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John Cranko: 5 curiosità sulla sua arte e la sua vita

Trasformò lo Stuttgart Ballet in una compagnia di fama mondiale: Quando nel 1961 divenne direttore dello Stuttgart Ballet, la compagnia non era particolarmente nota. In pochi anni la trasformò in un centro creativo internazionale, dando vita al cosiddetto miracolo di Stoccarda.

Maestro del balletto narrativo moderno: Cranko era un genio nel raccontare storie attraverso la danza. I suoi balletti come Romeo e Giulietta (1962), Onegin (1965) e La bisbetica domata (1969) sono ancora oggi pilastri del repertorio internazionale per la forza drammatica e la profondità psicologica dei personaggi.

Collaborò con grandi compositori… del passato: Non lavorava con musiche originali contemporanee, ma sceglieva partiture già esistenti, spesso poco utilizzate per il balletto. Ad esempio, per Onegin usò brani orchestrali di Čajkovskij riarrangiati da Kurt-Heinz Stolze.

Fu mentore di grandi stelle della danza: Sotto la sua guida emersero danzatori straordinari come Marcia Haydée, Richard Cragun ed Egon Madsen, che contribuirono a definire lo stile espressivo e teatrale tipico delle sue creazioni.

Fondò una scuola per garantire il futuro della compagnia: Nel 1971 istituì la John Cranko Schule a Stoccarda, con l’idea di formare danzatori secondo la sua visione artistica articolata in forte tecnica classica unita a grande capacità interpretativa. La scuola è ancora oggi una delle accademie di danza più prestigiose al mondo e ha formato generazioni di ballerini di fama internazionale.

Un aneddoto affascinante su Onegin e sul rapporto tra John Cranko e Marcia Haydée: Quando Cranko creò Onegin nel 1965, il ruolo di Tat’jana fu pensato fin dall’inizio per Marcia Haydée, che era la sua musa e una delle sue interpreti predilette. Cranko non si limitava a costruire passi, modellava i personaggi sulla personalità dei suoi danzatori. Durante le prove, Cranko lavorava in modo quasi teatrale, parlava a lungo con Haydée delle emozioni di Tat’jana, della sua crescita interiore, della delusione amorosa e della maturità finale. Non voleva solo una ballerina tecnica, ma un’attrice capace di “vivere” il ruolo. Si racconta che nella scena finale — quando Tat’jana respinge Onegin — Cranko insistesse affinché il dolore fosse trattenuto, non melodrammatico. Diceva che la vera forza stava nella dignità del rifiuto. Haydée rese quel momento così intenso che ancora oggi è considerato uno dei finali più potenti del balletto narrativo. Il loro sodalizio artistico fu così profondo che, dopo la scomparsa improvvisa di Cranko nel 1973, fu proprio Marcia Haydée a portare avanti la sua eredità dirigendo lo Stuttgart Ballet.

Michele Olivieri

Foto di Hannes Kilian

www.giornaledelladanza.com

© Riproduzione riservata

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