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“Danzare è condividere”: intervista a Luca Masala

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Luca Masala, formatosi tra le Scuole del Teatro alla Scala di Milano, dellʼAmerican Ballet di New York e dellʼAccademia di danza Princesse Grace di Monaco, ha studiato, tra gli altri con i maestri Stanley Williams e Marika Besobrasova. Allʼetà di 17 anni entra a far parte del “Balletto Reale delle Fiandre”, diretto da Robert Denvers dove diviene molto presto Solista. Lavora per un anno con Pierre Lacotte al “Ballet National de Nancy” e successivamente nel 1992 va in Germania al “Staats Theater Wiesbaden”. Nel 1995 si reca a Monaco dove, sotto la direzione di Konstanze Vernon e Ivan Liska, entra nel “Bayerisches Staatsballett”, anche in veste di Primo ballerino. Nel 2000 lascia la compagnia bavarese per il “Ballet du Capitole de Toulouse”, sotto la direzione di Nanette Glushak. Nel 2004, dopo aver ricoperto il ruolo di primo ballerino per le maggiori compagnie e nei teatri più prestigiosi, debutta come Maître de Ballet. In questo periodo decide di elaborare delle coreografie e crea per il Ballet du Capitole “Sang mêlé”. Allo stesso tempo lavora come assistente coreografo e produttore di Jean-Christophe Blavier nella produzione di “Casse-Noisette” a Stoccarda. Nel 2008 smette definitivamente di danzare e diventa Maître del Ballet du Capitole. Nel 2009 rielabora le coreografie di Nanette Glushak nel balletto “Coppelia” per il Ballet du Capitole e di Davide Bombana nella “Carmen” per il Balletto Nazionale del Canada e per la Scuola Superiore di Danza di Cannes. Nel 2008 viene nominato Direttore dellʼAccademia di danza “Princesse Grace” nel Principato di Monaco.

Gentile Maestro, la Sua passione per la danza è nata grazie a sua sorella Gioia assistendo alle sue lezioni all’interno della scuola diretta da Cosi-Stefanescu a Reggio Emilia. È stato amore a prima vista?
La mia passione per la danza è nata grazie a mia sorella, già prima ballerina al Balletto di Montecarlo ed ora maestra presso l’Academie Princesse Grace. Una passione cresciuta per caso, un giorno mentre andavo a prendere Gioia alla scuola “Cosi-Stefanescu” aprii per sbaglio una porta che non avrei dovuto aprire – secondo le regole della casa – in cui c’era il maestro Mihai Ciortea che dava la classe di carattere agli uomini e guardando quella lezione mi sentii veramente entusiasta, ammirando gli allievi che eseguivano grandi salti e grandi giri. Tornando poi nella hall della scuola, dove la gente aspettava e dove c’era anche mia mamma, le dissi “voglio iniziare anch’io lo studio della danza” e così fu. Dopo essermi iscritto, la prima maestra che ebbi fu Loretta Alexandrescu… e fu subito amore per la danza!

Come primo impatto quale esempio e quale indirizzo gli diedero l’étoile Liliana Cosi e il maestro Stefanescu?
La signora Cosi onestamente non l’ho molto vista, era più che altro mia maestra la signora Loretta Alexandrescu con cui studiavo danza e anche il maestro Ciortea per le lezioni di carattere. Il primo impatto fu quello di una scuola con una rigidità e una disciplina forte, a tratti anche di terrore più che altro perché in quel momento ero piccolino, avevo  undici anni… insomma tanta disciplina, ma devo dire, che sono veramente grato a quella scuola. Però solo dopo sei mesi di studio dissi a mia mamma che volevo smettere perché alla scuola media mi prendevano in giro, in quanto ballerino, e mi davano della femminuccia; ai quei tempi dava un po’ fastidio, così decisi di lasciare la danza. Mio papà mi disse che dovevo andare personalmente da Stefanescu per comunicarglielo, perciò mi recai nel suo ufficio, accompagnato da mio padre, e dissi al maestro che non desideravo più ballare e lui cominciò a gridare e ad arrabbiarsi con lui, più che altro, dicendo come poteva permettere che smettessi la danza in quanto sia io che mia sorella eravamo grandi talenti e che sarebbe stato un peccato non farci continuare. Io quindi ebbi paura di questo e della reazione di Stefanescu e decisi di non smettere anche perché la mia scusa per interrompere era legata solo allo sbeffeggio dei miei coetanei delle medie, ma in realtà l’arte della danza mi piaceva moltissimo, infatti dopo tanti anni che la pratico e faccio parte di questo mondo posso affermare che è la mia passione più grande, e quindi allora decisi di non smettere. Mio padre, in maniera intelligente, visto il grande talento mio e di mia sorella ci mandò alla Scuola di ballo del Teatro alla Scala di Milano, che ai tempi era una scuola in cui non si pagava niente. Ci recammo per sostenere l’audizione e ci presero entrambi.

Che tipo di esperienza è stata?
Alla Scuola di Ballo della Scala è stata un’esperienza molto bella, devo dire un’esperienza anche dura, il primo anno siamo stati in una casa da soli con una famiglia che ci ospitava, più tardi i miei genitori si sono trasferiti… insomma un periodo di sacrifici ma al contempo costruttivo perché abbiamo imparato tanto sulla disciplina, anche là con un po’ di terrore… Sicuramente era un’epoca diversa, però le basi della danza ammetto che mi sono state insegnate benissimo. Alla signora Prina devo senza dubbio l’insegnamento più importante “la disciplina”. Quello che forse era un po’ più difficile era ciò che veniva dopo il Diploma alla scuola scaligera, perché in quel periodo i ballerini che danzavano nel Corpo di Ballo erano quelli che giungevano da altre compagnie. Mi ricordo di bravi allievi che arrivavano all’ottavo corso, si diplomavano, entravano nel Corpo di Ballo come ottimi neodiplomati professionisti e dopo una sola stagione sembravano già quarantenni in pensione, quindi non sono voluto rimanere al Teatro alla Scala perché non vedevo un futuro, che invece poi c’è stato successivamente con la direzione della signora Terabust e del signor Carbone, i quali hanno aiutato a far danzare altre persone che venivano dalla stessa Scuola di Ballo della Scala. Comunque un’esperienza bellissima, sicuramente difficile ma che ci ha fatto capire assolutamente la nostra giusta strada.

In classe con lei c’era Massimo Murru, acclamato étoile scaligero. Che ricordi ha di lui allievo?
Con Massimo eravamo molto amici anche perché eravamo gli unici due maschi del corso dell’epoca e poi sono stati aggiunti altri corsi in quanto scarseggiavano i ragazzi e sono così comparsi altri allievi come Alessandro Grillo (attualmente primo ballerino) ed altri ancora che poi non sono diventati danzatori. Con Massimo ho sempre avuto una bellissima relazione d’amicizia anche se ci siamo un po’ persi di vista, soprattutto quando ho iniziato a ballare fuori Italia e lui in Scala. Però ci siamo rivisti per la prima di Giselle, quella che era stata videoregistrata da Patrice Bart con Alessandra Ferri. Un’intesa amicizia, una splendida persona, conservo dei bellissimi ricordi al fianco di Murru e rammento tanti spettacoli danzati insieme. Un ragazzo molto serio, un ragazzo che lavorava benissimo e un ragazzo che aveva un enorme talento tant’è che poi si è visto nel corso della sua carriera di successo.

Chiuso il capitolo Scala si aprirono, grazie ad un’audizione, le porte della School of American Ballet a New York. Che tipo di impatto fu la danza negli Stati Uniti?
Dopo quattro anni di Scala abbiamo deciso, io e mia sorella, di partire perché non vedevamo molti sbocchi professionali, tutto ciò anche su consiglio di svariati maestri. Decidemmo così di recarci alla “School of American Ballet” che è la scuola ufficiale del “New York City Ballet”. Siamo entrati dopo aver superato un’audizione ed è cominciato un capitolo della nostra vita, per entrambi, che ci ha totalmente rivoluzionato il futuro. Arrivare negli Stati Uniti all’età di quindici anni è stata una cosa importante, mi ha insegnato la responsabilità e come gestirmi da solo. La differenza tra la scuola della Scala e quella del New York City Ballet era che alla Scala eravamo due uomini in classe e tutto era gestito molto bene (puntuali, ben vestiti, ben pettinati, non potevamo ridere a lezione) mentre all’arrivo a New York trovammo una situazione completamente diversa, cioè se eravamo presenti bene e se non lo eravamo era lo stesso. Se ci nascondevano dietro le colonne perché a lezione c’erano cinquanta persone non ci dicevano nulla e quindi alla fine ho imparato cosa vuol dire essere responsabili di sé stessi, sia come essere umano sia come ballerino. Certo il primo mese è stato tragico perché ovviamente quando inizi a fare lezione e hai al tuo fianco Mikhail Baryshnikov, Vassiliev, Bujones oppure Nureyev al fianco nella sbarra, certo che diventa un po’ difficile continuare la classe… Al centro ti nascondi perché hai vergogna di te stesso ma dopo un mese posso dire che ho scoperto come battermi in questo mondo della danza e mi ha cambiato totalmente, sia come persona ed essere umano ma soprattutto come ballerino. I maestri che ho avuto sono stati maestri fantastici, facevo più o meno dalle quattro alle sei lezioni di danza classica al giorno… insomma un mondo così diverso in cui c’era talmente tanta libertà che alla fine diventavi molto più responsabile.

Lei e sua sorella siete sempre stati complici nei vostri progetti di danza? Avete mai ballato insieme in scena?
Sì io e mia sorella abbiamo sempre studiato insieme ma poi lei essendo più grande di me di due anni ha trovato lavoro al “Balletto delle Fiandre” mentre io sono rientrato in Europa perché i miei genitori non volevano che restassi da solo a New York. In seguito sono andato all’Accademia di danza classica “Principessa Grace Kelly”. Dopodiché sono entrato anch’io al “Balletto Reale delle Fiandre” e abbiamo ballato insieme, io e mia sorella Gioia. In seguito ci siamo recati a Wiesbaden dove abbiamo ballato in coppia dei ruoli molto più importanti e dopodiché lei è andata ad Anversa mentre io sono andato a Monaco di Baviera. Da questo momento le nostre carriere si sono definitivamente separate fino all’addio alle scene. Oggi ci ritroviamo nella scuola che dirigo, lei in qualità di insegnante. Quindi sì abbiamo ballato tante cose insieme.

Dopo New York è la volta dell’Accademia di danza “Princesse Grace” di Monaco. Accademia nata nel 1975 dal desiderio della Principessa Grace e del Principe Ranieri III di creare nel Principato di Monaco una scuola di danza di alto livello e di fama internazionale, diretta da Marika Besobrasova. Lei quali ricordi conserva da allievo e che insegnante/direttrice era la Besobrasova?
In effetti poi sono andato a Montecarlo all’Accademia di danza classica “Princess Grace” diretta da Marika Besobrasova. Cosa ho imparato in Accademia? Oggi da direttore della stessa Accademia ho cercato di prendere le migliori cose delle tre scuole che ho fatto. Diciamo che la cosa che ho imparato maggiormente da Marika Besobrasova è la passione, ho fatto un anno (non posso dire di essermi formato in quella scuola) ma ho imparato tante cose. Marika era una maestra che conosceva il corpo umano molto bene e aiutava i ballerini professionisti, anche di un certo spessore, come Marcya Haydee e Rudolf Nureyev, spesso quando si facevano male andavano a recuperare all’Accademia di Montecarlo per rimettersi in forma. Le lezioni rammento che erano molto belle ma la cosa principale, per me, di quell’epoca era la passione che la direttrice ci trasmetteva facendo di me un ballerino determinato. Quando faccio qualcosa lo faccio al mille per cento e oggi sicuramente in qualità di direttore il gusto, il colore e la sfumatura che rimane dell’Accademia dell’epoca Besobrasova è la passione che la signora nutriva; era una direttrice molto dura, una direttrice che forse non riuscivamo sempre a capire perché eravamo giovani, ci dava delle regole di come dovevamo comportarci che non riuscivamo a comprendere il perché e spesso andavamo contro i suoi dettami ma semplicemente perché non capivamo il significato di queste regole, lei era molto esigente però si vedeva che voleva bene ai ragazzi e svolgeva tutto alla perfezione. Certamente ci sono delle persone che hanno una versione diversa dei fatti… allievi che hanno sofferto di più in quella scuola e altri come me che non hanno assolutamente sofferto e anzi hanno imparato e mantengono un buon ricordo. Rammento che alla fine, quando le annunciai che andavo al Balletto Reale delle Fiandre mi disse che se non tornavo in scuola la mia vita non avrebbe più avuto nulla a che fare con lei e con l’Accademia. Fu una cosa che all’epoca mi ferì perché avevo trovato un lavoro ed ero contento di averlo ottenuto e lei fu la prima persona che chiamai da una cabina telefonica (ancor prima di mia madre), ma lei alla fine disse che non potevo accettare questo contratto (che invece io accettai) e quindi nei vent’anni che seguirono, durante la mia carriera, non ebbi più nessun contatto e rapporto con la direttrice che rividi solo nel momento che assunsi io la direzione dell’Accademia.

Ha avuto la fortuna di condividere le lezioni con alcuni storici nomi della danza però vorrei che si soffermasse sul suo incontro con due icone mondiali: Rudolf Nureyev e Mikhail Baryshnikov, ancora oggi tanto amati ed inarrivabili?
Sono stati ballerini con i quali ho avuto la fortuna di condividere le lezioni del maestro Stanley Williams nella stessa classe ed è capitato, in qualche occasione, di ricevere da loro alcune correzioni o suggerimenti. Di Nureyev sicuramente l’ho conosciuto alla Scala di Milano quando ero un piccolo bambino perché facevamo spettacoli come il Don Chisciotte o lo Schiaccianoci in cui lui ballava. Ricordo quando danzarono le sue produzioni Sylvie Guillem, Manuel Legris e Laurent Hilaire… era quel periodo molto intenso per l’Opéra di Parigi presso la Scala di Milano. Nureyev era una persona sicuramente – come la potevo vedere io da piccolo ragazzino della Scuola – che ti imponeva tanto, una persona sola, anche per quanto poteva essere ammirato e osannato da tutti. Una persona che forse ho conosciuto in un’epoca dove già era arrivato a una problematica fisica, in cui il suo corpo non gli permetteva più di svolgere tante cose, però ovviamente essere e studiare al fianco di Nureyev, è stato qualcosa di molto eccitante e assolutamente motivante. Alla Scala naturalmente l’ho visto solo durante le prove, non ho mai fatto lezione con il Corpo di Ballo, mentre in Scuola a New York lui veniva a studiare con Stanley Williams regolarmente quando soggiornava negli Stati Uniti e parecchie volte si trovava in sala danza con noi alle lezioni dell’advanced class… mi ricordo che spesso parlavamo perché mi aveva riconosciuto come piccolo bambino della Scala e anche perché a quei tempi, in ottobre, avevo ballato il suo “Schiaccianoci” e a novembre mi aveva ritrovato già alla School of American Ballet. Abbiamo conversato insieme e sicuramente posso dire che è stato un ballerino che ha regalato molto alla mia generazione e a quelle a venire. Per quanto riguarda Baryshnikov lui è un icona, in quel tempo quando ero giovane ballava in maniera eccellente e ammirarlo durante le lezioni era fantastico, ebbi poi il piacere di rivederlo nel 2016 quando venne all’Accademia a Montecarlo e tenne una piccola intervista con i miei allievi e anche per loro (che fanno parte di una generazione dopo la mia) il solo fatto di vederlo di persona e conversare con lui provocò grande entusiasmo e fu motivo, dal giorno seguente, per lavorare con maggiore impegno. Sono dei maestri ma ancor più delle autentiche icone entrate di diritto nella Storia della Danza mondiale.

Una volta diplomatosi è entrato a far parte del “Balletto Reale delle Fiandre”, diretto da Robert Denvers dove viene ben presto nominato Solista. Come ricorda il giorno della nomina?
La cosa bella della compagnia del “Balletto Reale delle Fiandre” è che alla fine della prima stagione ero già nella creazione di “Camelot”, nel secondo cast, e quindi devo dire che è stata una magnifica esperienza perché Robert Denvers mi ha dato, come a tanti altri danzatori giovani, la possibilità di ballare velocemente. Era veramente un’ottima compagnia anche se oggigiorno lo è ancora ma in maniera diversa. I ballerini che entravano erano incredibili e purtroppo ne uscivano anche tanti perché non era semplice avere a che fare con Denvers. I ricordi maggiori sono i ruoli in cui ho danzato, ad esempio, la prima di “Camelot” che è stato il mio primo vero ruolo da “Primo ballerino”… un’emozione enorme, un balletto che ricordo con tanto affetto, con questo coreografo che purtroppo dopo aver allestito un’altra creazione dal titolo “Dracula” è morto. Nutro fantastici ricordi, più che per le nomine, proprio per i ruoli e i balletti in cui ho danzato.

Di seguito le sue esperienze si ampliano con Pierre Lacotte al “Ballet National de Nancy”, poi allo “Staats Theater Wiesbaden”, al “Bayerisches Staatsballett” e al “Ballet du Capitole de Toulouse”. Quanto è importante per un danzatore in carriera misurarsi con Compagnie di nazionalità diversa?
Sono poi partito per Nancy, al Wiesbaden fino alla Bayerisches Staatsballet e a Toulose. Ci sono ottiche diverse, attualmente do dei consigli ai miei ragazzi che si diplomano in Accademia che poi vanno direttamente in Compagnia. Per me l’importante all’epoca era entrare in una Compagnia in cui potevo ballare subito e quindi entrare al Royal Ballet o Bayerische o al Balletto di Stoccarda dell’epoca sarebbe stata una cosa fantastica ma spesso succede che aspetta aspetta aspetta e siccome sei un po’ troppo giovane ti si spegne questa fiamma. Non tutti la pensano così però dipende anche dalla psicologia dell’allievo. Per me in quel momento era fantastico… Ad Anversa ho danzato tanto, a Nancy dove non mi sono trovato affatto bene con Pierre Lacotte ho comunque ballato molto nell’unico anno in cui sono rimasto, a Wiesbaden ho preso parte a infinite produzioni, a Monaco di Baviera ho avuto la fortuna di lavorare con personaggi del calibro di Neumaier, Mats Ek, Forsythe, Kylian… insomma i più grandi nomi che esistono, al Capitole de Toulose dal repertorio classico a quello contemporaneo ho ballato le pagine più belle della danza perciò ritengo sia importante ai fini di un arricchimento, vedere più cose e confrontarsi con pubblici diversi. Naturalmente rispetto anche quei ballerini che entrano in una Compagnia come la Scala, Bolscioj, Royal Ballet o il Marinsky e rimangono tutta la loro carriera nello stesso teatro. Per quanto mi riguarda sono felicissimo di quello che ho fatto e di aver cambiato diverse compagnie e se dovessi tornare indietro rifarei esattamente lo stesso percorso.

Quali sono i ruoli che hai prediletto nel ruolo di danzatore?
Tra i più belli che ho interpretato nella mia carriera sicuramente Armand nella “Dama delle Camelie” che è quello che ho amato di più (il mio cavallo di battaglia) e Romeo in “Romeo e Giulietta”. Poi ce ne sono tantissimi altri che sono belli e diversi, però questi due, sono tra i miei preferiti. Intendo il “Romeo e Giulietta” di Cranko anche se ne ho danzate altre versioni, ma questo è quello che ho maggiormente amato.

In scena qual è stata la partner con cui ha avuto maggior feeling artistico?
Ce ne sono state, è difficile dirne solo una. Ovviamente all’inizio della mia carriera danzare con mia sorella è stata una cosa molto bella, però eravamo giovani e i ruoli non erano così incredibili, erano giusto un inizio e una scoperta. Per il ruolo di Armand devo parlare sicuramente di Judith Turos che è stata la mia partner in quello spettacolo, una grandissima ballerina e una splendida professionista, una persona che mi ha insegnato tanto, però voglio fermarmi soltanto a lei, per evitare di nominare tutte le altre che sono seguite. Prendo come esempio lei che mi ha accompagnato nel ruolo più importante della mia vita di danzatore.

Quali sono stati i momenti più importanti ed emozionanti della Sua carriera?
Uno in particolare, che riassume il perché ho fatto il ballerino e lo racconto spesso, quando la gente mi chiede come condensare in poche parole la mia carriera: a Monaco di Baviera al termine della Dama delle Camelie uscii dopo due ore dal teatro perché mi soffermavo spesso con gli amici nei camerini a parlare e a bere qualcosa, scesi e c’era un signore che ancora mi aspettava e quindi mi si avvicinò (un uomo anziano sugli ottanta anni), feci la gaffe di prendere la penna e un foglio per fargli l’autografo e invece mi diede giusto la mano e mi disse “la volevo ringraziare perché dall’anno scorso che mia moglie è morta ho visto questo spettacolo sette volte e per sette volte sono rivissuto”. In effetti quando rivedo questa situazione posso dire che è stata la ragione per cui ho intrapreso questa carriera: semplicemente solo per aver emozionato questo uomo, tutto ciò giustifica i sacrifici che ho fatto e quelli della mia famiglia, è stato il momento più importante della mia carriera ma dovrebbe esserlo anche nelle carriere di altri ballerini perché, purtroppo, spesso la gente si dimentica i veri valori di un tersicoreo credendo che i “giusti” valori siano quante pirouettes può aver eseguito, quanto alto può aver saltato o quanti followers possa avere su internet e sui social.

Nel 2008 smette di danzare… com’è avvenuto l’addio alle scene? Con quale spettacolo e in quale teatro?
Diciamo che ho smesso di ballare, è stata una decisione dettata dal fatto che già dall’età di ventitre anni desideravo dirigere una Compagnia. Non ho dato un vero addio alle scene, non mi ricordo nemmeno quale sia stato l’ultimo spettacolo danzato. Per me essere ballerino è sempre stata una maniera di dare qualcosa al pubblico nella stessa maniera in cui l’ho data come maestro di ballo, quando sono stato nominato in questo ruolo al Capitole de Toulose e come la sto dando attualmente all’Accademia di Montecarlo, alla fine non ho eseguito un addio alle scene perché quello che faccio oggi è esattamente la stessa cosa che facevo anni prima quando ballavo: “condividere qualcosa con delle persone”. Sicuramente, comunque, è avvenuto al Teatro du Capitole. Dare un addio alle scene vuole dire dare l’addio alla danza e non è il mio caso, continuo oggi come direttore però nella testa sono come il ballerino dei tempi passati.

Nel 2009, S.A.R. la Principessa Caroline di Hannover, su proposta di Jean-Christophe Maillot, la nomina a Direttore Artistico presso l’Accademia Princesse Grace. Un grande onore e un prestigio di altissimo livello?
Sicuramente è stata una cosa bellissima, esattamente vent’anni e tre giorni dopo che sono partito dall’Accademia (dopo la famosa telefonata alla Besobrasova), mi ritrovo ad esserne il direttore. Una carica molto prestigiosa, devo dire che quando mi è stata proposta, in maniera molto veloce, non ho chiesto io di prendere questa posizione perché non sapevo nemmeno fosse libera al momento, non sapevo che stessero cercando un direttore ma devo dire che è arrivata così… Jean-Christophe Maillot mi ha chiamato, mi ha domandato se potevo essere interessato, gli ho detto che ci poteva essere un interesse però desideravo visitare prima la scuola, vedere com’era, capire cosa si poteva fare. Sono andato a Montecarlo, ho parlato a lungo con Maillot, ho avute diverse conversazioni con alcuni politici e consiglieri del Principato di Monaco, l’ultima con la principessa Carolina spiegandole più o meno quello che avrei voluto impostare per la scuola e lei bene appunto mi disse che desiderava che l’Accademia diventasse di un livello molto alto, come lo era negli anni ottanta, per ritrovare quel periodo d’oro… Dopo un mesetto di permanenza, cercando di capire tutto quello che si poteva fare, misi giù un progetto e fu quindi accettato e in seguito approvato e validato dalle diverse persone del Consiglio d’Amministrazione. Cominciai così questa nuova e fantastica avventura ma anche molto dura, dove al di là della nomina, c’è alla base tanto lavoro per far rifiorire la scuola… oggi possiamo affermare che è una cosa che è stata fatta: l’Accademia è una delle scuole più rinomate che ci possano essere al mondo con seimila allievi all’anno che vedo e che nutrono interesse per entrare a farne parte. Quindi un grande onore e prestigio per aver mantenuto fede alla promessa data all’inizio del mio mandato.

Per volere e sotto la presidenza di S.A.R. la Principessa Caroline, i Balletti di Monte-Carlo riuniscono in un’unica struttura “La Compagnia dei Balletti di Monte-Carlo”, “il Monaco Dance Forum” e l’“Accademia Princesse Grace” al fine di offrire a Monaco un polo che riunisce le attività legate all’arte coreografica. Un’eccellenza nell’eccellenza?
Poi più avanti c’è stata questa fusione con la Compagnia. Negli anni passati i Balletti di Montecarlo e la Scuola non hanno mai avuto relazioni, cosa che a me e Maillot sembrava assurda. La cosa più evidente nei miei primi colloqui con lui è stata quella di pensare che la Compagnia e la Scuola dovevano essere vicine. Dobbiamo poter dare ai nostri allievi il gusto di cosa significhi essere ballerini professionisti. I nostri allievi attualmente lavorano alla mattina negli studi della compagnia; hanno già avuto esperienze in spettacoli al fianco dei danzatori della Compagnia, ad esempio nella stagione passata con lo “Schiaccianoci”. Hanno partecipato insieme, sia allievi che danzatori con i ballerini invitati del Bolshoi che sono venuti a Montecarlo e così si è potuto assistere all’opera le tre strutture congiunte: il Monaco dance Forum con i ballerini invitati, la compagnia del Ballet di Montecarlo che danzava e l’Accademia Princesse Grace con i propri allievi in scena, sicuramente tutto ciò è molto importante. Quello che abbiamo deciso con Maillot all’epoca era di non formare una scuola solo per ballerini che dovevano poi entrare nei Balletti di Montecarlo ma abbiamo ritenuto più idoneo dare vita ad una scuola che formava ballerini, e qualora ci fossero stati tra loro alcuni ritenuti interessanti per il Ballet di Montecarlo, Maillot li avrebbe potuti visionare e prendere più facilmente rispetto ad altri direttori, dato che essi erano già in “casa”.

Quali sono le sue linee guida all’interno dell’Accademia? All’inizio del suo mandato gli era stata affidata la responsabilità di preservare la qualità dell’insegnamento classico, aprendo nello stesso tempo l’Accademia alle varie influenze della danza contemporanea?
Quando sono entrato nell’Accademia c’era questa voglia di mantenere il classico perché la Besobrasova era molto conosciuta come maestra, aveva più che altro creato un suo sistema e c’era proprio questa voglia da parte del Consiglio di Amministrazione di mantenere alto il livello dell’insegnamento. Diciamo che le linee guida sono state dall’inizio completamente riviste e cambiate da me, perché appunto non era mia intenzione dirigere una scuola obbligata a prendere degli allievi solo per far sopravvivere la struttura… Cosa voglio dire con questo? Che per far sopravvivere una scuola che ha cento posti (che non è il caso dell’Accademia che ne ha cinquanta) devi prendere almeno cento allievi così con i soldi che entrano riesci a tener in vita la struttura. Per me quella non era assolutamente una cosa che potevo difendere, anche se la capisco perché per molte scuole è così, però non era una delle mie visioni. La mia ottica è essere un direttore che può prendere dei ragazzi, durante le audizioni, ma solo perché li ritengo abbiano le qualità di poter diventare dei professionisti del futuro ma non certo per riempire un posto in più in Accademia. Ho avuto la possibilità di farlo e da parte mia ho dovuto trovare degli sponsor che potessero colmare i soldi che non entravano con i ragazzi rifiutati. Questa scelta è la linea guida più importante attualmente in vigore all’Accademia e che ci permette di possedere un livello così alto e un successo sempre crescente. Ho aperto, all’inizio del mio mandato, la scuola con ventisei allievi e oggi siamo a quarantacinque. Fin dal 2009, anno in cui dirigo questa Accademia, sono riuscito ad ottenere un risultato del cento per cento aiutando tutti i nostri allievi diplomati a trovare lavoro presso compagnie internazionali. Dopo questa linea guida fondamentale c’è da dire che il secondo punto stava nell’insegnamento. Marika Besobravosa andando via aveva tolto il suo sistema che in ogni caso non avrei tenuto in scuola semplicemente perché il suo metodo “era lei” e nessun altro poteva continuarlo in quanto lei possedeva un certo occhio… aveva creato queste sue celebri lezioni con determinate musiche: in sostanza la mente e l’occhio erano solo lei. Infatti alla fine certi professori si nascondevano e continuavano a farlo dietro il nome della Besobrasova senza il suo “occhio” e questo posso dirlo essendo stato suo allievo e avendo lavorato con lei per un anno. Perciò in qualità di direttore ho dovuto ricambiare il metodo mantenendo tutti i maestri per il primo anno in quanto sono stato nominato a settembre. Nel primo anno avevo il compito di verificare se parte di essi fossero adatti per ciò che desideravo impostare io e soprattutto anche il guardarmi attorno per cercarne di nuovi. Subito abbiamo aperto le porte alla danza contemporanea con l’aiuto di Maillot, maestri, giovani ballerini perché al giorno d’oggi è essenziale, ormai non esistono compagnie al mondo che fanno solo danza classica accademica… anno dopo anno è andata migliorando anche grazie all’invito di professori esterni. Abbiamo dei docenti all’interno che insegnano secondo lo stile di Maillot. Non ho voluto prendere altri maestri con uno stile ben preciso, come Graham o Cunningham, ho preferito invitare più docenti che aprono le porte della danza contemporanea del giorno d’oggi così quando gli allievi diplomati entreranno in Compagnia avranno già avuto più informazioni sui vari tipi di danza che si fanno attualmente nelle più grandi compagnie mondiali.

L’Accademia Princesse Grace è anche partner del celebre Prix de Lausanne. Cosa ne pensa Maestro dei Concorsi, sono un buona esperienza nella formazione dell’allievo?
Dal 2009 faccio parte del “Youth Grand Prix” come giurato, è stato importante per me farlo per una ragione molto semplice e cioè vedere tantissimi allievi e visto che all’epoca non c’era un budget per l’Accademia per andare in giro, a destra e a manca, a cercarne di nuovi, ho avuto la possibilità grazie a questo bel Concorso di viaggiare e di andare a scovare una moltitudine di ragazzi costruendo così la Scuola che dirigo. Per me cosa è un concorso? Per quanto mi riguarda come direttore, ci sono alcuni concorsi che possono essere importanti perché ti danno la possibilità di vedere certi allievi che non avresti mai la possibilità di visionare nelle tue scuole. Lo “Youth American Grand Prix” è importantissimo perché ha tante semifinali in diversi paesi del mondo e la finale con tutti gli allievi che sono stati precedentemente valutati (dal Messico alla Cina dal Giappone al Brasile e a tutta l’Europa e l’America intera) vengono da noi selezionati solo i migliori che partono per New York con una borsa di studio. Ci sono più o meno quaranta direttori americani di compagnie e di scuole che vengono a fare il loro “mercato” e cioè a selezionare questi ragazzi. Sì quindi il Concorso è importante per questo, perché fornisce la possibilità a tanti ragazzi di poter entrare in altre Scuole senza doversi pagare il viaggio e sostenere tante audizioni in diverse scuole. Il Concorso solo per avere una medaglia d’oro o d’argento, personalmente no, non lo ritengo importante perché tutte le ore che vengono consacrate alle variazioni da presentare in scena sono ore sottratte allo studio… è un po’ come se oggi io mi mettessi a studiare una poesia in giapponese e per un anno studiassi solo questa poesia e alla fine la parlo e la recito perfettamente però non so parlare il giapponese. Perciò questa è la metafora su ciò che penso dei Concorsi, fanno bene per farsi conoscere però una volta che la persona è stata vista ed è stata presa e può iniziare a studiare meglio o cominciare una carriera per me dovrebbe finire là, anche se tanti allievi lo fanno per motivarsi, per vedere com’è il resto del mondo e confrontarsi. Credo sia un’esperienza da fare una sola volta nella vita. Per quanto riguarda Lausanne l’ho fatto per tre volte con tre allievi, che a mio avviso, meritavano di essere visti in una situazione diversa tipo un’audizione, allievi che erano pronti per entrare in una compagnia però ancora giovani di età, avevano diciassette anni e che probabilmente visti in un’audizione pubblica non avrebbero dimostrato le loro reali capacità e quindi ho deciso di presentarli tutti e tre: David Yudes che oggi è al Royal Ballet, Mikio Kato che poi è entrato al Balletto di Montecarlo e che oggi va al Ballet de Fiandre e Rina Kanehara che dopo aver fatto un anno con l’English Ballet oggi è stata promossa all’ottavo anno di Corpo di Ballo.

Secondo lei quali sono le “qualità imprescindibili” per un maitre de danse accademico ma anche per un docente di danza di una scuola di provincia?
Mai perdere la voglia d’imparare, mai perdere la curiosità di cercare sempre più avanti, spesso ho conosciuto maestri che erano bloccati sulle loro teorie che funzionavano in un’epoca diversa ma non nell’epoca che viviamo attualmente, quindi per me oggi un buon maestro è colui che, ovviamente ha delle conoscenze, ma principalmente che possiede una carriera (e qui molte persone non mi daranno ragione) ma per poter insegnare bisogna aver fatto il ballerino. Non credo che uno possa insegnare qual è il mestiere del danzatore senza averlo provato su sé stesso altrimenti diventa assai difficile. Certo apro una parentesi a favore anche di quelli che non hanno fatto i ballerini, come ai tempi i professori del Bolshoi di Mosca, del Marinsky di San Pietroburgo o dell’Opéra di Parigi, ma sempre con il dovere di convivere “tutti i giorni” a stretto contatto con il teatro e la sua realtà perché un docente dev’essere pronto a sua volta ad imparare sempre. Molto spesso i maestri sono là per dire all’allievo cosa deve fare ma se questo non lo sa fare dicono “tu sei incapace”… A volte è meglio giudicare di più se stessi e cercare cosa poter fare per migliorarsi e permettere che l’allievo capisca meglio il tuo insegnamento. Quindi cercare dentro anche se stessi e trovare una soluzione costruttiva nella crescita dell’allievo.

Tra tutti i vari metodi di insegnamento della danza classica, quale ritiene più completo e perché?
Li ritengo tutti completi se sono messi assieme. Onestamente un sistema da solo non lo trovo completo, ancora una volta questa è una mia opinione e molte persone non saranno d’accordo ma o si parla di una Scuola come può essere la scuola della Vaganova che ha uno stile ben preciso, che poi viene rimesso in atto in una compagnia e allora sì va bene, quando si guarda una “Bayadere” o uno “Schiaccianoci” o una “Bella Addormentata nel bosco” posso capirlo ma quando si inizia a parlare di altri tipi di danza diventa più difficile il sistema che è stato appreso ed in effetti anche l’Accademia Vaganova si sta aprendo ad altri stili di insegnamento come il contemporaneo. Quindi per me ho elaborato medoti diversi, a partire da quello della Scala di Milano, quello di Balanchine e a Montecarlo quello della Besobrasova e devo ammettere che tutti e tre sono stati molto interessanti, però uno non distruggeva per niente l’altro, anzi uno più l’altro rendeva il ballerino maggiormente completo. Sono convinto che oggi come oggi bisogna aprire sempre più le barriere e le frontiere ed insegnare agli allievi qualcosa di più senza che il maestro si nasconda dietro un sistema mentre un buon professore avendo più conoscenze e più metodi ha più strumenti per aiutare gli studenti a diventare danzatori professionisti. Quando parlo di allievi parlo di coloro che hanno la possibilità di diventare ballerini, che possiedono talento… non generalizzo!

L’esperienza che sta coltivando come direttore all’Accademia monegasca cosa ha aggiunto alla Sua carriera artistica?
Essere ballerino per me è una maniera di condividere qualcosa con il pubblico o con una partner con cui ballavo, oggi come direttore condivido con degli allievi e con i miei maestri che insegnano all’Accademia, che sono tutte persone devote e con grande passione. Gli allievi difficili sono quelli che ci fanno crescere anche a noi stessi e sono contento e fiero di essere direttore dell’Accademia perché sono cresciuto tanto, non solo in termini di direzione artistica, ma anche come essere umano. Lo stare a contatto con giovani che abbandonano la loro famiglia per quattro anni per venire a studiare a Montecarlo, con tutti i loro dubbi e difficoltà, ed essere io la persona al loro fianco per motivarli e far credere in loro stessi nei momenti in cui non c’è più tanto da credere, mi arricchisce come persona. Ovviamente come direttore ho imparato a parlare con i politici, a gestire un budget, stilare un programma per gli allestimenti, come fare gli esami di danza, tutte cose che ho appreso in questi sette anni. Ma quello che mi hanno insegnato di più sono stati i miei allievi, i maestri e Maillot che mi ha arricchito tantissimo soprattutto nei primi anni in cui mi ha dovuto suggerire i suoi segreti per conseguire il successo.

Durante un Audizione all’Accademia, quale tipo di danzatore La colpisce maggiormente?
Onestamente togliendo certi criteri fisici e canoni che devono esserci, il problema del peso è quello più importante da non sottovalutare e in certe età è una cosa più difficile da gestire. Bisogna avere pazienza fino a un certo punto, soprattutto con le ragazze, perché in una fase della vita il peso risulta più arduo da gestire, però togliendo tutte queste cose ed entrando in un’ottica più professionale devo dire che un allievo che mi colpisce è quello che durante un’audizione, che può durare due o tre giorni, mi fa intendere cosa potrà imparare da un giorno all’altro e che non si trova lì semplicemente per farmi vedere ciò che sa fare… ma è lì per farmi vedere ciò è pronto ad imparare!

In poche parole, Maestro, cosa significa la “danza” per Lei?
Al giorno d’oggi la danza ha preso una parte enorme della mia vita, ho iniziato a dieci anni e oggi ne ho quarantacinque quindi non voglio dire che è tutto ma è una fetta molto grande. La danza mi ha aiutato tanto, mi ha insegnato moltissimo, mi ha regalato grandi cose però anch’io ho dato tanto a lei: è stata una bella relazione di vita che continua attualmente in veste di direttore. La danza è un modo di vivere, non è semplicemente una professione o un lavoro.. Sono molto fiero di far parte di questo mondo tersicoreo il quale completa il mio essere e soprattutto ritengo che la danza sia un modo per condividere il proprio essere con un’altra persona, è riuscire a regalare qualche minuto di benessere a chi viene a guardarci e in cambio ricevere dal pubblico tutta la sua armonia. Se posso permettermi signor Olivieri, in chiusura di intervista, di farmi una domanda a me stesso, o meglio di elargire un consiglio a tutti gli allievi che seguono il vostro giornale di porre attenzione a capire cosa vuol dire essere ballerini. Oggi mi rendo conto che spesso molti allievi sono troppo attenti ai social network e si mettono in una posizione di “dimostrazione” perdendo cosi  l’essenza di quello che vuole essere la professione coreutica. Essere un ballerino non vuol dire mettersi in mostra ma vuol dire condividere un emozione e il piacere lo si ha dal piacere che si riceve dall’applauso del pubblico. Concludo dicendo che per me la cosa principale è riuscire a donare, artisticamente e tecnicamente, il proprio duro lavoro creato affinché il messaggio culturale sia sempre più completo.

Michele Olivieri
www.giornaledelladanza.com

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