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Granhøj Dans al Gender Bender Festival: doppio rito, doppio realismo

Granhøj Dans_Rose Rite of Spring - Extended 2 © Christoffer Brekne

Due giorni fa, il 31 ottobre, all’Arena del Sole di Bologna sono andati in scena consecutivamente due spettacoli della compagnia danese Granhøj Dans, Rose: Rite of Spring – Extended 2 (ore 19:30) e Rite of Spring – Extended (ore 21), nell’insieme denominati Double Rite e in cartellone per l’edizione 2015 del Gender Bender Festival.

Fonte d’ispirazione musicale e contenutistica è stata La Sagra della Primavera di Igor’ Fëdorovič Stravinskij, celeberrimo balletto del primo Novecento allestito, sin dalle origini, nelle modalità più disparate e originali. In entrambe le performance della serata il coreografo e direttore artistico Palle Granhøj ha voluto incentrare l’attenzione sul concetto di perdita dell’innocenza, proponendo una visione femminile e una maschile di quelli che gli antropologi chiamano “riti di passaggio” (dalla fanciullezza all’età adulta).

Rose vede la presenza di sole donne, precisamente otto: cinque danzatrici “mature”, due più giovani e una pianista, per null’affatto estranea all’azione scenica. Altalenando, infatti, da un pianoforte bianco a mezza coda ad uno verticale a muro trasportabile (avvolto in un telo rosso scarlatto), l’esecutrice sonora attraversa spesso l’intero palcoscenico con aria scrutatrice, come a controllare che tutto proceda nel modo giusto. E probabilmente sono proprio queste le intenzioni: ogni volta che agita magistralmente le mani sulla tastiera, riproducendo una sezione della partitura stravinskiana, i movimenti danzati prendono forma, esternando tutto ciò che le performer provano interiormente.

Si tratta della Obstruction Tecnique, il metodo adottato e sviluppato da Palle Granhøj in tutte le creazioni della compagnia: il coreografo rimodella i movimenti dei performer a partire dal significato di azioni impedite, rivelando così, all’interno del processo, gli strati più profondi della personalità, per poi infine rivolgere il focus d’attenzione alla condizione umana. “Piuttosto che mostrare danzatori e coreografie in scena, Palle Granhøj intende presentare uomini e donne così come sono: genuini, vivi – e complessi”. (granhoj.dk).

Complessità, questa dunque la parola chiave di Rose. Alle due ballerine più giovani, predestinate all’iniziazione, viene mostrato ciò che le attende nella vita: gioie, come le risate, le amicizie sincere, le tenere e ammalianti esperienze sessuali; ma anche dolori, ovvero le mestruazioni, la gravidanza, il parto, palesati al pubblico nella crudezza del nudismo e di liquidi espulsi dalle zone più intime del corpo femminile. Tutto spaventa, nulla è più spensierato come un tempo. Ma il passaggio è comunque doveroso, temprante, catartico. Un brindisi col proprio “sangue” suggella il compimento del rito e gli abiti della “maturità” possono avere – finalmente – due corpi nuovi da rivestire.

Rite è strutturato allo stesso modo, con la differenza che le note del compositore russo vengono trasmesse in altoparlante e intervallate da contributi sonori (vocali o con percussioni) degli stessi performer, i quali ripetono ossessivamente brevi estratti della partitura originale per incitare il più giovane di loro a compiere il suo “rito di passaggio”.

Lungo il cammino verso la maturità, anche quest’ultimo s’imbatte in un folle tour nel mondo degli uomini adulti, dove il testosterone fa da padrone su tutto, dove la “legge del più forte” vige prioritaria. La nudità diviene sinonimo di spavalderia, l’aggressività il passepartout verso la piena affermazione di sé.

E poi si giunge al momento cruciale, la donazione del seme. Gli uomini “maturi”, vestiti in smoking e papillon si limitano soltanto ad abbassare la zip dei pantaloni dietro un telo bianco, rivolti verso il pubblico; all’adepto, invece, è richiesto un “sacrificio” maggiore, più puro, più ancestrale: di spalle alla platea e completamente denudato si tocca impetuosamente senza alcun risultato. Il disprezzo dei compagni è altisonante, marcato sulla schiena del povero malcapitato (mediante vernice rossa lavabile) con le parole più famose della poesia shakespeariana, rivisitate per l’occasione con l’aggiunta di due altre sillabe: TO BE OR NOT TO BE A MAN.

Lo sprone ha successo, il giovane sta completando il rito. Presto tutto sarà diverso, presto la pozza del “sangue” purificatore in cui sta scivolando sarà solo un orribile incubo. Anzi, un meraviglioso sogno, in cui due angeli nudi, dichiaratamente femminili, gli doneranno il sorriso e una tanto desiderata macchia negli slip.

L’elegante mise ora spetta anche a lui, che nella sua naturale trasformazione (così come per le due protagoniste di Rose) ha dimostrato agli spettatori quanto profondamente ignoto sia l’universo di emozioni che – fin troppo spesso – si crede di conoscere a fondo.

Marco Argentina

www.giornaledelladanza.com

Granhøj Dans / Rose: Rite of Spring – Extended 2 © Christoffer Brekne

Granhøj Dans / Rite of Spring – Extended © Fabián Andrés Cambero

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