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NDT2 al Ponchielli: un trittico avvincente [RECENSIONE]

L’inaugurazione della stagione Danza dello storico Teatro Ponchielli di Cremona si è trasformata in una vera e propria dichiarazione d’intenti: portare sul palcoscenico una danza capace di dialogare con il presente senza rinunciare alla profondità della storia. Il trittico firmato dal Nederlands Dans Theater (NDT2), prestigiosa compagnia diretta da Emily Molnar, ha confermato ancora una volta il ruolo centrale di questo ensemble nel panorama coreutico internazionale, offrendo al pubblico cremonese una serata di altissimo livello artistico, accolta da un teatro gremito e da applausi lunghi, convinti, quasi necessari.

Il Teatro Ponchielli, tempio ottocentesco della musica e della scena, ha fatto da cornice ideale ad un programma che, pur nella sua contemporaneità, ha saputo richiamare le grandi trasformazioni della danza del Novecento: dalla frattura con la narrazione classica all’indagine del corpo come strumento politico, emotivo e antropologico. In questo senso, il trittico ha funzionato come un viaggio attraverso tre poetiche diverse, tre visioni del movimento, tre modi di interrogare l’essere umano oggi.

Ad aprire la serata è stato Folkå di Marcos Morau, senza dubbio il vertice artistico del programma. Morau, coreografo catalano già noto per la sua capacità di fondere teatro, danza e immaginario collettivo, costruisce un lavoro che affonda le radici nel rituale e nella memoria, evocando un folklore reinventato, deformato, quasi archeologico. Folkå non è un omaggio nostalgico alla tradizione, ma una sua esplosione critica: gesti ripetuti, posture spezzate, corpi che sembrano muoversi come mossi da forze ancestrali e insieme contemporanee. I danzatori di NDT2 diventano comunità, coro, organismo unico, attraversato da tensioni telluriche e improvvise sospensioni. È una danza che guarda lontano, che richiama le avanguardie teatrali del Novecento e insieme la forza primitiva del gesto originario. Non sorprende che sia stato il brano più incisivo e memorabile: una vera esperienza sensoriale, mistica e simbolica, accolta da un silenzio concentratissimo e poi da applausi calorosi.

Segue Wir Sagen Uns Dunkles di Marco Goecke. Il coreografo, fedele al suo stile nervoso e frammentato, porta in scena un linguaggio fatto di tremori, scatti, movimenti quasi convulsivi delle braccia e delle mani. È una danza che parla sottovoce, che scava nell’inquietudine, nella fragilità emotiva, nel non detto. Rispetto agli altri due lavori, il pezzo risulta forse più monocorde e meno sorprendente, ma resta un tassello creativo importante del percorso, soprattutto per la qualità interpretativa dei danzatori, capaci di rendere leggibile anche la più minima vibrazione del gesto.

Chiude il trittico FIT di Alexander Ekman, maestro nel combinare ironia, ritmo e una precisione quasi architettonica del movimento, propone una riflessione giocosa e intelligente sul corpo performante, sull’ossessione contemporanea per l’efficienza, la forma, la fitness fisica e mentale. Qui la danza si fa più luminosa, a tratti quasi pop, ma senza mai scivolare nella superficialità. Il pubblico viene trascinato in un flusso dinamico, scandito da cambi repentini, accenti musicali e una teatralità leggera ma estremamente raffinata. FIT funziona come un contrappunto ideale a Folkå: meno oscuro, più immediato, ma ugualmente costruito con grande intelligenza coreografica.

Ed è proprio sui danzatori del NDT2 che va speso un elogio senza riserve. Straordinari per tecnica, presenza scenica, musicalità e capacità interpretativa, incarnano alla perfezione quella tradizione di eccellenza che ha reso il Nederlands Dans Theater un punto di riferimento mondiale sin dai tempi di Jiří Kylián. Ogni interprete è al tempo stesso individuo e parte di un insieme perfettamente calibrato, capace di passare da una poetica all’altra con naturalezza disarmante.

Il teatro pieno, l’attenzione palpabile in sala e i tanti applausi finali hanno sancito il successo di una serata che non è stata solo uno spettacolo, ma un vero atto culturale. Un inizio di stagione che conferma come la danza contemporanea, quando proposta con intelligenza e qualità, sappia parlare a pubblici diversi e riempire i teatri storici di entusiasmo e senso. Cremona ha risposto presente, e il Ponchielli si è confermato ancora una volta luogo vivo, capace di accogliere il meglio della scena internazionale.

Michele Olivieri

Foto di © Rahi Rezvani

www.giornaledelladanza.com

© Riproduzione riservata

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