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Storia e Cultura

Le presbytère (Ballet for Life): storia, personaggi, curiosità e trama

Le presbytère (sottotitolo: Ballet for Life) è un balletto che nasce da una frattura: la consapevolezza che la vita è breve, vulnerabile, eppure ostinatamente luminosa. Maurice Béjart non costruisce uno spettacolo commemorativo nel senso tradizionale; non celebra i morti guardando indietro, ma li chiama nel presente. Prima mondiale: 15 dicembre 1996
 alla Salle Métropole di Lausanne (Svizzera). 
Fu qui che Maurice Béjart presentò per la prima volta al pubblico questa sua coreografia rivoluzionaria nella sua città di base con il Béjart Ballet Lausanne. La prima parigina si vide nel gennaio 1997 al Théâtre de Chaillot. L’assenza di una trama narrativa è una scelta precisa. Béjart rinuncia al racconto lineare perché la perdita non è lineare. Il dolore non segue un ordine, e nemmeno l’amore. Al suo posto, il coreografo costruisce una drammaturgia emotiva, fatta di quadri che si susseguono come stati d’animo: esuberanza, intimità, vuoto, slancio vitale. Ogni sezione è autonoma, ma tutte sono legate da un flusso continuo, come un respiro che non si interrompe mai davvero. I danzatori non interpretano personaggi, ma condizioni dell’essere umano. I loro corpi giovani e atletici diventano simbolo della vita nel suo momento più intenso, quello in cui si ha la sensazione di ...

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La danza contemporanea: una costellazione di linguaggi

La danza contemporanea nasce non come una tecnica unica, ma come un territorio aperto. A differenza della modern dance, da cui in parte discende, non si fonda su un solo sistema codificato: è una costellazione di linguaggi, poetiche e approcci che riflettono il mondo complesso e frammentato del secondo Novecento e oltre. Ogni maestro ha contribuito a ridefinire il corpo, lo spazio e il senso stesso del danzare, trasformando la danza in un laboratorio permanente di ricerca. I nomi da citare sarebbero numerosi, noi ci focalizziamo sui seguenti: Merce Cunningham: autonomia e neutralità del movimento Merce Cunningham è una figura di passaggio fondamentale tra modern e contemporaneo, ma il suo pensiero segna l’inizio della danza contemporanea vera e propria. Il suo stile si basa sull’autonomia della danza rispetto alla musica e alla narrazione. Movimento, suono e spazio coesistono senza gerarchie. Il corpo è esplorato nella sua complessità anatomica, con una tecnica rigorosa ma priva di intenzione espressiva obbligata. Cunningham introduce il caso come metodo compositivo, aprendo la strada a una danza non narrativa, non emotiva, ma profondamente presente. Trisha Brown e la Postmodern Dance: il quotidiano come danza Con Trisha Brown e la Judson Dance Theater, la danza contemporanea compie ...

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I più bei film di danza: quando il movimento diventa cinema

La danza, più di ogni altra arte, vive nel tempo fragile del corpo. Il cinema, invece, ha il potere di fissare quell’istante, di renderlo memoria condivisa. Quando questi due linguaggi si incontrano, il risultato non è mai solo spettacolo: è racconto, identità, conflitto. I più bei film di danza non mostrano semplicemente coreografie memorabili, ma usano il movimento come una vera forma di narrazione. Molti film di danza raccontano il momento in cui un individuo sceglie se stesso contro le aspettative del mondo. Billy Elliot resta un esempio paradigmatico: la danza classica, in un contesto operaio e maschile, diventa un atto di ribellione silenziosa. Il corpo del protagonista dice ciò che le parole non riescono a esprimere, trasformando ogni salto in una dichiarazione di libertà. Questa idea ritorna anche in film come Save the Last Dance e Step Up, dove la contaminazione tra danza classica e street dance diventa metafora di incontro culturale. Qui la bellezza non risiede solo nell’energia delle sequenze coreografiche, ma nella loro funzione narrativa: danzare significa trovare un posto nel mondo, ridefinire i propri confini. Il cinema di danza ha spesso esplorato il lato più duro e spietato dell’arte. Black Swan porta questa tensione all’estremo, trasformando ...

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Pink Floyd (balletto): storia, personaggi, curiosità e trama

Nel panorama del balletto del Novecento, poche opere hanno osato infrangere i confini tra danza classica e cultura rock come Pink Floyd Ballet di Roland Petit. Creato nel 1972, questo lavoro rappresenta un punto di svolta radicale: il corpo del ballerino diventa veicolo di ribellione, introspezione e modernità, accompagnato dalla musica ipnotica e visionaria dei Pink Floyd. Non si tratta solo di un balletto, ma di un manifesto artistico che fonde teatro, danza, musica e filosofia contemporanea. Roland Petit, coreografo francese noto per la sua capacità di reinventare il linguaggio del balletto, rimase affascinato dalla potenza evocativa della musica dei Pink Floyd, in particolare dagli album Meddle, Atom Heart Mother e The Dark Side of the Moon (all’epoca in fase di elaborazione). Nel 1972 Petit ottenne il permesso di utilizzare direttamente le registrazioni originali del gruppo – una scelta rivoluzionaria per il mondo della danza, tradizionalmente legato a partiture orchestrali. La prima rappresentazione avvenne con il Ballet National de Marseille, compagnia diretta dallo stesso Petit, e suscitò reazioni contrastanti: entusiasmo tra i giovani e scandalo tra i puristi. La trama non segue una narrazione lineare. La trama è piuttosto un viaggio psicologico e simbolico che esplora: l’alienazione dell’uomo moderno; il ...

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Un passo alla volta nel balletto “Tales of Beatrix Potter”

Un passo alla volta potrebbe essere la chiave più idonea per entrare in Tales of Beatrix Potter. Non perché il balletto proceda lentamente, ma perché chiede allo spettatore — e al danzatore — di rinunciare alla fretta del risultato per abitare il dettaglio. Frederick Ashton costruisce quest’opera come si costruisce un mondo credibile: non partendo dal virtuosismo, ma dall’osservazione. Ogni personaggio nasce da un gesto minimo, da un peso spostato leggermente in avanti, da una pausa trattenuta un istante più del necessario. È in questi micro-movimenti che la danza smette di essere dimostrazione e diventa racconto. Tales of Beatrix Potter non è un balletto “per bambini”, anche se prende in prestito l’immaginario dell’infanzia. È piuttosto uno studio sofisticato sulla trasformazione: del corpo, della tecnica, dell’identità scenica. Ashton non chiede ai danzatori di interpretare animali, ma di pensare come essi. La tecnica classica, riconoscibile ma mai esibita, viene piegata al carattere. Le linee si accorciano, i salti si fanno nervosi o pesanti, l’equilibrio diventa instabile quando il personaggio lo è interiormente. In questo senso, la coreografia non è mai decorativa: è funzionale. Ogni passo esiste perché racconta qualcosa che non potrebbe essere detto in altro modo. I costumi e le maschere, ...

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Collo del piede: dove nasce la linea nella danza classica

Nella danza classica il collo del piede è un elemento strutturale fondamentale, in cui funzione ed estetica si incontrano. Non è un semplice dettaglio anatomico, ma una zona chiave attraverso cui il corpo organizza equilibrio, spinta e continuità del movimento. Il collo del piede non coincide con una singola struttura, bensì con la relazione dinamica tra gamba e piede: ossa, articolazioni e muscolatura collaborano per creare una linea fluida che prolunga la gamba nello spazio. La sua qualità non dipende esclusivamente dalla predisposizione genetica, ma soprattutto da una mobilità guidata, da forza profonda e da un uso tecnico corretto fin dalle prime fasi della formazione. Nel linguaggio accademico è costantemente coinvolto, dal tendu al salto, dalla mezza punta alla punta. Un collo del piede debole o rigido altera l’equilibrio, riduce l’efficacia del movimento e aumenta il rischio di sovraccarichi articolari. L’estetica autentica nasce solo quando la funzione è rispettata: una linea apparentemente bella ma priva di sostegno rivela spesso instabilità e controllo insufficiente. La sua educazione richiede precisione e consapevolezza, non forzature. Il lavoro alla sbarra diventa uno spazio di ascolto e costruzione, in cui il piede impara a sostenere il corpo mantenendo allineamento e fluidità. Nel tempo, il collo ...

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La danza Bollywood: un linguaggio tra tradizione, cinema e identità

  La danza Bollywood non nasce su un palcoscenico né in una scuola accademica: nasce davanti alla macchina da presa. È figlia del cinema popolare indiano e, come il cinema da cui prende il nome, vive di eccesso, emozione e trasformazione continua. Più che uno stile codificato, la danza Bollywood è un linguaggio ibrido, capace di unire tradizione e modernità, ritualità e spettacolo, racconto e intrattenimento. A differenza di molte forme di danza, la Bollywood dance non precede il mezzo che la diffonde, ma nasce con esso. A partire dagli anni Quaranta e Cinquanta, il cinema hindi inizia a integrare numeri musicali sempre più elaborati, in cui il movimento diventa parte essenziale della narrazione. Le coreografie non servono solo a stupire: raccontano sentimenti, conflitti, sogni, spesso ciò che non può essere detto apertamente. Nel tempo, la danza Bollywood si è evoluta insieme al pubblico, assorbendo influenze esterne senza mai perdere la sua funzione principale: comunicare emozioni in modo diretto e collettivo. Alla base della danza Bollywood ci sono le danze classiche e popolari indiane. Il Kathak fornisce la precisione ritmica, i giri veloci, il rapporto con la musica percussiva. Il Bharatanatyam contribuisce con l’uso espressivo delle mani e del volto, ...

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L’energia che attraversa il gesto danzato

Ogni gesto è attraversato da un’energia, ma non ogni gesto la rivela. Esiste una differenza sostanziale tra il movimento che occupa lo spazio e quello che lo trasforma; tra l’azione eseguita e l’azione abitata. La qualità dell’energia che attraversa il gesto è ciò che distingue la forma dalla presenza, la tecnica dall’esperienza, il visibile dal percepibile. Nell’osservare un gesto, spesso si è portati a giudicarne la precisione, l’ampiezza, la chiarezza formale. Tuttavia, ciò che realmente colpisce — anche quando non sappiamo nominarlo — è la qualità dell’energia che lo sostiene. Un braccio che si solleva può apparire leggero, teso, fluido, spezzato, trattenuto. La traiettoria è la stessa, ma il significato cambia radicalmente. L’energia non è un’aggiunta al gesto: è la sua sostanza. È ciò che dà al movimento una temperatura, un peso, una direzione interiore. Senza questa qualità, il gesto resta vuoto, funzionale, replicabile; con essa, diventa unico, irripetibile, carico di senso. La qualità dell’energia dipende dalla sua origine. Un gesto che nasce dalla periferia del corpo — una mano, un piede — avrà una dinamica diversa da uno che scaturisce dal centro, dal respiro o dal bacino. Cambia la continuità del movimento, la sua capacità di attraversare il corpo ...

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La danza delle geishe: storia, ritualità e grazia senza tempo

La danza delle geishe è molto più di un intrattenimento: è un linguaggio codificato, un rituale, un’arte millenaria che fonde corpo, musica e cultura in una sintesi raffinata. Dietro l’eleganza dei kimono, il lento ondeggiare dei ventagli e il passo misurato, si cela una tradizione che racconta la storia sociale e culturale del Giappone, tra rituale, intrattenimento e disciplina estetica. La figura della geisha emerge tra il XVII e il XVIII secolo, durante il periodo Edo, come interprete e custode di raffinate arti tradizionali. La parola geisha significa letteralmente persona dell’arte: il loro compito principale era intrattenere con musica, canto e danza nelle case da tè, nei teatri e negli incontri sociali. La danza delle geishe, nota come Mai, si distingue da altre forme giapponesi per la sua lentezza controllata, la postura eretta e la gestualità simbolica. Non è improvvisazione: ogni movimento è studiato, codificato e legato a significati culturali, stagionali e narrativi. In un’epoca in cui il Giappone era rigidamente gerarchico, la danza delle geishe rappresentava un equilibrio tra bellezza, discrezione e disciplina sociale. La danza delle geishe è lenta, armoniosa e misurata. I passi sono brevi, gli spostamenti composti, i movimenti delle mani e delle braccia altamente stilizzati. ...

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Le jeune homme et la mort: storia, personaggi, curiosità e trama

Tra i capolavori più intensi del Novecento coreografico, Le jeune homme et la mort occupa un luogo singolare: breve ma devastante, essenziale eppure carico di simboli, è un balletto che non cerca consolazione. Creato da Roland Petit nel 1946 su libretto di Jean Cocteau e musica di Johann Sebastian Bach, quest’opera è un pugno nello stomaco travestito da danza, una tragedia moderna che trasforma il palcoscenico in una stanza senza vie d’uscita. Il balletto nasce nella Parigi del dopoguerra, città ferita ma febbrile, dove le arti cercano nuovi linguaggi per dire l’indicibile. Roland Petit, allora giovanissimo e già ribelle alle convenzioni accademiche, incontra Jean Cocteau, poeta e intellettuale inquieto, ossessionato dal tema della morte e del doppio. Da questo sodalizio nasce un’opera che rompe con il lirismo rassicurante del balletto classico. La scelta musicale è spiazzante: la Passacaglia e Fuga in do minore di Bach. Una musica sacra, severa, geometrica, che contrasta violentemente con l’ambientazione sordida e realistica voluta da Cocteau. È proprio in questa frizione che si accende la forza del balletto: l’eterno dialoga con il contingente, l’assoluto con la disperazione quotidiana. Alla prima rappresentazione, il pubblico resta diviso. Alcuni gridano al capolavoro, altri allo scandalo. Ma Le jeune homme ...

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