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L’arte della coreografia con un tocco di ironia: intervista ad Alessio Di Stefano

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Alessio Di Stefano inizia a studiare danza in Sicilia, a Pedara (CT) presso la scuola Aterballetto di P. e D. Perrone, successivamente vince una borsa di studio per il “Balletto di Roma” sotto la direzione di F. Bartolomei e W. Zappolini, inoltre si perfeziona, grazie ad un’altra borsa di studio, con il maestro Denis Ganio alla “Maison de la Danse” in Roma. Le esperienze lavorative si svolgono presso diverse compagnie sia nazionali che internazionali, spesso in qualità di Solista. Da ricordare le sue partecipazioni all’Astra Roma Ballet diretta dall’étoile Diana Ferrara; al Teatro Greco con la Dance Company “R. Greco”; all’European Ballet di Londra direttore da S. Tchassov”; al Jeune Ballet Rosella Hightower di Cannes diretto da Monique Loudier; al Balletto di Milano diretto da Carlo Pesta; al Balletto del Sud diretto da Fredy Franzutti; alla “Compagnia Cosi-Stefanescu” di Reggio Emilia; al Teatro dell’Opera di Roma diretto da Miche Van Hoeche. Ha collaborato anche in qualità di Modello con la ditta So-danca. Da alcuni anni si occupa di coreografia, vince il premio Mab 2015 ed il premio speciale Silvio Berlusconi 2015. Realizza una sua coreografia “La Fontaine” per la Junior Company dell’Opera di Vienna (2015). Crea una coreografia dal titolo “Jugglers”, grazie al premio speciale Silvio Berlusconi, presso il Teatro Manzoni di Milano (2016). Le sue coreografie vanno in scena in diversi prestigiosi Gala anche in ambito internazionale. È giunto in finale con la creazione “Moscato” al più importante Concorso mondiale, il Premio di Varna 2016, con il danzatore Francesco Costa il quale ha ottenuto il premio come migliore artista. Attualmente Alessio Di Stefano oltre a dedicarsi alla coreografia e a laboratori sul movimento, tiene stage di classico e workshop coreografici in tutta Italia ed è organizzatore del “Concorso Trecastagni in danza” e Direttore artistico dello stage “Sulle Punte dell’Etna”.

Carissimo Alessio, com’è entrata la danza nella tua vita? Chi ti ha indirizzato verso questa disciplina artistica?
È stato tutto un caso, ed è partito tutto da me, prima di studiare danza ho praticato per molti anni la disciplina del Karate, che amavo molto, soprattutto grazie al mio maestro che ritengo sia stato, in assoluto, il migliore della mia vita. È un’arte che per parecchi aspetti si avvicina parecchio alla danza, soprattutto per la disciplina. I miei due fratelli, Lusymay e Mirko, facevano già Danza da qualche anno e un giorno distrutto da uno stage di karate mi sono messo in ultimissima poltrona, in galleria, a guardare il saggio della scuola che frequentavano. Tanta era la stanchezza che mi sono anche addormentato, dopo aver riposato per bene, al mio risveglio con la meravigliosa musica di Minkus del balletto “Paquita” ho come percepito una scossa… in quel preciso istante ho capito che dovevo fare quello nella vita, che ne avevo bisogno per essere felice.

Quali sono i ricordi più belli dei tuoi primi anni di apprendimento a Pedara?
I ricordi sono molteplici. Ho iniziato a studiare danza parecchio tardi, avevo 17 anni e per ovvie ragioni non è stato facile. Ricordo benissimo la mia prima lezione con i ragazzini di 6 anni a fare sbarra a terra, penso che non sia “una passeggiata” a quell’età mettersi in gioco a quel livello… ma sentivo che nonostante tutto mi ero messo in testa di raggiungere un obiettivo e a costo di morire ce l’avrei fatta. Un ricordo bellissimo e molto divertente è stato quando ho studiato la variazione del “Corsaro”, per me la prima in assoluto, nonostante la mia maestra Patrizia non fosse d’accordo, vista la difficoltà tecnica, mi ero messo in testa che ce la dovevo fare e tutto storto com’ero sono riuscito a vincere un secondo posto in un concorso siciliano. Ricordo anche la grande depressione nel rivedermi poi in video perché mentre ballavo mi sono sentito fantastico ma guardando la registrazione mi sono reso conto che non era proprio così, ma questo mi ha buttato giù relativamente in quanto il giorno dopo, nella mia convinzione, ero già in sala per perfezionare la variazione.

Che tipo di insegnanti erano, le signore Perrone e cosa devi a loro?
Le prime maestre con cui ho studiato sono state, bene appunto, Patrizia e Daniela Perrone per la danza classica mentre per il moderno con Angela Marchese. Ricordo la grande severità di Patrizia, la sua onestà nel dirmi di non sperare troppo nella professione perché ero ormai già grande. Probabilmente ho vissuto quel momento come una sfida da cogliere al volo per dimostrare che ce la potevo fare, cosi è stato… e lei ovviamente ne è felice.

Qual è stato il momento, nella tua carriera che secondo te, ha determinato una svolta professionale e anche nella tua crescita personale?
Sicuramente una svolta l’ho avuta quando sono stato scartato alla terza audizione all’Opera di Roma, è stata la mia ultima audizione, ovviamente ci rimasi malissimo ma in realtà fu lì che compresi che per essere felice avrei dovuto intraprendere l’arte della coreografia. Avevo trent’anni e tra vertebre schiacciate e poca voglia di mettermi in gioco, ancora come danzatore, ho deciso di tornare nella mia città per intraprendere una nuova via senza abbandonare la “danza”… e come la fenice rinascere dalle proprie ceneri.

Chi ti ha aiutato maggiormente nel realizzare il sogno della danza?
Sicuramente un input molto prezioso, nel periodo della formazione, mi è arrivato dal coreografo Fabrizio Monteverde il quale mi ha motivato e mi ha detto per primo che possedevo del talento e che potevo riuscire nella professione. In un altro modo, un grande maestro che ho avuto la fortuna di avere, è stato Denis Ganio, con i suoi insulti e maltrattamenti ha tirato fuori il mio vero carattere. Successivamente Belinda Denaro, la mia compagna di vita, con la sua personalità forte e grazie al suo aiuto ho imparato prima a conoscere approfonditamente il mio corpo, dal punto di vista del movimento e dell’approccio allo studio, (ricordo benissimo i complimenti della maitre dopo un periodo di studio con Belinda), successivamente anche con le sue severe critiche nei confronti delle mie creazioni. All’inizio ci rimanevo molto male ma in seguito ho capito e ben compreso che lo faceva per farmi crescere.

Qual è il balletto che hai più amato del grande repertorio e quello di danza contemporanea?
Anche se non è proprio repertorio classico puro, sicuramente nella mia lista, il primo posto va a “Romeo e Giulietta” di Mac Millan. Nel repertorio più contemporaneo ricordo perfettamente quanto sono rimasto scioccato dalla bellezza di “Petite Mort” di Kylian.

Quali sono stati e sono i tuoi coreografi di riferimento?
Il primo coreografo che ho davvero amato, a parte Kilian, e che ritengo per ovvi motivi assolutamente geniale e al di sopra di tutti è stato Jerome Robbins: coreograficamente ha stimolato in me la voglia di creare. Successivamente mi sono sempre più appassionato alla coreografia e la lista dei maestri per cui nutro stima sarebbe numerosa. Ultimamente ho avuto la fortuna di assistere alla “Bella addormentata” nella versione di Matthew Bourne, che mi ha lasciato a bocca aperta, geniale dall’inizio alla fine… è stato un continuo wow!!

A quale ricordo sei legato del periodo trascorso all’Opera di Roma?
L’Opera di Roma è stata una parentesi sicuramente costruttiva per diversi aspetti. In assoluto il ricordo più bello, è legato alla conoscenza di determinati personaggi, che successivamente sono diventati amici nella vita.

Come ti sei avvicinato, in seguito, alla professione di coreografo?
Come dicevo prima, dopo aver visto lo spettacolo di Robbins, ho sentito la stessa scossa che ho avuto quando ho deciso di danzare, percepivo l’esigenza di creare qualcosa di mio per stare bene ed essere felice. Comunque se definirla una vera e propria professione non lo so, sono agli inizi, vorrei tanto che lo diventasse a tempo pieno, le critiche e i professionisti del settore mi riconoscono il talento, ma mi rendo conto che nel contesto italiano è assai difficile emergere… Il talento non è sufficiente, servono purtroppo anche altri aspetti, per la mia grande determinazione e tenacia sono certo che anche, se con fatica, arriverò a quello che mi sono prefissato, come del resto ho sempre fatto. Un mio sincero ringraziamento lo devo a Pompea Santoro, che crede e aiuta i giovani come me… infatti, recentemente, ho preso parte ad un suo progetto con altri tre coreografi, partecipando alla terza Rassegna Internazionale “solocoreografico 2016”  presso la Lavanderia a Vapore di Torino.

Qual è stato il tuo primo lavoro coreografico? E com’è nato?
Il mio primo lavoro è stato “La Fontaine”, inizialmente è nato per partecipare al premio MAB. Per questa creazione ho avuto il prezioso aiuto di Bella Ratchinskaja e di due allievi dell’ultimo anno accademico (Cristiano Zaccaria e Alex Kaden) e un danzatore della compagnia (il mio grande amico Francesco Costa) dell’Opera di Vienna. Inizialmente ho avuto in prestito i danzatori esclusivamente per il Concorso, successivamente la signora Noja dopo aver visionato una prova ha deciso di invitarmi come coreografo ospite alla serata della “Junior Company” dell’Opera di Vienna. L’idea è nata dalla musica e da quello che mi ispiravano i ragazzi che la dovevano interpretare, mettere in scena tre uomini in un pisciatoio poteva sembrare una cosa azzardata e a tratti volgare, ma poi si è rivelata l’esatto contrario. “La Fontaine” a parte narrare una storia di amicizia tra tre persone di carattere differente gode di un chiaro riferimento al dadaismo e alla celebre opera di Duchamp “Fontana”.

Hai un “metodo creativo” che applichi a ogni tua nuova coreografia o di volta in volta è un rinascere?
Sicuramente è un rinascere continuo, spesso cerco l’idea o l’ispirazione ma mi rendo conto che sono i contesti e le persone con cui mi trovo in sala che danno il senso a ciò che faccio e sulla base di questo spesso cambio i programmi e le idee, riuscendo così a farle risultare più autentiche.

Come ti accosti alla preparazione di una nuova coreografia?
Mi dispero e stresso le persone a me vicine raccontando quello che mi passa per la testa, chiedo sempre consigli perché sono molto insicuro ma allo stesso tempo se non approvano mi arrabbio. Forse sono pazzo!

Da dove nasce la tua ispirazione?
Certamente non avendo avuto al momento la possibilità di realizzare uno spettacolo intero, la mia più grande ispirazione è la musica, credo che ogni melodia racconti una storia, bisogna solo saper ascoltare.

Cosa rappresentano le tue coreografie?
Probabilmente il mio modo di vedere e sentire la vita.

Tu giochi molto anche sull’ironia?
Credo che l’ironia sia fondamentale nella quotidianità e sono certo che sia bello scorgerla anche nella danza… certo per fare sarcasmo con l’arte coreutica servono danzatori bravi ed espressivi, altrimenti il brano diventa ironico perdendo così la sua poesia.

Quali sono stati i tuoi maestri, non materiali ma ideali tra i grandi del passato?
Il primo intramontabile ed unico Mikhail Baryshnikov.

L’umiltà quanto conta, non solo nell’arte?
È fondamentale, soprattutto per crescere e per sentirsi costantemente allievi. La curiosità del conoscere è una dote che ritengo importantissima.

Oltre la danza, quale altre passioni coltivi?
Sono un tipo monotematico, però amo guardare film in pantofole e pigiama sul divano.

Credi sia indispensabile per un coreografo aver avuto anche un’esperienza di danzatore?
Assolutamente è molto importante possedere la consapevolezza di saper eseguire un movimento perché ti fa capire se quello che proponi è fattibile o dinamico per l’artista… ma non solo, ti porti dietro un bagaglio di vita. A volte vedo persone che non hanno mai avuto esperienze da professionista pur avendo un grande talento, rimanendo così nell’ombra perché non sono completi. Certamente esistono anche le eccezioni!

Com’è stata la recente esperienza, per due anni consecutivi, al Premio MAB?
Ha segnato un momento assai importante nel mio percorso. Ho inizialmente partecipato mettendomi in testa un preciso obiettivo: vincere il premio per dimostrare, prima di tutto a me stesso, che ce la potevo fare. Il supporto, per me importantissimo, del maestro Roberto Fascilla (direttore artistico del premio Maria Antonietta Berlusconi) è stato fondamentale, grazie alla sua fiducia e al suo incoraggiamento ho acquisito maggiore sicurezza in me stesso.

Spesso sei docente in prestigiosi Stage e laboratori coreografici. Come ti approcci con gli allievi e cosa ti piace del mestiere di docente?
Credo e non voglio essere presuntuoso nell’affermare la mia attitudine all’insegnamento anche se mi sento davvero vivo quando svolgo coreografia. In ogni caso amo lavorare con i ragazzi, mi è capitato spesso di rapportarmi con allievi che avevano una preparazione professionale ma con uno spirito studentesco… i bambini più piccoli li trovo meravigliosi, sono buffi e teneri!

Cosa vuol dire per un coreografo poter lavorare con un gruppo stabile di ballerini?
È una grande cosa, ti ritrovi a conoscere quelle persone nell’intimo in cui si crea un feeling decisamente diverso. Non ho un mio gruppo di danzatori fisso ma quando mi capita di lavorare con amici stretti o con mia sorella noto una notevole differenza rispetto a quando eseguo tutto ciò con persone le quali vedo solo per una settimana. La differenza si coglie al volo!

La musica è parte fondamentale nella creazione coreografica. Che ruolo gioco per te e quali generi senti più affini alla tua sensibilità?
Per me è fondamentale, la musica racconta, il corpo invece dev’essere uno strumento capace di suonare anche la vibrazione più sottile. Il mio genere è decisamente classico, senza offendere nessuno non trovo autori attuali capaci di eguagliare un Mozart, Chopin, Gershwin, Vivaldi etc.

Hai lasciato Roma per rientrare nella tua bellissima città Catania, perché hai fatto questa scelta, diciamo in controtendenza?
Amo Catania e la mia bellissima fidanzata catanese.

Cosa pensi della nuova vetrina italiana di talenti coreografici?
Credo che ci siano molti talenti, ma spesso alcuni vivono nell’ombra perché non ci sono le opportunità per farsi conoscere adeguatamente.

In una tua creazione quale aspetto influenza la scelta dei costumi e dei colori?
I costumi, per me, sono sempre un grande problema… La dice lunga anche il mio modo di vestire abituale, spesso composto da quattro o cinque colori differenti!!

Organizzi anche un celebre concorso Trecastagni, secondo te, questi tipi di manifestazioni, sono così importanti per la formazione degli allievi?
In realtà quest’anno si chiamerà “Prix des Sicilie”, il concorso visto l’alto livello delle scorse edizioni è stato preso in mano da una società (Urban Media Agency) che mi mantiene come direttore artistico insieme ai miei collaboratori Belinda Denaro, Maki Nishida e Piero Ferlito. A mio avviso i concorsi hanno un valore importante, dal punto di vista del confronto e delle possibilità che offrono! Il “Prix de Sicilie” ex Trecastagni nasce dalla voglia di fornire una “chance” ai giovani talenti (e ce ne sono tanti) di vincere una borsa di studio per alcune prestigiose accademie e di conseguenza realizzare il proprio “sogno”. Il mio motto è “possibilità”… considerando un fattore importante e cioè andare in scena, salire sul palco e fare esperienza.

Qual è il tratto principale del tuo carattere?
Insultante si direbbe a Catania, ovvero giocoso.

Cosa volevi fare da grande?
Il cameriere, da piccino (avrò avuto nove anni) ho visto un film con Jerry Calà che faceva appunto il cameriere, non so perché ma ho percepito quel mestiere come la cosa più bella del mondo. Ricordo benissimo il giorno dopo, a scuola, il tema su: “Che lavoro vuoi fare da grande?” Al mio rientro a casa, venendo a conoscenza della mia scelta lavorativa, mia madre si arrabbiò parecchio perché voleva diventassi dottore, a pensarci adesso mi viene troppo da ridere!!

In famiglia non sei l’unico che ha scelto la danza. Tua sorella, Lusymay è un grande talento del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala. Quale augurio ti senti di farle e come la vedi artisticamente?
Lusy al momento è nel corpo di ballo ma praticamente da quando è entrata ha fatto per lo più ruoli da prima ballerina, interpretando sia quelli del grande repertorio come “Giselle” sia balletti più attuali come le coreografie di Roland Petit, tanto per citarne uno “Notre Dame de Paris” nel ruolo di Esmeralda. Penso che sia un grande talento e sicuramente le auguro di arrivare ad avere quello che merita, una bella nomina… in famiglia abbiamo anche un altro artista, mio fratello Mirko ex danzatore e ottimo maestro della fotografia; ovviamente io sono di parte ma le foto più belle dei miei lavori le ha scattate lui.

So che stimi moltissimo Francesco Costa, cosa lo rende speciale ai tuoi occhi?
Francesco oltre ad essere un grande amico nella vita privata è un complice in quella artistica, è una delle poche persone a parte i miei fratelli che mi capisce immediatamente. Un ragazzo ricco di talento e con un animo generoso, lo adoro come se fosse un fratello!

E della nostra cara amica comune, la splendida maestra Bella Ratchinskaia?
Bella la amo e mi ritengo fortunato ad essere uno dei suoi “tesorucci”… crede molto in me e questo mi fa stare bene perché so quanto è rigida e critica con la danza. Il giorno in cui le ho raccontato de “La Fontaine” era molto perplessa ma poi quando ha visto il pezzo ne è rimasta entusiasta.

Quali sono le tue letture preferite e la tua città preferita?
La saga completa di Harry Potter e “Marina” di Zafron. La mia città del cuore è Catania.

Qual è la situazione che consideri più rilassante al di fuori della danza?
Casa, pigiama e film.

A chi non ti conoscesse cosa faresti vedere di te?
Le mie coreografie!!

Ti alleni ancora come danzatore, o hai abbandonato definitivamente la danza in veste di ballerino?
Non sono assolutamente quello di prima ma quando posso una sbarra non me la toglie nessuno!

A cosa pensi quando ti guardi allo specchio in sala danza?
Oh mio Dio! Spero di non capitare di profilo alla sbarra oggi.

Come artista, verso quale repertorio ti senti maggiormente incline?
Sicuramente neo classico.

Se la tua danza fosse un film a quale lo paragoneresti?
Amadeus!

E se fosse un libro?
Decamerone!

Quale messaggio pensi che la danza possa avere e trasmettere per i giovani del futuro?
La danza dovrebbe trasmettere sempre un messaggio, che può essere di qualunque tipo, credo che oggi più che mai si facciano troppe cose astratte, la gente così fatica ad andare a teatro. I giovani vanno stimolati e devono uscire fuori dal teatro felici di aver assistito ad un qualcosa che hanno pienamente compreso con la voglia di essere rivisto.

Cosa ne pensi della danza al cinema e in televisione?
Sinceramente non saprei esprimermi a riguardo, non guardo molto la televisione.

La musica come si combina con il lavoro del coreografo ed in particolare con il tuo?
Per me è tutto, molti colleghi so che prima montano e poi mettono in musica… personalmente lo trovo difficile, è sempre la musica a darmi l’ispirazione del passo che verrà!

Quanto è importante, oggi come oggi, la bellezza in un danzatore?
La bellezza ha sicuramente diverse sfaccettature, un famoso detto dice “non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace”. A me personalmente piace ciò che mi trasmette “bellezza” anche se non tutti sono d’accordo con questa mia affermazione!

Che cosa ti piace nel mondo della danza e che cosa non tolleri?
Il mondo della danza è certamente un mondo a sé, ricco di magia. Mi ritengo fortunato a farne parte perché mi da la possibilità di svolgere ciò che amo di più; allo stesso tempo non mi piacciono e non mi sono mai piaciuti i lamentosi… spesso in teatro mi ritrovavo ad avere a che fare con gente che mi ricordava “grigi impiegati”. Penso che un’artista non debba vivere impostando la giornata con un timbro di cartellino o con un orario prestabilito di fine prova.

Tra i tutti personaggi tersicorei che hai incontrato e conosciuto nella tua professione, chi ti ha colpito in particolar modo?
Ho avuto la fortuna di stare in scena con artisti del calibro di Svetlana Zakharova, Leonid Sarafanov, Friedman Vogel, Rolando Sarabia etc. Una cosa che mi ha colpito molto di loro è l’umiltà, ho avuto modo di credere e vedere con i miei occhi che spesso i più grandi artisti sono anche i più umili

Che rapporto hai con il tuo corpo?
Non mi lamento, nonostante abbia allentato la presa con il lavoro fisico, mi mantengo parecchio bene, ho in programma di mettermi sotto con il crossfit per diventare un po’ più muscoloso e accontentare la mia fidanzata!!

Per concludere, caro Alessio, il tuo ricordo più bello sotto il profilo coreutico?
Ero ancora un allievo e quando sono entrato in teatro per la prima volta ho sentito “odore di danza”.

Michele Olivieri
www.giornaledelladanza.com

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