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I grandi coreografi nella storia della danza: Frederick Ashton

Frederick Ashton apparteneva a quella rara specie di artisti capaci di trasformare la disciplina in grazia e la tecnica in una forma di pensiero poetico. Nel suo modo di concepire il balletto non vi era nulla di ostentato: ogni gesto sembrava nascere con naturalezza, come se il movimento fosse la lingua più sincera dell’anima. Eppure, sotto quella apparente leggerezza, si celava una costruzione rigorosa, una sensibilità musicale finissima e una conoscenza profondissima del corpo umano e delle sue possibilità espressive. La sua arte non cercava mai l’effetto immediato o la spettacolarità fine a sé stessa; preferiva insinuarsi lentamente nello sguardo dello spettatore, conquistandolo con dettagli, sfumature, piccoli miracoli di precisione. Ashton amava il silenzio tra i passi quanto i passi stessi, e in quei vuoti si poteva cogliere la sua cifra più autentica: un’eleganza che non imponeva, ma suggeriva. Nei suoi balletti, la danza si faceva conversazione. Le linee non erano mai rigide, ma morbide, quasi respirassero insieme ai danzatori. Le braccia disegnavano traiettorie che parevano sospese, mentre i piedi lavoravano con una precisione quasi invisibile, come se il virtuosismo dovesse rimanere nascosto, custodito all’interno della forma. Era un equilibrio sottile tra controllo e libertà, tra disciplina e abbandono. Ashton ...

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Nel giorno della sua nascita, danza ancora la luce di Lindsay Kemp

Oggi il tempo si piega dolcemente nel ricordo della nascita di Lindsay Kemp (Irby, 3 maggio 1938 – Livorno, 24 agosto 2018), apparizione rara e luminosa, artista capace di trasformare il gesto in visione e la scena in sogno. Nato tra le nebbie del nord dell’Inghilterra e approdato a una dimensione senza geografia, Kemp ha abitato il teatro come si abita un mondo interiore: con grazia, inquietudine e una dedizione assoluta alla bellezza. In lui convivevano disciplina e incanto, tecnica e vertigine poetica, come se ogni movimento fosse il punto d’incontro tra la carne e l’immaginazione. La sua arte nasceva da una sorgente molteplice, nutrita di letteratura e immagini: Oscar Wilde, William Shakespeare, Lewis Carroll, ma anche visioni cinematografiche sospese tra luce e silenzio, e figure mitiche della danza come Vaslav Nijinsky, Isadora Duncan e Anna Pavlova. Tutto si sedimentava in lui come materia viva, pronta a rifiorire in forme nuove, mai imitative, sempre trasfigurate. Il suo teatro non raccontava: evocava. Non mostrava: suggeriva, lasciando che lo spettatore si smarrisse in un territorio dove il confine tra realtà e immaginazione si dissolveva. La danza, per Kemp, non era mai semplice esecuzione, ma una lingua segreta fatta di respiri, attese e ...

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