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Addio a Sir Richard Alston, il grande coreografo britannico

Ci sono coreografi che costruiscono spettacoli e altri che, nel corso della loro vita, finiscono per costruire una parte della storia della danza.

Sir Richard Alston apparteneva alla seconda categoria.

È morto il 7 settembre 2026, a 77 anni, nella sua casa, dopo un periodo di malattia. Con lui scompare una delle figure più importanti della danza contemporanea britannica degli ultimi cinquant’anni, ma soprattutto un artista che ha sempre difeso una convinzione semplice e profondissima: la danza non ha bisogno di spiegare la musica, deve renderla visibile.

Alston era nato nel Sussex nel 1948. Il suo primo percorso, curiosamente, non sembrava destinato alla danza: studiò arte e teatro prima di entrare alla London School of Contemporary Dance.

Poi arrivò l’incontro con la danza americana e, in particolare, con Merce Cunningham, che studiò a New York. Da Cunningham raccolse una lezione fondamentale, ma senza mai diventare un epigono: la trasformò in un linguaggio personale, fatto di precisione, libertà, musicalità e straordinaria attenzione alla qualità del movimento.

Nel 1972 fondò Strider, una delle prime esperienze indipendenti della danza contemporanea britannica. Fu l’inizio di un percorso nel quale Alston avrebbe contribuito a cambiare profondamente il panorama della danza inglese, lavorando con compagnie e artisti di primo piano.

Con Rambert, prima come coreografo residente e poi come direttore artistico dal 1986 al 1992, lasciò un’impronta particolarmente forte, accompagnando la compagnia in un’importante fase di trasformazione.

Ma forse il cuore della sua poetica va cercato altrove: nel suo rapporto con la musica.

Bach, Monteverdi, Britten, Steve Reich, il jazz. Alston ascoltava la musica e sembrava entrarvi dentro, cercando non tanto una storia da raccontare quanto il movimento già nascosto nelle note. La musica, per lui, non era una colonna sonora: era la struttura stessa della coreografia.

È questo che rende ancora oggi così riconoscibile il suo lavoro. La sua danza poteva essere sofisticata senza diventare cerebrale, rigorosa senza perdere leggerezza, elegante senza mai scivolare nel decorativo.

C’era una particolare attenzione ai piedi, alla schiena, alle linee del corpo, ma soprattutto una straordinaria capacità di lasciare respirare il movimento.

Nel 1994 fondò la Richard Alston Dance Company, con la quale avrebbe portato le sue coreografie sui palcoscenici internazionali.

Parallelamente, il suo lungo rapporto con The Place, di cui fu direttore artistico dal 1994 al 2020, lo rese una figura fondamentale anche nella formazione e nella crescita di nuove generazioni di danzatori e coreografi.

Ed è forse proprio questa una delle eredità più preziose che lascia: non soltanto le sue coreografie, ma le persone che ha formato. Chi ha lavorato con lui racconta infatti un uomo lontano dall’immagine del coreografo distante e autoritario.

Alston aveva fama di essere generoso, curioso, ironico e profondamente interessato agli artisti con cui lavorava. Negli ultimi anni continuò a dedicare tempo ai giovani, sostenendone la creatività e incoraggiandoli a trovare una propria voce.

Nel 2019 arrivò il riconoscimento più alto, con la nomina a Knight Bachelor per i suoi servizi alla danza. Ma probabilmente il titolo di Sir racconta meno di quanto raccontino i suoi lavori e il ricordo lasciato nei suoi danzatori.

La sua compagnia ha terminato l’attività nel 2020, ma Alston non ha mai veramente smesso di essere un uomo di danza. Ha continuato a insegnare, osservare, creare, seguire gli artisti più giovani. Fino agli ultimi mesi è rimasto legato a quel mondo che aveva contribuito a trasformare.

Oggi, pensando alla sua lunga carriera, viene naturale parlare di eredità. Ma forse per Alston la parola più giusta è continuità.

Perché una coreografia finisce, il sipario si chiude, il danzatore lascia il palcoscenico. Ma quando un artista riesce a insegnare a intere generazioni come ascoltare con il corpo, allora qualcosa rimane.

E Sir Richard Alston ha lasciato proprio questo: una danza capace di ascoltare.

Una danza che non aveva bisogno di raccontare la musica, perché riusciva semplicemente a farla vedere.

Michele Olivieri

www.giornaledelladanza.com

©️ Riproduzione riservata

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