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Happenings: Quando le arti si incontrano

Gli happenings sono quei tipi di azioni artistiche che combinano insieme, in maniera sempre differente e senza schemi rigidamente stabili, elementi connessi alla danza, al teatro, a immagini di film, alla pittura, alla scultura, alla musica, alla letteratura. L’happening è una corrente artistica americana nata negli anni ’50 del secolo scorso dall’incontro delle varie arti.

L’americano Allan Kaprow fu il primo (nel 1959) ad utilizzare il termine happening per definire degli: “assemblage di eventi che si svolgono in più di una situazione spaziale e temporale è un lavoro artistico ambientale attivato da performer e dal pubblico”.

Dal 1958 A. Kaprow realizzò numerose di queste manifestazioni negli Stati Uniti e all’estero. La sua azione è stata importante non solo per aver preceduto molti tentativi analoghi, ma per aver sistematizzato e teorizzato una prassi che era già comparsa, ma in maniera meno sistematica, nell’ambito surreal-dada e aveva avuto anticipazioni pochi anni prima nelle manifestazioni del gruppo giapponese Gutai, nella danza di Merce Cunningham e nella musica di John Cage.

Infatti una happening ante litteram può essere considerato ciò che accade nel 1955 a Tokyo , durante la prima esposizione del gruppo Gutai, quando il pittore Shiraga gettò del colore su una tela disposta al suolo, cospargendo con i piedi come in una sorta di balletto.

Kaprow definì i caratteri e gli elementi fondamentali di un happening: era una forma d’arte figurativa (si esprimeva cioè attraverso delle immagini di eventi, oggetti o luoghi appositamente disposti, e non tramite un testo o un canovaccio scritto); avveniva in un luogo e in un tempo definiti; prevedeva la partecipazione emozionalmente attiva degli spettatori; aveva un potere di suggestione provocato dalla ritualità dell’evento; si basava sull’improvvisazione (ma in genere la sequenza delle situazioni in cui si articolava erano previste).

In quegli anni (1957-1958) Kaprow realizzò environments, ossia ambienti,  complessi formati da materiali poveri, disposti informalmente, arricchiti da suoni e odori. Quello del 1959 erano 18 Happening in 6 parts, alla Reuben Gallery di new York: un’articolata serie di azioni di performers realizzate all’interno di tre ambienti caratterizzati dalla presenza di luci, specchi, pareti dipinte, suoni, in cui gli spettatori erano invitati ad intervenire secondo precisi istruzioni. Nonostante le azioni fossero basate su un programma definito, i risultati erano imprevedibili e l’happening risultava essere così un qualcosa di spontaneo, qualcosa che avveniva.

La musica e il balletto moderno ebbero un ruolo determinante nello sviluppo degli happenings e non a caso i luoghi in cui avvennero i primi happenings erano scuole di danza o teatri sperimentali. Si è infatti precedentemente accennato alla danza di Merce Cunningam e alla musica di John Cage come anticipazioni dell’happening: le esperienze compiute insieme negli anni ’50 rappresentarono il punto di riferimento essenziale per tutti gli happenings  e gli eventi performativi multimediali successivi.

La collaborazione tra Cunningam e Cage inizio negli anni ’40; i due artisti lavoravano su una struttura ritmica comune in base alla quale la musica e la coreografia alcune volte convergevano, altre volte risultavano autonome.

Nell’estate del 1952 si trasferirono insieme a Black Mountain College dove iniziò una stretta collaborazione con il pittore Robert Rauschenberg (Cage disse al riguardo che scattò subito “una sorte di identificazione perfetta, di accordo assoluto”).

In questa stessa estate realizzarono un’opera senza titolo capace di cancellare ogni linea di divisione tra arte e vita quotidiana: mentre Cunningam danzava, Cage teneva una lezione, David Tudor suonava il piano, Rauschenberg proiettava le diapositive dei suoi quadri e azionava con vecchi dischi un grammofono, M.C. Richard e Charles Olson leggevano i poemi; si produsse così quello che sarebbe passato alla storia come l’invenzione del primo happening.

Secondo i loro metodi di composizione, erano stati stabiliti solamente dei precisi lassi di tempo, all’interno dei quali i partecipanti potevano svolgere liberamente le loro attività. John Cage dichiarò che per concepire tale evento si era ispirato alla filosofia zen (che tanto influenzò anche Merce Cunningam) al Teatro e a Antonin Artaud. L’idea elaborata da Cage di “un’arte che non sia differente dalla vita, ma un’azione nella vita”, avrà degli sviluppi molto importanti negli anni sessanta e settanta e sarà l’origine delle più varie forme di Performance Art e Body Art.

Da quel momento Cunningam e Cage gettarono anche le basi per la nascita del filone post-modern: la loro estetica (fondata sull’idea di dissociazione tra musica e danza, su un movimento oggettivato e antiemozionale) sarà il punto di riferimento per l’avanguardia americana degli anni ’60 sia nel campo della danza che in quello della musica, della pittura e del teatro. Cage e Cunningam avevano respinto le nozioni convenzionali di “opere di danza”; in molti casi, Cunningam faceva in modo che tutti gli elementi che componevano l’opera (ossia la musica, il movimento, le scene, i costumi, le luci) non si incontrassero fino al momento stesso dello spettacolo, così da realizzare una forma speciale di improvvisazione.

Nel Black Mountain College parteciparono alla creazione di tali “opere”, insieme a Cunningam e Cage, numerosi altri artisti quali: il già citato Robert Rauscenberg, Jasper Johns, Frank Stella e Andy Warhol. Dalla collaborazione con questi pittori, per lo più esponenti del new-dadaismo o della pop-art, nacque l’idea di un’arte nuova che teneva di staccarsi nettamente dal passato; così come avveniva nei quadri di tali pittori, nella danza Cunningam voleva superare qualunque intento narrativo o descritto per dare risalto al movimento del corpo e al suo rapporto con lo spazio.

Per Cunningam infatti il movimento era un’esplorazione sistematica in termini plastici  dei rapporti tra corpo e spazio; lo spazio, in analogia alla nozione di campo pittorico proprio degli espressionisti astratti a lui contemporanei (per J. Pollock la tela era: “un’arena su cui agire”), era un campo dalle possibilità illimitate. Gli altri artisti che realizzarono degli happenings a New York furono: Red Grooms, Robert Whitman, Claes Oldenburg, Jim Dine, Al Hansen. Vanno anche ricordate la serie di performance musicali, di danza, poesia e arte che si svolsero nel 1960 – 1961 nello studio di Yoko Ono a New York.

La moda degli happenings si diffuse presto anche in Europa e nacquero diverse correnti che portavano avanti il discorso sull’arte come “evento”. Per esempio il movimento Fluxus, nato tra il 1961 e il 1962 e presto diffusosi in Germania, Francia, Italia, Gran Bretagna, Stati Uniti, concepiva l’evento artistico come un fluire ininterrotto di situazioni, emozioni. Negli anni Settanta un ruolo particolare fu svolto dal gruppo degli Azionisti viennesi, di cui faceva parte Hermann Nitsch, autore di azioni cruente (come quella di far colare sulla tela al posto del colore il sangue di un agnello ucciso e appeso). H. Nitsch creò l’Orgien Misterien Teater (Teatro dei mestieri e delle orge) in cui realizzava un vero e proprio rituale pagano.

Sara Zuccari

Direttore del www.giornaledelladanza.com

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