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La Révérence: rito, memoria e fondamento della danza classica

Nel linguaggio rigoroso della danza classica accademica, ogni gesto è il risultato di una stratificazione storica e culturale che attraversa i secoli. Nulla è casuale: posture, inclinazioni del capo, traiettorie delle braccia custodiscono un’eredità estetica e simbolica che si è formata nelle corti europee e si è consolidata nei grandi teatri. In questo universo codificato, la révérence occupa un ruolo eminente non per virtuosismo tecnico, bensì per il suo valore rituale e identitario. Il termine, di origine francese, rimanda alla lingua che dal XVII secolo è divenuta veicolo ufficiale della terminologia del balletto, in particolare a partire dall’opera di sistematizzazione promossa dall’Académie Royale de Danse fondata nel 1661 per volontà di Luigi XIV. Il sovrano, egli stesso danzatore, fece della danza uno strumento politico e culturale, elevandola a disciplina regolata da principi di ordine, misura e armonia. In tale contesto, la reverenza costituiva parte integrante dell’etichetta di corte: un atto codificato di omaggio al sovrano, ai maestri e alla comunità aristocratica, espressione di deferenza e consapevolezza del proprio ruolo. Con il progressivo trasferimento del balletto dalle sale di corte al palcoscenico teatrale, quelle formule cerimoniali si sono trasformate in prassi accademica, mantenendo intatta la loro funzione simbolica. Ancora oggi, al ...

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Ettorina Mazzucchelli: l’arte del balletto come destino

Milano, in un giorno qualunque del primo Novecento, una bambina osserva in silenzio le tende mosse dal vento. Ha le dita tese, già affilate, e nel cuore una chiamata che non sa ancora nominare. La danza non è ancora un mestiere, né un’arte: è una spinta. È quell’urgenza segreta che vibra nelle caviglie anche quando si sta fermi. Ettorina Mazzucchelli nasce così: nel silenzio, nel rigore, nella disciplina che solo i corpi più puri sanno accettare. Entra giovanissima alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala. Là, tra le ombre dei corridoi e le ginocchia sbucciate sull’assito, apprende che la bellezza richiede obbedienza. Ma Ettorina non è una semplice esecutrice: lei ascolta. Ascolta con il corpo, con la schiena, con la punta delle scapole. Negli anni Venti il mondo inizia a muoversi a una velocità che la danza classica fatica a seguire. Ma lei, con la calma di chi conosce il proprio posto, si fa strada. È Londra a chiamarla per prima: all’Hippodrome, nella rivista Joybells, tra piume, costumi e musiche sincopate, Ettorina danza con una compostezza che sembra stonare — e invece incanta. Torna in Italia, e il suo nome comincia a farsi bisbigliare nei foyer. Torino, Roma, ancora ...

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Danza e arroganza, un binomio impossibile

‘Io so già ballare. Se il passo non viene non è colpa mia, ma del mio compagno che mi ha distratto, dell’insegnante che non ha spiegato bene, del pavimento scivoloso, del pavimento troppo poco scivoloso…’ Queste frasi fanno parte di un repertorio che moltissimi insegnanti e ballerini hanno sentito dire, e rappresentano alibi inconsistenti. Il più delle volte, infatti, chi le pronuncia si dimostra poi più indietro rispetto ai compagni, perché è carente della dote dell’umiltà e trabocca invece di presunzione e arroganza. Ma danza e arroganza sono due realtà antitetiche e contrastanti. Essere umili, nella danza e nella vita, significa mantenersi lucidi e attenti. Implica la capacità di percepire se stessi e gli altri in modo chiaro, senza il bisogno di esaltare le proprie capacità o sopravvalutarsi. Il ballerino che ritiene di ‘essere arrivato’, della danza non ha capito niente e dalla danza non ha imparato niente. Dietro l’arroganza del danzatore in realtà si celano profonda insicurezza e scarsa autostima, ma questa non è una giustificazione per un atteggiamento che ben poco ha a che fare con la danza e che attiene alla sfera personale e all’indole. ‘Non ho bisogno di ripassare’. ‘Perché non sono io in prima fila?’ ...

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