformare in gesto le sfumature della partitura.

Ma il suo interesse andava oltre l’interpretazione. Nureyev arrivò a coltivare l’idea di dirigere un’orchestra e, negli anni Settanta, fu incoraggiato anche da direttori come Karl Böhm, Herbert von Karajan e Leonard Bernstein.

Nel 1990 intraprese infine l’attività di direttore d’orchestra, affrontandola con la stessa intensità con cui aveva affrontato la danza.

Anche gli strumenti musicali entrarono nella sua collezione. La musica, dunque, non viveva soltanto nei teatri: abitava le sue case, insieme ai dipinti, ai mobili, ai tessuti e agli oggetti che aveva raccolto nel corso degli anni.

Forse è proprio il teatro il luogo in cui tutte le passioni artistiche di Nureyev riescono a incontrarsi.

La scenografia, il costume, la luce, la musica, l’architettura dello spazio, la presenza fisica dell’interprete: tutto concorre alla creazione di un mondo. Nureyev era naturalmente attratto da questa fusione.

Non sorprende, quindi, la sua amicizia e collaborazione con Ezio Frigerio, scenografo con il quale lavorò in alcuni dei suoi più celebri balletti.

Anni dopo la morte di Nureyev, fu proprio Frigerio, insieme a Giuliano Spinelli, a progettare la scenografia dello spazio permanente dedicato alla sua collezione al CNCS di Moulins.

È come se la sua idea di arte avesse continuato ad esistere anche nella disposizione delle cose che aveva amato.

Anche l’abbigliamento, per Nureyev, non era un dettaglio.

Il suo rapporto con la moda iniziò a definirsi già con l’arrivo a Parigi nel 1961 e proseguì attraverso le diverse fasi della sua vita.

Nel suo guardaroba entrarono abiti e creazioni di grandi maison, insieme a capi provenienti da tradizioni completamente differenti: pelle, pellicce, scialli, kimono, abiti cinesi, caftani.

Ma la sua passione più profonda sembrava riguardare il tessuto in sé.

Seta, cashmere, broccati, damaschi: Nureyev acquistava tessuti durante i suoi viaggi e li portava nelle sue abitazioni.

E soprattutto amava i tappeti, in particolare i kilim provenienti dal Caucaso e dall’Asia centrale. Alla fine della sua vita ne possedeva centinaia.

È un particolare quasi poetico: l’uomo che aveva costruito la propria arte sul movimento dei piedi era anche un collezionista appassionato di superfici sulle quali quei piedi potevano posarsi.

Nureyev non collezionava soltanto oggetti: costruiva ambienti. Le sue abitazioni diventavano scenografie private, luoghi nei quali epoche, culture e materiali differenti convivevano. Dipinti e sculture potevano incontrare mobili antichi, lampadari, strumenti musicali, tessuti orientali e costumi.

La sua estetica era ricca, talvolta opulenta, certamente eclettica. Christie’s, raccontando la dispersione della sua collezione, ha restituito l’immagine di un uomo capace di riempire gli spazi con una quantità straordinaria di opere e oggetti, dai dipinti antichi alle sculture, dai tessuti agli strumenti musicali.

La sua casa, in questo senso, poteva diventare un’altra forma di autoritratto.

Non un autoritratto dipinto, ma costruito attraverso le cose scelte: un mobile, un tessuto, una scultura, un quadro, un oggetto trovato dall’altra parte del mondo. Ogni elemento raccontava una preferenza, una curiosità, una memoria.

C’è infine qualcosa che unisce quasi tutte le passioni artistiche di Nureyev: il viaggio.

Le incisioni con vedute di città e monumenti, i tessuti asiatici, i kilim, i kimono, i caftani, gli oggetti acquistati nei souk, le opere provenienti da epoche lontane: nella sua collezione ritorna continuamente il desiderio di attraversare culture diverse.

Nureyev sembra aver avuto bisogno di portare con sé ciò che incontrava. Non soltanto ricordi, ma forme, colori, materiali, immagini.

In questo senso la sua collezione può essere letta come una sorta di autobiografia senza parole. Non racconta cronologicamente la sua vita; racconta ciò che il suo sguardo ha scelto.

E forse è proprio questo il modo più interessante di avvicinarsi a Nureyev al di fuori della danza: osservare non l’artista che sale sul palcoscenico, ma l’uomo che, una volta sceso, continua a cercare arte.

La cercava nei musei e nelle aste, nei teatri e nei mercati, nella musica e nella pittura, nel corpo umano e nei tessuti, negli abiti e negli interni.

La cercava nelle forme antiche e nelle culture lontane. La cercava persino negli oggetti quotidiani, quando questi possedevano abbastanza carattere da trasformare uno spazio.

Michele Olivieri

www.giornaledelladanza.com

©️ Riproduzione riservata

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