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Corpi e luce nel cuore del Palazzo dei Papi [RECENSIONE]

Nella maestosa architettura del Palazzo dei Papi di Avignone, dove la pietra gotica trattiene secoli di storia e di silenzi, ha preso vita nell’estate 2025 l’evento intitolato Midnight Souls. Uno spettacolo di rara intensità poetica (disponibile fino al 15 dicembre 2028 in streaming con la regia di Tommy Pascal).

In quello spazio monumentale, sospeso tra cielo e memoria, i ballerini Hugo Marchand e Caroline Osmont si muovono tra le opere luminose e vibranti di Jean-Michel Othoniel, dando forma a un dialogo scenico che fonde danza, arti visive e musica in un’unica esperienza immersiva.

La coreografia di Carolyn Carlson si distingue per profondità e respiro spirituale. Il suo linguaggio, essenziale e visionario, costruisce un percorso emotivo che attraversa tensione e abbandono, materia e trascendenza.

Carlson scolpisce il movimento con precisione quasi calligrafica, lasciando che i corpi si espandano nello spazio con una forza controllata, mai compiaciuta, sempre necessaria.

Hugo Marchand, étoile di straordinaria presenza scenica e solida tecnica, incarna un’eleganza potente e luminosa. Il suo gesto è ampio, scolpito, capace di trasformare la verticalità gotica in slancio corporeo.

Caroline Osmont risponde con una sensibilità intensa e una qualità di movimento fluida, che dialoga con le installazioni di Othoniel come se ne fosse naturale estensione.

Insieme, costruiscono una tensione drammatica che non ha bisogno di narrazione esplicita: è il corpo stesso a raccontare. Le opere di Othoniel — sfere di vetro, strutture specchianti, architetture fragili e preziose — non sono semplice scenografia, ma partner attivi della danza.

Riflettono, moltiplicano, deformano le figure, amplificando la dimensione onirica dell’insieme. La luce si frantuma e si ricompone, trasformando il palcoscenico in uno spazio sospeso tra sacralità medievale e contemporaneità scintillante. Ad accompagnare la coreografia, la musica ipnotica di Philip Glass e le atmosfere liriche di René Aubry tessono un paesaggio sonoro che sostiene e amplifica l’intensità emotiva.

Le strutture minimaliste di Glass creano un ritmo interno quasi rituale, mentre Aubry introduce una dimensione più intima e narrativa, capace di avvolgere lo spettatore in un abbraccio malinconico. Il risultato è uno spettacolo potente e coerente, in cui ogni elemento — spazio, luce, corpo, suono — contribuisce a una visione artistica unitaria.

Non si tratta semplicemente di una performance di danza, ma di un’esperienza estetica totale, in cui la monumentalità del luogo e la contemporaneità del linguaggio coreografico si incontrano in un equilibrio sorprendente.

Un evento che conferma come l’arte, quando dialoga con la storia e con l’architettura, possa generare momenti di autentica rivelazione.

Michele Olivieri

www.giornaledelladanza.com

© Riproduzione riservata

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