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Andrea Cagnetti: “Una forte struttura interna è fondamentale per il processo creativo”

- A. Cagnetti -

Andrea Cagnetti, danzatore e coreografo, per anni direttore della Compagnia Ars Movendi, in seguito direttore della Compagnia Oriolo Romano B side,  promotore di molteplici iniziative a favore della danza, tra cui Cultural Bridge, Limen ed altri, ideatore di un corso per diventare coreografi che ha visto la luce proprio in questi giorni, si racconta al giornaledelladanza.com

Gli sviluppi del Suo percorso artistico negli ultimi anni…

Dal Natale 2008 ho iniziato una trasformazione interna che mi ha portato a tanti e drastici cambiamenti nella mia vita. Sentivo che tutti i risultati raggiunti, le gratificazioni e i riconoscimenti, oltre a rendermi orgoglioso, mi bloccavano. Erano diventati la mia identità pubblica e inibivano completamente quella mia qualità che mi aveva portato fino a lì: la curiosità, l’essere duttile, il nutrirmi di nuove esperienze. In altre parole, mi sentivo fossilizzato. Così ho deciso di esplorare il mio mondo interno senza il condizionamento del presente e ho scoperto nuovi desideri. Ho iniziato a studiare la comunicazione e la creatività in modo scientifico iscrivendomi allo IED di Roma in un corso per diventare Copywriter e Art Director, poi ho seguito dei corsi di comunicazione e ascolto efficaci diretti dal maestro Piero Capodieci. Ho iniziato un profondo percorso di psicoanalisi. Per arrivare a specializzarmi anche come chef al Gambero Rosso. Tutta questa premessa per dire che negli ultimi sei anni ho lasciato che il concetto di coreografia maturasse e si arricchisse di nuove esperienze, fortificando quelle intuizioni che avevo negli ultimi tempi dell’ARSmovendi. Oggi mi sento in grado di fornire degli strumenti utili e necessari per costruire un’idea e renderla fruibile attraverso il movimento del corpo.

Un corso per diventare coreografi, un’iniziativa originale mirata ad un obiettivo didattico?

“Diventare coreografi” è, prima di tutto, un corso che lavora a livello intrapsichico nell’aspirante coreografo. Chi decide di percorrere questa strada artistica usa il corpo per comunicare, e, se è vero che il movimento appartiene a quella prima fase comunicativa dell’essere umano chiamata “non verbale”, quindi forte di un’autenticità e di un’efficacia empatica unica, è anche vero che il percorso: sensazioni percepite dal corpo, elaborazione di queste per conto del cervello in emozioni e restituzione del vissuto attraverso il gesto, nell’artista del movimento trovano poco spazio il processo creativo e l’attribuzione delle emozioni e dell’espressione artistica ad un argomento distante dal proprio Io. È difficile per un coreografo non parlare di sé e soprattutto non ridurre il proprio concetto di danza ad uno stile che lo rappresenta nella società. Grazie ai miei ultimi studi in psicologia e alla mia collaborazione come docente in gruppo di ricerca della S.I.P.P. (Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica) ho affinato un metodo per rendere consapevole il futuro coreografo di questo limite mentale. In un secondo momento si studia la costruzione di un’idea, di un concept, la creazione di un gesto efficace attraverso la caratterizzazione della drammaturgia, lo studio motivazionale e le regole espressive dello spazio e del corpo. La coreografia non “può” essere insegnata, ma deve essere insegnata come una altra qualsiasi forma di artigianato. Purtroppo in Italia la danza fa parte del mondo delle favole, si cerca di affascinare gli allievi con lezioni fumose e non si tende a lavorare in modo puramente efficace. Così anche la trasformazione del danzatore in coreografo sembra poter avvenire per magia.

Lei crede che diventare coreografi sia un processo che possa passare per un percorso didattico/tecnico o non si tratta piuttosto di una vocazione?

Sicuramente per avvicinarsi ad una qualsiasi forma d’arte è necessario essere mossi da una profonda e autentica vocazione. Ma, come per ogni altra forma d’arte, ci si deve formare tecnicamente e si deve arricchire la propria sensibilità. Ritengo che la possibilità di diventare Artisti con la “a” maiuscola come coreografi, come in altre forme d’arte, dipenda maggiormente dalla struttura neuronale del cervello prima, dal proprio vissuto adolescenziale poi e soprattutto. Riconosco nelle mie qualità creative le forti basi ricevute dalla mia famiglia: l’educazione alle emozioni che ho ricevuto, le tante esperienze in giro per il mondo e l’educazione alla sensibilità all’arte. La formazione di una forte struttura interna è fondamentale per far sì che l’individuo possa elaborare il giusto processo creativo fino ad emozionare con il proprio messaggio. Ma tutto questo non è possibile se non si studia il linguaggio del corpo, non come semplice tecnica o esaltazione dell’estetica, ma come efficacia espressiva. Le regole della scena e dello spazio compositivo. Il rapporto ritmico del tempo e dello spazio. Tante regole assodate che rendono il messaggio chiaro e intenso, come sono necessarie le regole grammaticali e di sintassi nella scrittura.

La differenza tra disciplina e istinto creativo?

Non credo assolutamente che la creatività appartenga ad un processo istintivo. Chi si illude di essere fantasioso o con un talento creativo, altro non fa che elaborare il proprio vissuto in modo poco consapevole. Le esperienze vissute come i tasselli di un puzzle assemblati in modi diversi per ottenere nuove figure. Un meccanismo mentale che ritorce il sentiero produttivo della mente sempre verso se stessi. La creatività è una disciplina. Trovo che sia molto interessante sapere che la regione del cervello dedita alla creatività è la stessa che tende a criticare e ad avere un atteggiamento di lamento. Come per un interruttore, o si sta sull’atteggiamento creativo o su l’atteggiamento distruttivo. Le regole prime delle tecniche creative del “brainstorming” o della creatività laterale sono basate sul non giudizio. Si deve partecipare al processo creativo tenendo da parte il proprio ragionamento, le proprie esperienze, che ti fanno distinguere il giusto dallo sbagliato. La strada che porta ad una produzione creativa è una scalinata, tanto più sono bassi i gradini tanto più lontani ci porterà la scalinata e il raggiungimento dell’idea deve essere frutto di una collaborazione. Non è importante chi arriverà a cogliere la mela, chi compierà l’ultimo step. È importante il lavoro di squadra.

Come si sviluppa il corso?

È un percorso lungo. Ma che lascia spazi di riflessione. Sabato 9 maggio il corso è stato    presentato al Centro Accademico di Danza di Federica Olmi a Cecina. Poi in altri centri italiani. A Cecina inizieremo a ottobre e per tutta la durata dell’anno accademico 2015/2016 ci incontreremo per una domenica al mese. In questo modo ai partecipanti verranno forniti degli strumenti e delle informazioni che potranno metabolizzare durante le proprie esperienze coreutiche e non, nel periodo tra un incontro e l’altro. La prima fase del corso mira a trasformare l’atteggiamento mentale. Una volta aver rielaborato il concetto di motivazione e processo creativo, si inizia lo studio per costruire un idea e renderla concept. Si impara a caratterizzare il messaggio in un genere: horror, sarcastico, drammatico, etc. Si definisce la struttura più efficace e poi si entra nello studio della qualità del gesto, nella drammaturgia del corpo e dello spazio. Durante il percorso produttivo si insegna ad aprire delle finestre a quelle possibilità che rendono il prodotto unico e forte di una energia vitale che lo arricchisce. I partecipanti potranno essere accolti, una volta formati, nell’E.C.O. l’European Choreographic Organization. L’organizzazione di promozione della danza a livello internazionale diretta dal M° Renato Greco e di cui io sono un responsabile. Seguo i ragazzi anche nel loro percorso di avvicinamento al mondo professionale, come sto già facendo con la coreografa Cristina Pitrelli, con la quale sto elaborando un’idea di uno spettacolo da inserire nei circuiti professionali e alla quale sto spiegando come si deve muovere per creare una sua  compagnia di danza.   

Le sue finalità specifiche?

Le finalità sono da leggere nelle mie motivazioni, nell’origine: voglio dare un importante contributo alla evoluzione della danza in Italia. Per fortuna io ho costruito la mia identità professionale. A 16 anni ho deciso il nome della mia compagnia ARSmovendi e ho deciso che sarei stato coreografo. Quindi, nonostante stessi per concludere i cinque anni del liceo scientifico, ho preferito passare al liceo artistico per sensibilizzarmi alle arti. Una volta diplomato, sono andato a perfezionare la formazione nella danza presso il Centro Internazionale di Danza Rosella Hightower a Cannes. Parallelamente, ho arricchito il vocabolario del movimento studiando arti marziali, yoga, ginnastica artistica. Mi sono aperto professionalmente a tante esperienze, passando dal balletto classico, al funky, al modern, al contemporaneo fino alla danza contemporanea giapponese. Ma mi sono sentito realizzato nella mia formazione da coreografo solo dopo aver seguito la scuola del Teatro del Movimento di Jacques Lecoq a Parigi, dove ho avuta la fortuna di poter partecipare al L.E.M., il laboratorio dello studio del movimento dove il movimento rappresenta il termine comune a diverse forme d’arte e dove artisti di livello già riconosciuto collaborano in team. Questa mia formazione oggi è arricchita dall’uomo. Sono cresciuto e ho maturato un mio pensiero chiaro e forte che voglio divulgare come punto di partenza per nuovi coreografi consapevoli.

A chi è rivolto nello specifico il progetto?

I ragazzi oggi hanno Internet. Questo consente loro di informarsi più facilmente e di viaggiare con costi ridotti. Comunicare con amici lontani e assicurarsi un appoggio. Esistono tra i giovani menti lucide e consapevoli del fatto che la danza vista nei teatri italiani è povera. È povera di idee, senza struttura, e soprattutto, quando si parla di danza contemporanea e di danza di ricerca, troppo spesso ci si imbatte in spettacoli noiosi e tristi, in cui il male sociale è l’argomento più gettonato. Esistono giovani motivati che hanno voglia di dire altro con la danza e in modo diverso. Giovani che nutrono un rispetto reverenziale nei confronti della coreografia e sono umili. Questi giovani esistono ma sono veramente pochi. Il progetto è rivolto a quei pochi che, oltre a queste caratteristiche, hanno anche la forza di mettere in gioco se stessi, le proprie emozioni, le proprie esperienze e soprattutto che decidono di arrivare lontano, ma non per fama, ma per capacità. Il successo è una conseguenza.

Tradizione o innovazione?

Tradizione e innovazione. Mi viene da ridere, perché questa domanda mi induce a rispondere ponendomi nelle vesti da chef. Quindi sarò un coreografo vestito da cuoco o forse un cuoco in calzamaglia. Ritengo che la tradizione debba appartenere a tutti. È inevitabile: rappresenta le nostre origini e per evolvere è indispensabile sapere chi siamo. L’innovazione per me rappresenta l’autenticità. È fondamentale nella vita – e quindi nell’arte – essere fedeli a se stessi. Ognuno di noi appartiene alla società e la società è in continua trasformazione. Per innovazione spesso si intende il continuo e ossessivo bisogno di rinnovarsi di presentare novità; un desiderio artistico molto vicino al perverso: “famolo strano”. Per me innovazione vuol dire ascoltare il presente e proporre una sensibile interpretazione aggiornata delle nuove dinamiche. L’innovazione è una conseguenza naturale della quale non si può far a meno se si è vivi.

Cos’è la sperimentazione per Lei?

La sperimentazione è sia una necessità che un arricchimento. Una necessità basilare quando si tratta un nuovo lavoro. L’onestà dell’artista deve cominciare dall’approccio con il nuovo argomento da trattare. Si devono mettere da parte tutti i prodotti creati in passato e utilizzare solo l’esperienza che lo ha portato a quel suo nuovo livello professionale. Poi esiste una ricerca personale, una sperimentazione che si può seguire quando non si ha una commissione. Per l’artista rappresenta un arricchimento dell’uomo e dell’artigiano. Un percorso che va a braccetto con la propria evoluzione personale. Si indaga nel proprio intimo e ci si libera del proprio vissuto passato per aprirsi al nuovo. Anche frequentando diverse forme d’arte. Nuove persone. Diverse culture, nuove letture. Per esempio io attualmente sto leggendo dei testi di psicoanalisi che trattano le emozioni e mi sto dedicando alla fotografia.

Secondo Lei un coreografo deve essere necessariamente anche un interprete? Interprete delle proprie creazioni? Spesso mi sono ritrovato ad interpretare alcuni miei lavori. La differenza è notevole e in netto vantaggio quando il coreografo è solo fuori dalla scena. Si riesce a lavorare con maggiore consapevolezza e la creatività ne giova. Il coreografo non utilizza dei colori o delle note per comporre il suo messaggio. Fa riferimento a delle persone. Quindi deve entrare in una profonda empatia con gli interpreti e ha la responsabilità di tirar fuori dai loro corpi il meglio. Direi che il coreografo sì, deve essere interprete dei suoi interpreti, ossia si deve calare nelle vesti di ogni singolo danzatore. Conoscere la sua esperienza, il suo carattere, la sua identità più intima e regalare alla sua persona la miglior interpretazione utile allo scopo finale del progetto. Nel rapporto coreografo danzatore esiste una personale sperimentazione che deve essere messa al servizio del complesso sistema rappresentato dall’intero spettacolo. 

Il suo personale approccio coreografico?

Oggi il mio approccio coreografico parte da una profonda conoscenza del performer. Instauro un dialogo intimo fino a raggiungere e sfiorare le corde sensibili del proprio Io privato. Questo viaggio al centro dell’altro mi è necessario per plasmare la motivazione al gesto. Quindi studio un metodo personalizzato perché l’artista riesca ad esperire le proprie emozioni, i propri stati d’animo nel modo più autentico. Colloco la qualità del movimento in un contesto creativo che contribuisca ad esaltarne il messaggio.

Ritiene che attualmente la coreografia possa essere realmente veicolo di significati innovativi?

Ritengo che l’arte in genere precorra i tempi e sia il riflesso della realtà. Come ho accennato prima, l’arte del movimento in particolar modo, rappresenta una forza ed una efficacia strettamente legate all’individuo. Oggi si legge nei prodotti coreutici la frammentazione sociale, la distrazione sociale dalle emozioni. L’incapacità di essere semplicemente se stessi. Una vera piaga che inquina il quotidiano. Nel panorama coreutico attuale si tende a riportare ogni tema, ogni argomento, ogni messaggio ad uno stile. Quello stile patologicamente necessario al coreografo per sentire di esistere. Quello stile grazie al quale si è riconoscibili. Esigenza manifesta quando non si sente e forse non si ha una propria struttura interna sufficiente ad avere un ruolo sociale. Si cercano adepti, seguaci. L’aria intorno ad un coreografo è avvelenata dal fanatismo. O si è con lui o si è contro di lui. Non esistono le collaborazioni, il dialogo, l’apertura mentale ad un saper accogliere il pensiero e l’identità dell’altro. Deve essere tutto forzatamente riconducibile a se stessi. Questo in un certo senso è terribile. Ma come ho scritto precedentemente, rappresenta la realtà in cui viviamo. Quindi, anche se inconsapevolmente, rappresenta significati innovativi. Nelle sue dinamiche interne. Mostra quel grave problema definito nell’individuo Borderline. 

Progetti futuri…

Futuri e in fieri. Oltre al progetto didattico “Diventare coreografi”, di cui ho potuto scrivere e che spero si possa divulgare in più centri riconosciuti dalla danza che ha un reale interesse di evolvere, sto già lavorando ad un progetto artistico mio personale intitolato Limen. “Limen” in latino vuol dire confine, ma anche soglia. È un lavoro che realizzo con singole performer. Mi interessa il concetto legato all’intimo femminile. Penso che ogni donna abbia un suo mondo interno complesso e sofisticato. Questa complessità, a causa di incurie sociali troppo spesso e troppo facilmente si trasforma in complicanza. La paura di conservare intatto il proprio mondo interno porta la donna ad una sua non manifestazione. Una condizione sociale riduttiva e frustrante. Con Limen ho la presunzione di creare una profonda e sensibile empatia con la donna, prima di incontrare la performer, e con lei lasciare che si manifestino le qualità psicologiche ed emozionali più protette. Come per un’oasi dell’Io. Un luogo in cui è possibile. Realizzo una vera e propria installazione che rappresenti in purezza la suggestione da manifestare. L’installazione è per me il set fotografico dove con la mia sensibilità e la mia Nikon colgo sulla pelle e nella composizione visiva quella elettricità che ne conferisce la qualità espressiva. In un futuro sempre più vicino intendo realizzare il ME, Meal Entertainment. Un ristorante centro d’arte nella Tuscia. Un luogo sul modello del MAXXI e dell’Auditorium Parco della Musica dove le famiglie con i bambini posso passare il loro tempo libero, mangiare e nutrire l’anima con la sensibilità artistica. Ci saranno laboratori creativi, mostre, installazioni, concerti, oltre alla possibilità di emozionarsi mangiando i miei manicaretti. La mia “mission” è restituire alle emozioni un ruolo importante nella crescita dell’individuo.

 Lorena Coppola

www.giornaledelladanza.com

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