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Renato Zanella, Direttore del Corpo di Ballo del Teatro di San Carlo: “Costruire continuità, radici”

Renato Zanella

Renato Zanella è il nuovo Direttore del Corpo di Ballo del Teatro di San Carlo di Napoli, uno dei teatri più antichi e prestigiosi d’Europa.  Veronese di nascita e artista di fama internazionale, Zanella vanta una carriera di oltre quarant’anni come danzatore, coreografo e direttore artistico in alcune delle più importanti istituzioni coreutiche europee, tra cui il Balletto dell’Opera di Stato di Vienna, il Balletto di Stoccarda e il Balletto Nazionale Sloveno di Lubiana. Con questa nomina ‒ che segna il passaggio di testimone dalla precedente direzione di Clotilde Vayer ‒ il San Carlo intende rafforzare il ruolo centrale della danza nella propria programmazione, puntando su una visione che coniuga il grande repertorio classico con apertura verso nuove prospettive artistiche e un dialogo più ampio con il pubblico e le nuove generazioni. In questa intervista esclusiva, Zanella racconta la sua visione e i suoi progetti per questo nuovo mandato.

La Sua carriera l’ha portata dai grandi palcoscenici internazionali alla guida di istituzioni complesse. In che modo il percorso di artista ha plasmato il Suo sguardo e la Sua visione di oggi?

Ho un ricordo splendido di quando ero ballerino al Balletto di Stoccarda, un’esperienza che mi ha dato proprio quell’equilibrio tra tradizione e innovazione. Parlo degli anni Ottanta: era una compagnia un po’ diversa dalle altre, che erano solo classiche o solo moderne o contemporanee. Credo che questo mi abbia fornito, almeno in parte, una base per il percorso che ho intrapreso successivamente. Ogni istituzione è diversa, quindi il termine “complessa” è corretto nella domanda. È importantissimo avere una solida base di repertorio; infatti, al San Carlo, sto cercando di ripristinarne le colonne portanti e, allo stesso tempo, di introdurre nuove firme. Per il momento tengo il mio lavoro personale in secondo piano. Ora c’è soprattutto un lavoro da manager da mettere al centro, la qualità degli artisti non mi preoccupa. La compagnia ha cambiato direttore e deve quindi entrare in un nuovo dialogo improntato a grande rispetto, eliminando le paure legate a un presunto cambiamento radicale. Naturalmente, esiste una tradizione e ne seguiamo il percorso, nell’intento di individuare il repertorio da proporre, consolidare il nostro pubblico e aprirci ai nuovi nomi della coreografia mondiale.

Quale impronta del Suo percorso artistico sente di portare con sé nella guida del Corpo di Ballo del Teatro di San Carlo?

Avendo ballato tanto, mi sento molto vicino ai danzatori. Il mio non è stato un cambiamento dettato da circostanze esterne, ma il naturale sviluppo della mia carriera: da ballerino a coreografo, da coreografo a direttore. Per questo è fondamentale che il Corpo di Ballo si senta valorizzato e impiegato in molti modi. Non si tratta certo di insegnare a ballare, perché il livello è molto alto, ma di far ballare tanto: questo, secondo me, è un aspetto essenziale. Le scelte su cui stiamo lavorando, soprattutto in vista del prossimo anno, vanno in questa direzione. Io seguirò la compagnia fino a novembre e poi, con il Sovrintendente, introdurremo la nuova programmazione. È un passaggio molto importante, perché il Corpo di Ballo deve sentirsi attivo e coinvolto a 360 gradi.

Lei ha attraversato mondi coreografici e teatrali molto diversi, da Vienna ad Atene, confrontandosi con sistemi culturali eterogenei. Qual è il retaggio di queste esperienze e cosa ritiene imprescindibile per il Suo nuovo mandato a Napoli?

Vedo che il rapporto dei danzatori con il lavoro quotidiano passa soprattutto attraverso il modo in cui si allenano e la qualità dei maestri e dei coreografi, in particolare dei maestri ospiti, che imprimono una direzione precisa alla compagnia. Io, da parte mia, sono molto vicino a loro: tengo lezioni, partecipo alle prove, non mantengo una distanza. In questo primo anno, tuttavia, sento la necessità di assumere anche un ruolo più manageriale, perché c’è un lavoro importante da fare sul piano organizzativo. Credo però che il vero confronto, quello che fa crescere una compagnia, avvenga proprio attraverso la qualità dei maestri e dei coreografi, soprattutto di quelli invitati. È lì che si misura il livello e si alimenta l’entusiasmo della compagnia. E il livello, lo dico con assoluta sincerità, è molto alto: non è una frase di circostanza. Quando sono arrivato a Napoli, già dal secondo giorno mi sono trovato immediatamente immerso nel lavoro: lo staff era ripartito da un giorno all’altro e la compagnia era nel pieno di cinque recite de Lo Schiaccianoci. Sono dunque entrato da subito “a gamba tesa” nel sistema, vivendo da vicino non solo la sala prove, ma anche il backstage, le luci, il rapporto con il pubblico. È stata un’esperienza molto formativa e sana: ho trovato un ambiente di grande livello e di grande responsabilità, dove il lavoro è serio, le correzioni vengono fatte e c’è una costante tensione verso la qualità. Sappiamo bene che altre realtà, come Milano, ad esempio, dispongono di una capacità di spesa maggiore. Qui il budget viene utilizzato in modo diverso: cercando di avvicinare la compagnia a grandi nomi e a grandi maestri, soprattutto per quanto riguarda la formazione e l’interpretazione. Il fatto di non avere uno staff fisso mi permette di costruire un rapporto molto diretto con questi artisti. Abbiamo insegnanti e maestri straordinari che verranno a lavorare con me e a curare il quotidiano della compagnia. Il vero cambiamento, però, avverrà a partire dalla prossima stagione, quando avremo un calendario più intenso, con più produzioni e più spettacoli. È lì che il lavoro potrà esprimersi pienamente. Al momento ho ereditato tre produzioni distribuite su un arco di tempo molto lungo; per questo sto concentrando il mio impegno nel preparare la compagnia all’anno prossimo, lavorando su ciò che abbiamo ora, ma sempre con lo sguardo rivolto a un repertorio più articolato e a un periodo di attività più intenso.

Renato Zanella

Il Teatro di San Carlo di Napoli custodisce un’eredità secolare, ma ogni epoca richiede una riscrittura del linguaggio artistico. Quali elementi ritiene oggi più urgenti da mettere in dialogo con questa memoria per sviluppare un repertorio che rifletta sia l’identità storica del teatro sia le esigenze contemporanee?

La compagnia ha nel cassetto lavori creati ad hoc, che però sono andati persi. Penso, ad esempio, alle coreografie di opere di Ricardo Nuñez, o a un bellissimo Sogno di Mezza Estate di Paul Charmer, opere che avrebbero potuto diventare delle colonne portanti della compagnia. Purtroppo, molto spesso sono state realizzate grandi produzioni che hanno dato l’illusione, o almeno la convinzione, che ci sarebbe stato un cambiamento. Tuttavia, si trattava di produzioni noleggiate con diritti annuali, da un punto di vista estetico molto belle da vedere, ma prive di radici. A quel punto, tanto valeva avere una compagnia invitata che le mettesse in scena. La nostra linea sarà invece avere un repertorio duraturo, proprio del teatro, che ci appartenga e che possa restare nel tempo. Parlo anche di opere più contemporanee: ogni nuova produzione deve avere una base stabile, è questo a cui vorrei puntare. Cambiare tutto continuamente e portare opere solo per cinque spettacoli, per poi vederle ritornare in Germania, alla Scala, a Roma o a Varsavia, com’è già successo, non costruisce davvero nulla. Sono produzioni che certamente fanno bene nell’immediato, ma non costruiscono, si perdono, alimentando un’illusione, alla quale sarei attento a non cedere di nuovo.

Qual è, a Suo avviso, il punto di equilibrio tra tradizione e innovazione?

Il punto di equilibrio si troverà quando riusciremo a convincere i nuovi pubblici a seguirci. Spesso ci sono situazioni in cui il repertorio classico vende molto, così come alcune opere; ma appena si esce da titoli consolidati, soprattutto per i balletti in un atto o le serate miste, il pubblico si allontana. Dobbiamo quindi fare delle scelte. Anche all’estero la situazione è simile: la formula delle serate miste, tipica degli anni ‘70 e ‘80, ha funzionato all’epoca perché ha creato una rapida voglia di innovazione, ma oggi non è più sufficiente. Nei teatri d’opera il pubblico ama le storie: la dimensione narrativa e il repertorio sono fondamentali. Per questo dobbiamo interrogarci sulla possibilità che le serate miste siano costruite secondo una drammaturgia coerente, capace di catturare davvero l’attenzione dello spettatore. La sfida è ampliare il pubblico, mantenendo saldo il rapporto con la tradizione. All’inizio il bilanciamento potrà essere di 70–30%, con l’obiettivo di una progressiva evoluzione.  Un altro aspetto fondamentale è presentare una compagnia stabile: questo ci permetterà di avere un repertorio più compatto e di renderlo esportabile in tournée. Spesso le compagnie italiane sono molto grandi, strutturalmente, con numerosi aggiunti, il che rende la logistica complessa e aumenta il budget necessario per realizzare un tour. Attualmente siamo a un 40% circa di possibilità di movimento, ma sto già individuando coreografi e soluzioni per creare un secondo binario che possa consentire di muovere la compagnia. Credo che il San Carlo non debba essere solo un simbolo di tradizione e “polvere”, ma anche un teatro dinamico e innovativo. Questo investimento è stato accolto molto positivamente dal Sovrintendente e ci permetterà di avviare anche produzioni ad hoc, pensate fin dall’origine per la circuitazione in tournée.

Quali potrebbero essere, le strategie per avvicinare un pubblico più ampio al teatro?

Io sono da poco qui a Napoli. Credo che non si tratti solo di informazione o comunicazione, ma di costruire un vero dialogo con il pubblico. Stiamo provando diverse iniziative, ad esempio delle matinées dedicate. Stiamo tentando anche di avere il Teatro del Museo del Palazzo Reale, un piccolo ma bellissimo spazio che ci permetterà di accogliere un numero più ristretto di spettatori e creare un contatto più diretto. Personalmente, io curerò le coreografie delle opere, un’esperienza che ai tempi di Vienna mi ha aiutato molto a conquistare nuovo pubblico, mostrando che anche le opere più contemporanee hanno la stessa qualità, energia ed emozione delle grandi storie classiche. È un passaggio fondamentale: prendere la parola, comunicare direttamente, sentirsi vicini agli spettatori. Questo è un lavoro che tutto lo staff sta cercando di sviluppare. Anche quando si propone un titolo classico in chiave moderna ‒ un Nabucco o un Lago dei Cigni ‒ l’opera resta riconoscibile, e questo aiuta a fidelizzare il pubblico. Quando invece si presentano produzioni completamente nuove, con titoli o musiche inedite, la comunicazione diventa ancora più importante: bisogna spiegare, incuriosire, mostrare la qualità tecnica e artistica. A Vienna, ad esempio, il successo nell’avvicinare nuovi spettatori è stato possibile grazie alla qualità del lavoro e alla capacità di far percepire che le produzioni contemporanee non tradiscono il linguaggio quotidiano del teatro, ma lo sviluppano e lo ampliano. Questo attira naturalmente l’interesse del pubblico. Si tratta di un equilibrio delicato e, mentre continuo a conoscere la città, sto studiando Napoli per capire come costruire al meglio strategie davvero efficaci.

Qual è la Sua visione per definire un’identità artistica forte e autonoma del Corpo di Ballo del Teatro di San Carlo di Napoli all’interno del sistema delle fondazioni liriche italiane?

La visione è innanzitutto quella di costruire un profilo riconoscibile della compagnia. In passato, le produzioni presentate a Milano, Roma e Napoli sono state spesso le stesse. Questo avveniva per due ragioni principali: da un lato, una necessità economica, legata alla circolazione e al prestito delle produzioni; dall’altro, l’idea che uno spettacolo già accolto con grande successo a Milano potesse beneficiare di una forte spinta promozionale arrivando poi a Roma e infine a Napoli. Raramente, però, il percorso è stato inverso, e questo ha inevitabilmente inciso sul morale. Ho un rapporto eccellente con direttori come Eleonora Abbagnato, Frédéric Olivieri e Jean-Sébastien Colau e credo che sia nell’interesse di tutti far sì che le quattordici fondazioni ‒ in particolare le quattro compagnie delle fondazioni liriche ‒ riescano a creare un vero tessuto condiviso sul territorio, un programma capace anche di far muovere il pubblico da una città all’altra. Questa è la mia linea e questa è la mia sfida: il San Carlo deve avere una programmazione propria, autonoma, riconoscibile, a prescindere dalle altre realtà. Sarà uno scoglio da affrontare, certo, ma Napoli è una città fatta di scogli e io sono abituato a navigarci in mezzo.

La formazione è sempre stata una costante del suo lavoro. Che idea ha della trasmissione del sapere artistico nel plasmare le nuove generazioni di interpreti?

Le nuove generazioni, che sto seguendo personalmente, hanno bisogno di sentire sin da subito che ciò che stanno facendo ha una storia, che possono intraprendere un percorso che li guiderà per tutta la vita. La formazione deve essere strettamente legata alla professione. Il Sovrintendente Macciardi ha intenzione di rilanciare la Scuola di Ballo del Teatro di San Carlo, riuscendo a creare un ponte logico che avvicini i giovani ai professionisti e i professionisti ai giovani.  La fortuna che abbiamo qui è che gli spazi sono condivisi: quando finisce il lavoro della compagnia, comincia quello della scuola, e questo già di per sé ispira molto. Ci sono ancora molti interventi da fare: strutturare meglio il piano di lavoro, aggiungere alcune materie, ma ho avuto una splendida esperienza a Vienna, dove ho diretto la scuola negli ultimi quattro anni dei miei dieci anni di direzione, e ho potuto vedere quanto sia potente avvicinare i giovani alla professione in questo modo. I ragazzi sono come noi, ma più piccoli: questa è una caratteristica fondamentale delle grandi scuole. Napoli ha una storia eccezionale: la Scuola di Ballo del Teatro di San Carlo è la più antica d’Italia, fondata nel 1812. Non è tanto in termini di secoli rispetto alla storia generale del teatro, ma è straordinario sentire e voler investire in questa tradizione. Il Sovrintendente è molto attento alla tradizione, ma anche innovativo, sa che bisogna rafforzare le basi prima di cercare di entrare in direzioni artistiche più audaci. Abbiamo idee molto chiare riguardo all’educazione e al ruolo delle nuove generazioni. Ci saranno scambi tra danzatori professionisti e allievi, nei limiti del repertorio che presentiamo, e questo sarà studiato anche dalla scuola. Siamo molto vicini ai giovani e sarà interessante vedere come si svilupperà questa visione. L’obiettivo è dare ai genitori fiducia e certezza, sapendo che i loro bambini hanno la possibilità di entrare in una grande scuola e, se lo vorranno, di intraprendere la professione nella loro città o regione. Questo concetto è molto sentito all’estero ed è importante farlo percepire anche qui. Il teatro è un’arte viva, nuda, che si manifesta su una scena davanti al pubblico. In un mondo sempre più virtuale e frenetico, fatto di smartphone e viaggi a velocità della luce, è fondamentale far comprendere ai giovani cosa significhi la passione per questa arte. La danza è un’arte lenta: si impara in otto anni con un metodo rigoroso e poi la si può esprimere sulla scena come professionisti. È un sogno, una via. Io ci credo profondamente: questa è stata la mia storia, e la storia di tanti dei miei colleghi. Perché non potrebbe esserlo anche per le nuove generazioni?

Cosa immagina per il futuro della danza?

Immagino davvero una continuità, un percorso che non sia fatto di spazi vuoti o di interventi isolati. All’estero siamo abituati a costruire per cicli: un’epoca, un tempo preciso. Io sono qui per un’epoca, non per sempre; un’epoca che avrà un inizio e una fine. Ma ciò che conta è lasciare gradini solidi, una struttura che garantisca continuità e diventi la base per il futuro. È ciò che è accaduto a Vienna: se non ci fossi stato io, non ci sarebbe stato Manuel Legris con quella compagnia e senza Legris non ci sarebbe stata Alessandra Ferri. Abbiamo costruito strutture, cambiato i sistemi, aumentato il numero degli spettacoli. Questo è ciò che mi auguro anche per l’Italia, e in particolare per il Teatro di San Carlo.

Se potesse descrivere il futuro del Corpo di Ballo del Teatro di San Carlo con un gesto o un’immagine, quale sarebbe?

Direi un grand jeté.

Un messaggio conclusivo…

Venite a teatro curiosi, venite a teatro non per ricordare, ma per vivere qualcosa che potrebbe anche cambiarvi una volta usciti, questo io dico.

Renato Zanella

 Lorena Coppola

Photo Credits: Paul Buciuta – LAVIC – Yiannis Velissaridis

www.giornaledelladanza.com

© Riproduzione riservata

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