Nel ricordare Beppe Menegatti, nel giorno dell’anniversario della sua nascita, la prima immagine che viene alla mente non è forse quella dell’uomo che si mette in posa davanti a un obiettivo.
È piuttosto quella di un uomo di teatro: attento, curioso, immerso nel lavoro, con gli occhi rivolti alla scena e a ciò che sulla scena stava per accadere.
Perché Menegatti è stato soprattutto questo: un regista innamorato del teatro e della danza, un uomo che ha attraversato per decenni il mondo del balletto cercando di restituirgli una dimensione narrativa, umana, drammatica.
Era nato a Firenze nel 1929 e la sua formazione si era sviluppata nel cuore della grande cultura teatrale italiana. L’incontro professionale con Luchino Visconti rappresentò una tappa fondamentale: accanto a uno dei maggiori registi del Novecento imparò il rigore della costruzione scenica, il valore della parola ma anche quello del silenzio, l’importanza di ogni dettaglio.
Una lezione che avrebbe portato con sé quando la danza divenne sempre più il centro del suo lavoro.
Menegatti non guardava al balletto soltanto come a un’arte di movimento. Lo considerava teatro. E in questa parola c’era tutta la sua idea di regia.
Il corpo del danzatore doveva raccontare, la musica doveva avere una funzione drammatica, la scenografia non essere un semplice fondale e ogni gesto doveva nascere da una necessità espressiva.
La tecnica era indispensabile, naturalmente, ma da sola non bastava. La perfezione di un passo non poteva emozionare se dietro quel passo non c’era un personaggio, una storia, un sentimento.
È forse per questo che l’incontro con Carla Fracci fu così importante. Si conobbero alla Scala, quando lei era ancora una giovane ballerina e lui aveva già maturato esperienze significative nel teatro.
Quella che all’inizio poteva sembrare soltanto una coincidenza destinata a perdersi nel lungo elenco degli incontri artistici diventò invece una delle più importanti alleanze della danza italiana.
Nel 1964 si sposarono e da allora le loro esistenze rimasero unite da un legame nel quale amore e lavoro, vita privata e palcoscenico, finirono spesso per confondersi.
Ma raccontare Menegatti soltanto come il marito di Carla Fracci sarebbe riduttivo. La sua identità artistica esisteva prima dell’incontro con la ballerina e continuò a svilupparsi attraverso una ricerca personale.
La Fracci fu certamente la grande interprete con la quale condivise la parte più importante del proprio percorso, ma Menegatti fu anche un regista che lavorò sulla danza con una propria sensibilità e che contribuì a costruire intorno agli interpreti un universo teatrale.
Con Fracci affrontò il grande repertorio e, nello stesso tempo, cercò personaggi che potessero mettere in luce il lato più drammatico e teatrale della ballerina. Giselle, Ofelia, Medea, Giulietta, Titania: figure diverse, lontane fra loro, che attraverso la danza diventavano occasioni per esplorare la fragilità, la passione, la follia, l’amore, la perdita.
Era una ricerca che andava oltre il virtuosismo e che chiedeva all’étoile di essere anche attrice.
Questa fu una delle caratteristiche più interessanti del lavoro di Menegatti. Non sembrava accontentarsi della bellezza del movimento.
Cercava ciò che accadeva prima e dopo il movimento, il significato nascosto in un gesto, la tensione di uno sguardo, il silenzio di un personaggio. In altre parole, cercava nell’interprete l’essere umano.
La sua regia nasceva da una cultura teatrale ampia. Non considerava il balletto un mondo chiuso, separato dalla prosa o dall’opera. Al contrario, lo vedeva come un territorio nel quale le diverse arti potevano incontrarsi.
La musica, la luce, i costumi, la scenografia, la recitazione e la coreografia dovevano dialogare. È questa visione a spiegare il suo lungo rapporto con spettacoli e progetti che attraversavano generi e linguaggi diversi.
E c’era un’altra idea alla quale Menegatti sembrò rimanere fedele: quella di una danza non riservata esclusivamente ai grandi teatri.
Nel corso della sua attività, insieme a Fracci, portò il balletto anche lontano dai palcoscenici più prestigiosi, incontrando pubblici diversi e contribuendo a diffondere una cultura della danza che non fosse patrimonio di pochi.
Era un modo concreto di intendere il teatro come servizio alla comunità, come possibilità di incontro e non come rito per iniziati.
Nel suo percorso incontrò generazioni di artisti. Alcuni erano già affermati, altri ancora giovani e desiderosi di trovare la propria strada.
Menegatti ebbe la capacità di riconoscere il talento e, in diversi casi, di offrire occasioni importanti a interpreti che avrebbero poi costruito carriere di primo piano.
Anche questa è una forma di eredità: non soltanto ciò che un artista realizza personalmente, ma ciò che permette agli altri di realizzare.
La sua lunga storia con la danza si sviluppò anche attraverso il lavoro istituzionale e i grandi palcoscenici italiani, in particolare negli anni legati al Teatro dell’Opera di Roma e all’attività di Carla Fracci.
Furono anni nei quali il balletto cercava continuamente un equilibrio fra la forza della tradizione e il bisogno di rinnovarsi.
Menegatti apparteneva a una generazione che conosceva profondamente il repertorio ma che non aveva paura di rileggerlo, di affrontarlo con occhi nuovi, di restituirgli una diversa intensità teatrale.
In tutto questo, la presenza di Carla rimase centrale. Lei era sul palco, lui dietro le quinte. Lei dava un corpo al personaggio, lui contribuiva a costruire il mondo nel quale quel personaggio poteva esistere.
Non era una divisione rigida dei ruoli, perché nel teatro le idee si contaminano continuamente. Una scelta scenica può nascere da una prova, un gesto suggerire una diversa regia, un confronto trasformare completamente una scena.
La loro fu una collaborazione lunga una vita proprio perché fondata su questo dialogo.
Quando Carla Fracci morì, nel maggio del 2021, venne meno per Menegatti non soltanto la compagna di una vita, ma anche la presenza con la quale aveva condiviso una parte irripetibile del proprio percorso artistico.
Dopo quasi sessant’anni insieme, il silenzio lasciato da Carla doveva essere qualcosa di difficile da immaginare. La sua assenza significava anche l’assenza di una complice, di un’interprete, di una persona con la quale aveva condiviso infinite prove, spettacoli, viaggi, discussioni e progetti.
Menegatti sarebbe morto poco più di tre anni dopo, nel settembre del 2024. Se ne andò lasciando una storia personale profondamente intrecciata alla storia della danza italiana, ma anche un patrimonio artistico che merita di essere osservato oltre la leggenda della coppia.
Perché Beppe Menegatti appartiene a quella categoria di artisti il cui lavoro rischia di essere dimenticato proprio perché avviene in gran parte lontano dagli applausi.
Il regista non è sempre al centro dell’immagine. Non riceve la stessa attenzione dell’étoile, non ha la fisicità del danzatore, non lascia dietro di sé la memoria immediata di un gesto.
Eppure è lui, insieme agli altri artefici dello spettacolo, a creare il mondo nel quale quel gesto può acquistare significato.
Ed è forse questa la ragione per cui oggi vale la pena ricordarlo soprattutto attraverso la danza. Non soltanto per gli spettacoli realizzati, non soltanto per il lungo sodalizio con Carla Fracci, ma per l’idea che aveva del balletto: un’arte capace di parlare all’intelligenza e al cuore, di unire disciplina e libertà, tecnica ed emozione.
Un’arte nella quale il corpo non è mai soltanto corpo, perché può diventare memoria, desiderio, dolore, amore.
La danza, del resto, ha una caratteristica che la rende diversa da ogni altra forma d’arte: esiste nel tempo e poi scompare.
Un passo non può essere conservato davvero, un salto non può essere ripetuto identico, un’interpretazione appartiene per sempre all’istante nel quale è avvenuta.
Restano le fotografie, i filmati, i programmi, i racconti. Ma soprattutto resta la memoria di chi l’ha vista.
È forse anche per questo che la figura di Menegatti continua ad avere un posto nella storia del balletto. Perché una parte del suo lavoro vive proprio in ciò che la danza lascia dietro di sé quando il sipario si chiude. Vive nelle immagini di Carla Fracci e degli artisti con cui ha lavorato, nelle storie che ha contribuito a portare sulla scena, nella possibilità che un personaggio sia stato più vero, più umano, più vicino al pubblico grazie al suo sguardo.
E allora, nel giorno della sua nascita, più che pensare a un anniversario viene da pensare a una scena. Il teatro è quasi buio. In platea il pubblico aspetta. Dietro il sipario tutto è pronto. Qualcuno controlla ancora un dettaglio, una luce, un’entrata. Poi la musica comincia e un danzatore appare.
In quell’istante il regista scompare, come deve scomparire chi lavora dietro le quinte. Rimane la danza.
Ma se quella danza riesce ancora a emozionare, a raccontare, a farci dimenticare per qualche minuto il mondo fuori dal teatro, allora anche chi l’ha resa possibile continua, in qualche modo, a esserci.
Ed è forse questo il modo più vero per ricordare Beppe Menegatti: non con il sipario chiuso, ma con una scena ancora illuminata, un corpo che danza e quella magia che lui, per tutta la vita, ha cercato di trasformare in teatro.
Michele Olivieri
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