
Entrare nel repertorio classico accademico è come varcare la soglia di una biblioteca viva, dove i volumi non sono fatti di carta ma di corpi, musica e memoria.
Ogni balletto è un capitolo inciso nella storia del teatro, un racconto che attraversa i secoli e continua a respirare attraverso chi lo danza.
Il viaggio può iniziare con la purezza eterea de La Sylphide, dove il Romanticismo prende forma in un tutù impalpabile e in un amore impossibile. Qui la tecnica accademica si piega alla poesia: l’elevazione non è solo fisica, ma spirituale. Le punte diventano il mezzo per sfiorare l’irreale, mentre il gesto si fa sussurro.
Proseguendo, si approda all’equilibrio perfetto tra forma e sentimento de Giselle. Nel primo atto vibra la gioia contadina, nel secondo domina l’ombra delle Villi. È un banco di prova assoluto per l’interprete: tecnica cristallina, musicalità raffinata e una maturità espressiva capace di trasformare la danza in tragedia.
Il viaggio si amplia poi nei fasti imperiali di Il lago dei cigni, dove la simmetria del corpo di ballo riflette un ideale di armonia quasi architettonica. Il doppio ruolo di Odette/Odile rappresenta l’essenza stessa del repertorio accademico: controllo e seduzione, fragilità e virtuosismo, lirismo e brillantezza tecnica in un equilibrio sottilissimo.
E ancora, la scintillante precisione de La Bayadère, con il celebre Regno delle Ombre, dove la ripetizione geometrica delle linee crea un’immagine ipnotica, quasi metafisica. Qui il corpo diventa calligrafia nello spazio, e ogni arabesque è un segno tracciato nell’aria.
Ma il repertorio classico accademico non è solo conservazione: è trasmissione.
Ogni variazione studiata alla sbarra, ogni adagio affrontato con disciplina quotidiana, è un dialogo silenzioso con generazioni di maestri e interpreti.
La tecnica codificata — le cinque posizioni, l’en dehors, la pulizia del port de bras — non è una gabbia, bensì una grammatica. E come ogni lingua viva, si rinnova attraverso chi la parla.
Viaggiare in questo repertorio significa comprendere che il virtuosismo non è fine a sé stesso: è lo strumento per raccontare.
Dietro ogni fouetté c’è una storia, dietro ogni salto una tensione drammatica. La scena diventa un atlante emotivo, dove ogni balletto è una terra da esplorare e ogni ruolo un orizzonte da conquistare.
Il repertorio classico accademico, dunque, non è un museo immobile.
È un viaggio continuo tra tradizione e interpretazione, tra rigore e anima. Un cammino che chiede disciplina assoluta, ma restituisce — a chi lo percorre — la rara possibilità di trasformare il movimento in memoria eterna.
Michele Olivieri
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