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Oriella Dorella, la luce e la bellezza della danza

Oriella Dorella

Oriella Dorella nasce a Milano, dove inizia a frequentare la Scuola di Ballo del Teatro alla Scala. Diplomatasi nel 1969, entra a far parte del Corpo di Ballo dell’Ente Lirico Scaligero, divenendo dapprima Solista nel 1972, poi Prima Ballerina nel 1977 ed infine Étoile nel 1986. Tra gli altri, ha preso parte ad alcuni dei più celebri balletti: Giselle, Coppelia, Lo Schiaccianoci, Miss Julie di Birgit Cullberg, La bisbetica domata di John Cranko, La strada di Mario Pistoni, L’Histoire de Manon di Kenneth McMillan, Onegin, Afternoon of a Faun di Jerome Robbins, Adamo ed Eva ecc. Ha partecipato a produzioni di altri teatri italiani, tra le quali si ricordano: “Il diario di Anna Frank” coreografia di Roberto Fascilla a Verona e le “Tre sorelle” coreografie di Gheorghe Iancu a Bologna. Ha preso parte a numerosi varietà televisivi di successo, quali “Fantastico” e “Sotto le Stelle” acquistando grande popolarità. Lasciato il Teatro alla Scala nel 1994, torna in scena nel 1996 con “La Marchesa Von O.” di Vittorio Biagi, cui fa seguito “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” di Luis Sepùlveda, presso il Piccolo Teatro di Milano con la regia di Walter Pagliaro e le coreografie di Gheorghe Iancu. Nel 2005 interpreta Silvia nella fiction “Grandi domani” e nel 2009 Eleonora nel film tv “Non smettere mai di sognare”.

 

 

Carissima Oriella mi racconti come è iniziata questa tua splendida avventura nel mondo della danza?

Ricordo, da sempre, di non aver mai voluto fare altro che danzare. Mia mamma veniva dalla pianura padana e i miei nonni producevano il vino, coltivavano gli ortaggi, allevavano animali in quanto possedevano una piccola fattoria e io nell’aia passavo tutto il tempo a ballare. Rubavo i vestiti delle mie zie, abiti di seta che facevano la ruota e improvvisavo le danze, ma non avevo mai visto un balletto e nemmeno una ballerina dal vivo ma sapevo che volevo fare assolutamente questo… Volevo ballare! Avevo un rito, che quando il mio papà veniva a casa, gli porgevo le pantofole e lui mi dava in cambio il giornale, allora io mi chiudevo in bagno, che era molto spazioso con un pavimento di marmo e riuscivo a leggerlo bene perché lo potevo disfare completamente e un giorno lessi che avevano aperto le iscrizioni alla Scuola di ballo del Teatro alla Scala. C’era scritto che i corsi erano a titolo gratuito, che si poteva anche fare la Scuola dell’obbligo all’interno e ho inquadrato subito il tutto… ho talmente rotto le scatole che l’ultimo giorno utile alle iscrizioni, verso le ore 21, i miei genitori mi accompagnarono ad iscrivermi. Ricordo che c’era all’ingresso un portiere che poi rimase per tanti anni ancora in attività, che disse che le iscrizioni erano già chiuse perché noi eravamo arrivati fuori orario… la mia disperazione tu tale che cortesemente il portiere prese lui in consegna i miei documenti. Poi negli anni più avanti, quando divenni una professionista, passando dalla portineria lui si alzava e mi diceva sempre: “è anche merito mio, non se lo dimentichi”. E da quella sera, “fuori orario”, iniziò la mia avventura… C’è sempre stato qualcuno che dall’alto mi aiutò e mi diede una mano. Poi cominciai lo studio, feci il Concorso nazionale, entrai nel Corpo di ballo, venni nominata solista, in seguito prima ballerina ed infine étoile.

Quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato all’inizio della carriera?

Il periodo della Scuola è stato meraviglioso, ho avuto degli insegnanti fantastici. C’è da considerare anche che la Scuola di Ballo era all’interno della Scala, sicuramente più rosicata negli spazi di quella attuale ma c’era l’armonia, l’atmosfera del teatro, vedevi le prove di Nureyev, entravi in ascensore e incontravi Luciano Pavarotti. Questo era importante per noi allieve perché sviluppava la curiosità e il sapere; naturalmente si lavorava molto e poi capitava spesso anche di venir chiamata ad essere la sostituita perciò il tempo libero era quasi inesistente. In più cambiavano sovente gli insegnanti e i direttori, ogni volta era un po’ come ricominciare… Bisognava essere attente allo sviluppo del proprio corpo; a sedici anni, fisicamente, ero già pronta ad entrare nel Corpo di ballo. Era d’obbligo tenersi al meglio, sempre pronti a fare un passo avanti. Grandi sacrifici negli orari, rinunce nelle vacanze e nelle uscite con le amicizie. In estate, mentre tutti andavano in vacanza, io lavoravo; si facevano gli spettacoli con Carla Fracci all’Arena di Verona. Non mi fermavo mai. Avevo solo otto giorni di vacanze annuali e il mercoledì come giorno di riposo… Però in teatro vigeva anche l’abitudine, al mercoledì, di istituire una lezione “volontaria” che ogni volta cambiava; perciò non ci si fermava mai se si voleva andare avanti rinunciando anche al proprio giorno di riposo. Comunque non mi lamento perché era la mia passione e si aveva l’immensa fortuna, ad esempio, di andare in tournée con Rudolf Nureyev che ti ripagava di ogni fatica. Quando vedevo le ragazze della mia età, mentre andavo in Teatro a fare le prove, che prendevano l’aperitivo mi dicevo “magari arriverà un giorno così anche per me”… Ci si misurava artisticamente ogni giorno, bisognava essere sempre pronti anche dal punto di vista della tempra, una vita dura. Non esisteva che avevi mal di gola e stavi a casa. Ricordo di una volta in cui la direttrice, la signora Esmée Bulnes, malgrado io avessi la febbre altissima e dovevo ballare una Tarantella, all’arrivo in teatro accompagnata da mio papà con largo anticipo perché c’erano le lezioni prima dello spettacolo, la signora Bulnes disse a lui: “ora Oriella fa la sbarra ma se dovesse sentirsi male la porto fuori io, anche se il pezzo da danzare in palcoscenico non è poi così lungo”. Per non fare uno spettacolo bisognava morire… Secondo me è un po’ quello che manca oggi, questo mordente, questa capacità di superare il dolorino, lì si andava in scena senza troppe storie! Come diceva Robert Strainer: “per una ballerina domani è troppo tardi”! Perché la carriera è fisicità e maturità, quella profondità, quella forza del ruolo che si chiama Arte. Quando hai raggiunto tale profondità dura pochi anni perché il fisico risente dell’usura, di qualche incidente di percorso. La carriera di una ballerina dev’essere veloce, giorno per giorno perché la magia finisce presto…


 

 

Secondo te, a quali criteri corrispondono le qualità indispensabili richieste a un giovane per entrare in un’Accademia?

Innanzitutto vuol dire scegliere “la professione”. Ci sono diversi modi di fare danza: per piacere, per passatempo o per allenamento. Ma se una vuole entrare in Accademia vuol dire che possiede la “luce” cioè l’aver sempre ben presente, là in alto, una luce che brilla infinitamente perché rappresenta la tua vita, il tuo sacrificio e anche nei momenti bui e difficili, sia nel privato che nel lavoro, la luce è sempre là che ti illumina e tu devi solamente guardarla affinché essa sia il tuo sostegno. Avere una mira, sentire che quell’arte che ti brucia dentro significa che sei pronto a tutto: agli spostamenti, ai sacrifici economici, alle rinunce. Già la luce ti conduce e questo è fondamentale perché senza di essa ti perdi al primo problema invece avere ben presente l’obiettivo e perseguirlo malgrado tutto ciò che succede attorno ti serve per mantenere la strada dritta. Purtroppo nella nostra professione ci vuole anche un po’ di grazia di Dio, il fisico ha una importanza fondamentale, che non vuole dire sono bella e alzo bene la gamba ma significa possedere le giuste proporzioni, sapersi muovere, avere il famoso “ballando”… quell’armonia del movimento che in gergo si chiama bene appunto “ballando”. Questo lavoro è spietato ma bisogna possedere il ritmo e il modulo poetico. Come uno sa fare benissimo le equazioni e poi magari sbaglia a cucinare due uova, non vuol dire che sia un inetto semplicemente significa che la sua anima è applicata a un’altra attitudine. Per una ballerina non è poi così importante alzare la gamba cinque centimetri più delle altre ma è il saper applicare anche l’intelligenza alla disciplina che tradotta significa memoria, velocità, resistenza. Una danzatrice vive tutto questo come un palloncino che si gonfia bene e si trasforma, poco alla volta, in “arte”. Non posso sopportare il sentire parlare di danza come qualcosa di ginnico. Una pirouette in più non serve a nulla altrimenti sarebbe il circo che è pur sempre meraviglioso ma non è fine alla tecnica, perché essa è lo strumento atto ad esprimere le ricchezze e le emozioni che si possiedono dentro, perché quando si è sul palcoscenico, per quante coroncine e tutù ci si metta addosso, sei sempre comunque nuda. Quando guardi, ad esempio in un balletto una fata dici “com’è dolce”, “com’è sensuale”, “com’è bella” perché sul palcoscenico tutto quello che sei viene fuori attraverso le emozioni che dai al pubblico. Una Giulietta non sarà mai un’altra Giulietta, avrà tante connotazioni altrimenti saremmo tutte uguali, vista una viste tutte.. temo qualche volta che si tenga a dare troppo importanza al grande virtuosismo piuttosto che alle sfumature, alla raffinatezza, alla delicatezza e all’eleganza del portamento. Fondamentale è il come cammina una ballerina… Una volta un celebre maestro disse: “senza costumi, senza musica, senza sapere qual è il personaggio, appena entri in scena io devo capire se sei una Giulietta, una Carmen oppure una Bayadère… devo capirlo solo dalla tua camminata”. Tutto ciò significa che oltre alle due pirouette in più, la tecnica non deve sopraffare l’espressività e l’armonia. La tecnica fine se stessa non necessita per diventare una “ballerina di valore”.

 

 

Chi sono stati i tuoi Maestri e a chi va il tuo più grande e sincero “Grazie”?

Ne ho avuti talmente tanti. A partire dai maestri della Scuola scaligera che mi hanno dato le giuste basi su cui poggiare tutto quello che è venuto dopo. Ricordo la Gariboldi, la Bonagiunta, la Zingarelli, la Vera Colombo e poi tanti altri maestri che ho incontrato durante il mio percorso. Ogni quindici giorni ne cambiavamo uno… come dimenticare il maestro Ventila, Strainer, Popescu anche il maestro Fascilla che dava delle lezioni meravigliose. Rammento pure Irina Hudova che Nureyev adorava, oppure Gilda Maiocchi… ho vissuto in un momento storico straordinario dove veramente ogni maestro era qualcosa di unico e irripetibile. Poi naturalmente ci sono stati anche quelli meno importanti però come diceva qualcuno “se studi con un maestro che non ti piace ma riesci comunque a portare a casa un braccio, un gesto, una scoperta interessante è già una vittoria!” Noi, della nostra generazione, abbiamo studiato anche con Erik Bruhn… che meraviglia! C’era un fermento splendido in quegli anni… indimenticabili! Questi maestri che venivano da scuole dure e famose a livello internazionale. Non ci si improvvisava. La Scala era un punto di arrivo e non di partenza. Essere invitati dal Teatro alla Scala significava possedere tutti i massimi requisiti. Per noi è stato un continuo apprendere, misurarsi, cambiare e poi, in un secondo tempo, sono giunti i maestri della nuova “corrente” come Louis Falco (lui definiva la sua danza come un’onda, cioè che non finisce mai…) un nuovo modo di imparare perché dovendo danzare i suoi balletti ci dava le lezioni e via con nuovi apprendimenti… abbiamo avuto maestri straordinari. Tutte le mattine quando si apriva la porta della sala di ballo era una continua magia! E se non ricordo tutti i nomi con precisione è solamente perché erano tantissimi e perché anche per me gli anni passano!

 

 

Oggigiorno, qual è il tuo rapporto con gli allievi, tendi a relazionarti in un’ottica confidenziale o solo professionale?

Stiamo parlando di Accademia dove c’è la “luce”. Io mi relaziono sempre in modo professionale, in sala danza ci dev’essere serietà perché come diceva la signora Prina gli allievi “non devi vederli come tuoi figli”. La danza è simile alla matematica, non puoi ronzarci attorno. Gli allievi devono avere delle basi chiare senza confusioni… quando poi balleranno ci saranno altre cose ma quando studiano se la maestra deve dire loro di posizionare un braccio in un determinato modo, l’allievo lo deve mettere esattamente così come richiesto senza aprir bocca perché tutti gli errori che si commettono alla sbarra prima o poi li pagherai al centro. Tutto il disordine e il lasciar correre, il non essere musicali, lo sconti sicuramente in futuro perché e lo ripeto, “la danza è come la matematica”. Ecco perché durante la lezione bisogna avere un maestro che ti guidi con fermezza e con competenza in quanto il corpo tende a fare quello che gli è più comodo se non indirizzato mentre il maestro è quello che ti mette in riga. Il consiglio è studiare non nella scuola più comoda ma in quella dove insegnano i maestri più bravi.

È importante calcare il palcoscenico nel periodo della formazione?

Rigorosamente sì. Nel dovuto modo, non andando a fare le variazioni di Aurora durante il secondo corso ma rendendosi partecipi della vita del palcoscenico. Tutto ciò ti da il senso dello spazio, gli occhi iniziano a vedere a 360 gradi… Questo diventa utile per capire le posizioni, comprendere cosa succede davanti e dietro le quinte. Il palcoscenico è una scuola eccezionale dove non puoi dire “lo rifaccio”. O va o non va. Se studi con disciplina e rigore tutto andrà per il verso giusto.

 

 

Ti ricordi la prima volta, in assoluto, in cui sei entrata in scena sia da allieva che da professionista?

Perfettamente, da allieva presi parte alla Scala alla produzione “Orfeo ed Euridice” di Gluck, facevo il pastorello, praticamente scendevo un’immensa scalinata eseguendo un port de bras. Ero entrata in Scala a settembre e questo avvenne in primavera… ricordo che quando si aprii il sipario e vidi il direttore d’orchestra, la sala… tutto ciò che avevo davanti si trasformò in un magnifico sogno. Per me, al di là della straordinarietà architettonica, la Scala è il più bel teatro del mondo perché possiede anche le giuste proporzioni tra la buca e la sala, la prospettiva del palco è perfetta, c’è una magia ed un’alchimia negli spazi. Comunque quella serata la ricordo, come tutte le prime volte, indimenticabile. Mentre da professionista iniziai con le sei amiche in Coppelia, poi feci la danza dei gigli in Romeo e Giulietta ma anche le amiche di Giselle… e poi pian pianino sempre di più come “Il lago dei Cigni”. Tante cose che sono maturate con il tempo. Mi ricordo le danze spagnole, l’Amor brujo con il geniale Antonio Gades… che periodo meraviglioso! I primi ruoli importanti in “Dafni e Cloe” sotto la direzione musicale di Georges Prêtre, “Cinderella” con l’indimenticato Paolo Bortoluzzi, Giulietta di Cranko… quando inizi tutto diventa semplice se possiedi la famosa “luce” che non devi perdere mai perché vuol dire che la possiedi e la conservi anche quando non danzerai più. Io sono mamma ma il più bell’augurio per i miei figli, nipoti e amici è di nascere con una “luce”. Cosa vuoi fare? Il macellaio… magnifico. Come lo farai tu non lo farà nessuno, non importa cosa scegli ma è fondamentale che diventi qualcosa di tuo, per cui tu avrai sempre uno scopo! Purtroppo, ultimamente ai giorni nostri, questa luce mi sembra brilli molto poco.

 

 

Un talento lo si riconosce subito oppure può sbocciare anche molto avanti nel corso degli studi?

Molto avanti è difficile, dipende però da che talento si intende… il talento dell’arte lo vedi dalla luce che brilla, magari le gambe non sono ancora perfette ma la luce è il modo di “porgersi”. Capisci che c’è dietro qualcosa di più ma è molto raro che ciò accada. Aggiungo anche che un ballerino dev’essere oltremodo intelligente!!

 

 

Quali sono le caratteristiche per riconoscere un valido e serio insegnante e un’attitudinale Scuola di danza?

Un valido insegnante dev’essere uno che sa. Maestri non ci si può improvvisare, bisogna conoscere e avere le massime competenze, è necessario possedere la voglia ma anche la modestia nel saper insegnare. Una buona scuola deve contare su seri professionisti che non vadano a metro, che siano musicali, che sappiano riconoscere se una cosa non è perfetta ma ha comunque un suo preziosismo; comprendere la voglia di fare dei ragazzi, motivarli… La scuola deve avere anche dei locali e attrezzature idonee, non si dice che dev’essere il Metropolitan ma ci vuole il giusto spazio e l’ottimale armonia, che fanno bene all’anima.

 

 

È indispensabile essere stati dei buoni danzatori e aver calcato per tanto tempo i palcoscenici per avviasi poi alla professione di docente?

Non è detto, bisogna vedere. Il fisico magari non è portato per danzare ma il soggetto ha le perfette competenze e nozioni per insegnare… è come uno che dice che un coreografo dev’essere anche un bravo ballerino… non è vero!

 

 

Tuo zio era il celebre maestro Aldo Dorella, pittore di fama nazionale. In qualche modo l’arte era già presente in casa tua…

L’arte è sempre stata presente nella mia famiglia tra architetti, una zia soprano e una concertista, un zio tenore che cantava all’Arena di Verona che si chiamava Barbieri da parte della mia nonna materna. Da questo ramo l’arte è più incentrata sulla musica, sui concerti, sugli strumenti (ho un fratello musicista, Bruno Dorella, che compone anche colonne sonore per film). Dal lato dei Dorella invece l’arte è più portata verso la scultura, la pittura, l’architettura perché discendiamo dal ramo diretto del Guercino. Possediamo l’intero albero genealogico grazie a mio cugino Marco che per tutta la vita si è speso alla ricerca dei nostri antenati… Infatti sono molta grata a lui, ha anche disegnato e arredato casa mia; è veramente un architetto con un occhio particolare, c’è arte non solo materia e moda nelle sue idee. Comunque sono stata l’unica ballerina in famiglia!

 

 

Io ricordo ancora un bellissimo spettacolo alla Scala, in cui tu eri protagonista, che ebbi la gioia di rivederlo più sere di seguito con la partecipazione di Milva, firmato da Roland Petit “L’Angelo Azzurro”… un capolavoro di modernità, a mio avviso precursore dei tempi, sia per ambientazione, sfumature, atmosfere e soprattutto perché tu danzavi sui tacchi a spillo? Cosa conservi di quell’esperienza?

È stata un’esperienza fantastica. Era un personaggio femminile poco conosciuto. Giselle prima o poi l’affronti ma questo era un ruolo veramente nuovo, moderno, con questo istrione pazzesco che era Roland Petit il quale aveva un suo modo di coreografare unico, passava da un lavoro come “Proust ou Les intermittences du coeur” (che danzai anch’io) all’Angelo Azzurro… un genio! Ricordo che quel balletto fu, artisticamente, un momento molto bello ed entusiasmante. A tal proposito rammento un aneddoto in cui la protagonista usciva dal proscenio di sinistra, stava seduta a un tavolo con una vestaglia da camera e la sigaretta con il bocchino, poi si alzava, faceva mezzo metro e giungeva in quinta e per fortuna erano presenti i pompieri perché, una sera, uscendo io abbassai il bocchino e urtai il nylon della vestaglia prendendo fuoco!!!! Il personaggio maschile lo interpretava Angelo Moretto…. uno spettacolo bello bello bello! Ho imparato tante cose anche in questa occasione perché eseguivo una novità fuori dalla norma. Se chiudo gli occhi mi ricordo durante l’esecuzione dell’Angelo Azzurro nuove situazioni come il porgermi, come l’osservare… perché, a mio avviso, è fondamentale saper gestire lo sguardo.

 

 

Quando hai capito e deciso di smettere di danzare e in quale modo è avvenuto l’addio alle scene?

In fondo non ho mai smesso di danzare nel mio cuore, si nasce ballerina e si muore ballerina. Magari non calchi più il palcoscenico ma non si termina mai di ballare… io ho avuto tante vicissitudini per la salute di mia mamma che mi ha fatto rinunciare per nove anni alla danza, le sono stata vicino per tutti questi anni notte e giorno e lo rifarei subito anche se è stato un periodo che mi ha allontanata dal mondo che amavo… Ho comunque continuato a studiare anche se ho dovuto rinunciare a tante belle occasioni artistiche. Poi ho fatto qualche meraviglioso compleanno dove ho stappato belle bottiglie di champagne e gli anni sono passati ma malgrado tutto non si smette mai di ballare perché come ci ha insegnato la divina Margot Fonteyn in quella sua famosa entrata in scena alla Scala, danzando nel ruolo della madre di Giulietta, si poteva scorgere tutto il suo luminoso passato e la sua folgorante carriera grazie all’eleganza e alla maestrìa. Anche quello è un modo di ballare, senza saltare ma è pur sempre “arte”… Certo se a settant’anni una pretende di fare quello che faceva a venti è assurdo, ma se è una esibizione o un qualcosa mirato per mettere in risalto la tua vita senza compromessi e dubbi, senza il dover avere la gamba all’orecchio anche questo per me significa “ballare” portando in scena grandi personaggi!

 

 

Qual è stata poi la grande occasione che ti ha condotta, in tempi non sospetti, dall’élite dei teatri d’Opera al mezzo popolare della televisione con celebri balletti in prima serata?

Una casualità e un’occasione che però ho avuto prontamente la fortuna e anche il coraggio di cogliere al volo! E da lì è andata bene, la Scala mi ha concesso il permesso, ho incontrato dei bravissimi e talentuosi danzatori come Enzo Paolo Turchi oppure Raffaele Paganini e tanti altri. Mi è passata una freccia fortunata e io l’ho acchiappata.

 

 

I tuoi adorati figli, Moises e Marcos, non hanno mai avuto la tentazione di seguirti nella passione per la danza?

Innanzitutto li ho adottati già grandi e possedevano una loro personalità. Provenivano dal Brasile e si facevano le maracas in casa mettendo i sassolini nei barattoli dello yogurth. Sono venuti ad assistere a qualche mio balletto e poi a un certo punto non sono più voluti venire perché mi dicevano “mamma non veniamo più perché tanto alla fine muori sempre”. Però, oggi come oggi, spesso vanno a vedere spettacoli di danza, come il Lago dei Cigni di Matthew Bourne, i balletti al Teatro alla Scala, i saggi al teatro Manzoni, i Momix e tanti altri… in questo mi seguono e io sono sempre pronta a segnalare loro i migliori spettacoli e le migliori compagnie in circolazione. Sono rimasti vicino al mondo della danza e della musica però hanno fatto altre scelte professionali…

 

 

Ho avuto la fortuna di condividere, in qualità di giurato, una commissione esaminatrice di un Concorso Nazionale in tua compagnia. Per la tua esperienza sono un buon trampolino di lancio per la professione tersicorea?

Quando uno è bravo è bravo. Se uno è un artista e ha qualcosa di particolare, prima o poi salta fuori e se c’è la possibilità di una vetrina, come ai Concorsi, ancora meglio.

Cosa ha rappresentato e cosa rappresenta tutt’oggi il legame con la città di Milano e con il Teatro alla Scala?

Milano è la mia città e l’adoro anche perché nonostante non abbia delle cose troppo visibili ha degli angoli di grande cultura e suggestione, in più è una città molto vivibile e anche di ampio respiro internazionale. E poi c’è la Scala che è la mia vita. Recentemente ho ritirato un premio con Renato Bruson e Placido Domingo nel teatro milanese, organizzato dagli Amici della Scala; c’era il sindaco e il sovrintendente e mi hanno chiesto di dire due parole e così ho ricordato che quando andavo in giro per il mondo, ogni qualvolta qualcuno nominava la Scala io rispondevo, non per presunzione o per possesso, “il mio teatro” perché la Scala è stata realmente la mia seconda famiglia, la mia cultura, la mia educazione, la mia gioia, le mie prime lacrime… la Scala è la Scala! Affermare e dire: “la mia Scala” è per me un gesto di enorme affetto… è come nominare la mia mamma!

 

 

Un ricordo personale di un coreografo al quale vuoi indirizzare un moto di gratitudine per averti aiutato nella crescita tecnica?

Ho conosciuto tanti coreografi ma ora che non c’è più mi rendo conto di quanto sia stato grande Mario Pistoni che creò il balletto che ho maggiormente amato e cioè “La Strada” in cui interpretavo Gelsomina. Se fosse vissuto maggiormente sarebbe potuto diventare qualcosa di molto molto molto più importante perché aveva una straordinaria genialità anche se comunque ci sono stati altri coreografi italiani sul mio percorso come Fascilla, Carbone però loro sono a tutt’oggi in attività e possono ancora lavorare mentre Mario è mancato troppo presto, è stato proprio uno scippo della vita!

 

 

Tra tutti i balletti del grande repertorio a cui hai partecipato in qualità di protagonista, al quale ti senti più legata affettivamente?

Mi piacevano tutti, soprattutto quelli interpretativi come Giselle anche se l’ho scoperta avanti, adoravo il primo atto perché c’era la pazzia ma danzandolo ho scoperto che il secondo atto è meraviglioso, ha un languore magico. Nel ruolo di Giulietta ho danzato diverse versioni, quella di Cranko, della Cullberg e di Fascilla, però tra i balletti del grande repertorio quello che mi è piaciuto da impazzire è stata la “Bisbetica domata” di Cranko… non vedevo l’ora che si aprisse il sipario perché pur con mille difficoltà era di un tale spasso irresistibile!

 

 

E tra i tuoi partner in scena con il quale hai avuto maggiore feeling ed empatia artistica?

Sicuramente con quelli più generosi nel senso di “generosità artistica”!

Tu che hai avuto la fortuna di conoscere e danzare in coppia con Rudolf Nureyev, cosa lo rendeva così speciale?

Unico per tutto, per il suo modo di essere, di porgersi, ha creato dei capolavori coreografici. Il suo Schiaccianoci è sicuramente un raro esempio di bellezza e di tale ricchezza artistica, con un linguaggio preciso, dopo un solo passo riconosci subito che quello è Rudi in qualità di coreografo. La sua Bella, Don Chisciottte… meravigliosi, dei vari capolavori di stile, di bellezza e di musicalità. Era un uomo non facile e molto pretenzioso, esigeva il massimo ma perché lo pretendeva anche da se stesso. Era il suo canone di vita, lui non si è mai tolto mezzo passo. Non hai mai schivato… Piuttosto stava dietro le quinte un’ora in più a provare ma lo eseguiva, non si è mai accomodato niente per lui, e ovviamente non hai accomodato niente agli altri. È uno dei ricordi più belli che conservo l’aver conosciuto Nureyev sia come ballerino sia come coreografo e soprattutto per i suoi insegnamenti. Di un braccio ne faceva una Storia e non è poco…

Quasi tutte le tue colleghe hanno scritto biografie e libri di ricordi. Tu non sei mai stata tentata? Non hai mai sentito l’esigenza di raccontare la tua vita in danza?

No!!!!! Ho scritto un libro su una rivisitazione del “Lago dei cigni” edito dalla Salani qualche anno fa. Era una mia versione in chiave moderna… Il rivedere una storia senza cambiarla ma rimettendola nel linguaggio dei giovani degli anni ottanta fu di grande stimolo; il principe ad esempio possedeva e viaggiava in moto. È stata una bella esperienza ,faticosa ma costruttiva, però da qui a scrivere una mia biografia proprio non ci penso affatto.

 

 

Sei stata anche attrice in fiction e film televisivi, hai dei ricordi positivi di quest’esperienza artistica?

Attrice è una parola grossa, diciamo di aver preso parte. È stata una piacevole esperienza dove ho imparato tante cose, ad esempio come ci si muove in un altro mondo come quello del set, dove i ruoli sono diversi, i tempi sono più lunghi, ma sicuramente è risultata una conoscenza da non dimenticare e sottovalutare!

 

 

Ti ho sempre ammirata per la tua bellezza, espressività e per la verve scenica unitamente a un senso di umorismo e convivialità… Per te la danza è sempre stato un mondo di “rose e fiori”? Sei mai stata oggetto di invidie e gelosie?

Beh come tutti e ovunque.. anche lì bisogna vedere come muoversi nel rispetto dei ruoli e dei superiori. Quello che deve apparire è lo show, il teatro dev’essere magia, l’importante è che alla fine lo spettacolo sia di altissimo livello poi quello che c’è dietro sono gli impicci della vita, basta non abbattersi e far brillare sempre la luce… quello della danza è un mondo come un altro e non devono trasparire tali bassezze, lasciando solo venire a galla un qualcosa di più “forte” del personale!

 

 

Qual è l’arte che ami di più dopo la danza e cosa amavi fare nel tuo tempo libero quando eri ancora in carriera?

Io adoro la musica, tutta la musica! Perché il motore del mio corpo è essa in quanto funge da stimolo alle emozioni e ai sentimenti.

Ancora oggi sei ricordata e amata per essere stata un artista versatile, ricca di preziosa sensibilità e dotata di una tecnica rigorosa. Quanto è costato raggiungere tutto questo in termini di rinunce e sudore?

Tanto, tanto e tanto ma lo rifarei subito immediatamente… in questo momento!

 

 

In poche parole cosa ha significato e cosa significa attualmente, per te, l’Arte della Danza?

Per me è stata la mia vita mentre per coloro che osservano e seguono questa disciplina deve suscitare forti sensibilità. Non importa se capisci come sono le pirouette perché quello è il solo mezzo tecnico per esprimere un qualcosa di maggiormente importante. La danza rappresenta un’Arte e come tale ti infonde notevoli emozioni basandosi su elementi fisici… ma tutto ciò risulta solo un tramite perché il “volo” è molto più alto!

Michele Olivieri

www.giornaledelladanza.com

 

 

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