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Kristian Cellini: “Il coreografo è uno dei lavori più belli al mondo”

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Danzatore, coreografo, maestro, creatore: Kristian Cellini è tutto questo, ma molto altro. La sua mente creativa non si ferma mai e i suoi progetti di collaborazione proseguono senza sosta. Una mente e un corpo in fermento. Nato a Chieti il 28 Agosto 1971, all’età di 13 anni ha iniziato gli studi presso il “Centro Studi Danza” diretto dal Mestro e coreografo Renato Greco. Nel 1989 si è diplomato con il massimo dei voti in danza classica, moderna e jazz ottenendo due Borse di Studio da una giuria internazionale formata da Victor Lietinov (Russia) Maria Tersa del Medico (Italia) Matt Mattox (Usa) Renato Greco (Italia) Margherita Trajanova (Russia) e Tuccio Rigano (Italia). Ha proseguito, poi, gli studi presso svariate scuole e contemporaneamente ha iniziato il suo percorso lavorativo che, da quel momento, è stato costellato di successi e soddisfazioni. E pensare che è nato tutto per scherzo.

Quando è iniziato il tuo percorso di danzatore? 

Ogni volta che ci ripenso, mi viene da ridere perché è successo tutto all’improvviso e per scherzo. Ebbene sì. Avevo circa 12 anni e seguivo un corso di arti marziali in una piccola località del chietino. Un giorno scommisi con mia sorella che sarei stato in grado di fare quello che faceva lei, ovvero sostenere un corso di danza. Pensavo “Cosa ci vorrà mai, in fondo! Sembra tutto così semplice!” Bene: un pomeriggio andai nella scuola dove si allenava anche lei e, tornato a casa, avevo già deciso che avrei fatto il ballerino. Per tutta la vita. Ero piccolino ma già avevo le idee chiare. Se penso che da una semplice lezione è iniziato il percorso della mia vita ancora resto un po’ incredulo ma…è proprio così. In brevissimo tempo mi trasferii da un piccolo paesino in provincia di Chieti a Roma dove, appunto, inizia a seguire i corsi presso la scuola di Renato Greco, una delle scuole più belle di quel periodo. Ebbi da subito l’opportunità di vedere da vicino i grandi Artisti, quelli con la “A” maiuscola: Nureyev, Paganini, la signora Carla Fracci solo per elencarne alcuni. Un periodo bellissimo. Mi diplomai giovanissimo e inizia a lavorare. Ricordo molto piacevolmente il periodo di studio proprio perché, oltre ad essere stato formativo al massimo, ero piccolo e contento della scelta che avevo fatto. In poche settimane mi sono trasferito dall’Abruzzo a Roma,  la scelta migliore che io abbia mai potuto fare. E per questo sarò sempre grato ai miei genitori che sin dal primo giorno mi hanno sostenuto nel mio percorso.

I tuoi genitori, parliamo di loro. Cosa li ha spinti a lasciarti andare, così piccolo?

Sicuramente il fatto che, in poco tempo, ho iniziato ad ottenere risultati di livello. Mi metto nei panni di un genitore che vede un figlio iniziare un percorso nuovo: se arrivano risultati importanti sicuramente si è più stimolati a lasciarlo andare. Vedi che tuo figlio può farcela. Poi sicuramente il fatto che, quando mi vedevano ballare, si rendevano conto che ero felice. Io li ringrazio perché non mi hanno mai impedito di fare danza, anzi: mi hanno sempre sostenuto, senza se e senza ma. Mi accompagnavano ai corsi, mi hanno dato sempre forza…insomma: ci sono sempre stati.

Ti trasferisci a Roma, diploma e poi via, inizi a lavorare. Ci racconti di questo tuo “volo” nel mondo dello spettacolo?

Premetto una cosa: quando ho iniziato a lavorare, soprattutto in televisione, essere un ballerino era un punto di forza. In tv c’erano primi ballerini, era un’altra cosa. Chi arrivava, era di una qualità superiore e, avercela fatta, è stato per me e per la mia famiglia un grandissimo onore, un premio ai tanti anni di studio e a tutta la passione che ho sempre avuto dentro di me. Ricordo con molto piacere e anche un po’ di tenerezza le mie primissime esperienze sul palco: avevo meno di 18 anni e, in teoria, non ero autorizzato a ballare, proprio perché ero minorenne. Per ovviare al problema, sui manifesti usciva il nome di mia sorella, un anno più grande di me. Ballavo io ma compariva lei! Pur di danzare, però, si faceva anche questo. Poi ricordo che una notte Margherita Trajanova mi chiamò e disse: “Domani mattina devi andare a Torino per danzare in un’importante compagnia”. Io presi le mie cose e il giorno dopo partii. Da lì partì il mio percorso artistico, lavorai con Carla Fracci e con i Grandissimi della danza classico e moderna. Un’altra esperienza che ricordo con molto piacere fu la mia partecipazione, in veste di danzatore ovviamente, alla premiazione del “Leone D’Oro” nel 1991: presentata da Pippo Baudo, la serata era in mondovisione. Eravamo tre coppie di ballerini, “incaricati” di interpretare un film. Il mio balletto fu sul film Sciuscià, un passo a due. Da brividi! Pensa che addirittura mio padre mi vide in aereo perché stava rientrando da un viaggio di lavoro…e diceva a tutti “Lui è mio figlio!”. Fu una grande soddisfazione anche per lui.

Hai altri ricordi legati alla tv, alla tua prima prova con Heather Parisi?

La prima volta che entrai in sala per lavorare con Heather Parisi mi bloccai. Sì, come una pietra. Fu pazzesco! Ricordo ancora dove ci trovavamo: era la sala G, in zona Arco di Travertino a Roma. Mi trovavo in sala con Fabrizio Mainini ma, quando arrivò Heather mi fermai…aveva uno sguardo magnetico! Dopo il momento di “shock” iniziale, però, iniziò un bellissimo sodalizio artistico che proseguì negli anni. Alcuni anni dopo, ho avuto modo di riballare con lei, sul palco di “Sette per Uno”, programma di punta della Rai e condotto da Jocelyn. Mi fece una sorpresa e fu una bellissima esperienza. Oltre ad Heather, ricordo con piacere anche i lavori fatti con Lorella Cuccarini, un’artista a dir poco eccezionale. Lavorare con lei è stato meraviglioso e fantastico. E poi con Paganini: abbiamo anche ballato insieme il Sirtaki a “Porta a Porta”, quando la Grecia entrò nell’Unione Europea. Esperienze super.

 

Da piccolino hai incontrato Nureyev, nel suo camerino! Ci racconti come ci sei riuscito?

Ero piccolino ma avevo un bel carattere! Avevo da poco iniziato a fare danza e sapevo che al Teatro D’Annunzio ci sarebbe stato uno spettacolo con Nureyev. Non c’erano più biglietti. Io, però, super smanioso di volervo incontrare, vidi entrare un’ambulaza e chiesi a loro di farmi entrare. Dopo varie peripezie e aver scavalcato muri di ogni genere, arrivai davanti al camerino. Davanti alla porta c’era il suo manager, Luigi Pignotti, che mi disse: “E tu, che ci fai qua? Cosa vuoi?” Io, senza esitazioni, dissi: “Voglio incontrare Nureyev!” Poco dopo riuscii ad entrare nel suo camerino: ricordo che il Grande aveva i piedi nel ghiaccio. Mi autografò un poster che avevo e che conservo ancora. A distanza di anni, se ci penso, ancora mi vengono i brividi!

Da danzatore a coreografo. Raccontaci come prosegue questa “vita” e soprattutto le tue esperienze!

Premetto che fare il coreografo è uno dei lavori più belli al mondo. Negli ultimi anni ho lavorato con tantissimi artisti, molto diversi tra loro, in ambiti differenti. Tutti, però, mi hanno sempre detto che sono stato in grado di “cucire” loro un vero e proprio vestito-coreografia. Quando ti senti dire questo vuol dire che hai fatto il tuo lavoro. È bellissimo. Facendo questo ho anche sfatato un po’ il mito che chi ha lavorato in televisione non può coreografare nulla per il teatro. Sbagliato, sbagliatissimo! Io lavoro moltissimo in teatro e ne sono sempre più entusiasta. Collaboro da molti anni con Andrea Bocelli per “Il Teatro del Silenzio”, al Conservatorio Real in Spagna, a Barcellona, ho creato delle pièce su Verdi. Sarò in Canada per un Festival molto importante, a cui partecipo da alcuni anni e, rientrato in Italia, mi sposterò ancora per lavorare con Bocelli e poi Beirut e Israele. Una vita in viaggio per creare, sempre e comunque. E non credo smetterò mai di farlo. Lo scorso dicembre, tra l’altro, ho fatto uno spettacolo con una giovanissima compagnia, Duende, al Teatro Olimpico. È stato bellissimo perché, oltre ai ragazzi che sono super talentuosi, tantissimi miei amici, da Francesco Totti a Claudio amendola, da Luca Ward a Lorena Bianchetti, hanno fatto dei brevi video per pubblicizzare questo spettacolo. Ribadisco: fare il coreografo è il lavoro più bello del mondo. Ho avuto dei momenti tristi, come purtroppo succede a molti, ma, per fortuna, ho al mio fianco una moglie straordinaria che mi sa consigliare. Francesca, mia moglie appunto, fa la docente al Liceo Coreutico di Livorno e spesso siamo lontani ma “c’è” sempre. È l’unica persona che mi sa sempre aiutare. E per fortuna!

C’è qualcosa che avresti voluto fare e che, alla fine, non hai fatto?

Guardando alla mia carriera, ho soltanto un piccolo rimorso: mi trovavo in sala da Renato Greco e Luigi Bonino mi vide fare una lezione. Al termine mi si avvicinò e disse: “Se vuoi io domani chiamo Roland Petit e tu parti per Bordeaux, per lavorare con lui”. Mi ero da poco trasferito a Roma e non me la sentii di partire. Ecco, forse questo è l’unico, piccolissimo neo che ho. Ho fatto tantissime altre cose e, comunque, posso ritenermi soddisfatto. Peccato, però in quel momento non avrei fatto altrimenti.

Un ultimo aneddoto da raccontarci?

Certo! Ricordo con piacere quando, nel 2010, lavorai con Placido Domingo. Vedevo sempre che, dopo aver cantanto, lui usciva di corsa. Ad un certo punto, suo figlio mi fece chiamare perché il Maestro mi doveva parlare. Andai nel suo camerino e Domingo prese dello champagne e disse: “Voglio brindare con te per lo straordinario lavoro che fai!” Avrei voluto registarlo…fu un’emozione pazzesca! E questa è soltanto una delle tantissime gioiei che questo lavoro mi ha dato. E continua a dare!

 

Valentina Clemente

www.giornaledelladanza.com

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