
Il 1° marzo 1935, all’Adelphi Theatre di New York City, debuttava ufficialmente Serenade, uno dei balletti più popolari di George Balanchine.
Creato sulla Serenade for Strings di Pëtr Il’ič Čajkovskij, il lavoro era stato preceduto da alcune presentazioni degli allievi della School of American Ballet e segnava un momento storico: fu il primo balletto coreografato da Balanchine in America.
Nato quasi come esercitazione didattica per l’American Ballet, Serenade si trasformò rapidamente in un manifesto poetico.
Balanchine, da poco arrivato negli Stati Uniti, trovò in quest’opera il terreno ideale per affermare la propria visione: una danza che non racconta una storia lineare, ma che rende visibile la musica attraverso la geometria del movimento.
Serenade è uno dei celebri “balletti senza trama” di Balanchine. Eppure, paradossalmente, nasce da episodi concreti e accidentali: una caduta durante le prove, un ballerino arrivato in ritardo, una disposizione imprevista delle danzatrici in scena. Elementi casuali che il coreografo decise di conservare, trasformandoli in struttura artistica.
In seguito, alcuni interpreti e ricostruzioni sceniche suggerirono un’eco narrativa più marcata: un pas de deux centrale, una figura femminile enigmatica spesso identificata come un Angelo Oscuro.
Ma nulla viene mai dichiarato esplicitamente. La narrazione resta sospesa, come un sogno che sfiora il dramma senza mai concretizzarlo.
Ciò che rende Serenade così potente è il rapporto simbiotico con la partitura di Čajkovskij. Le linee del corpo di ballo — diagonali, cerchi, onde fluide — traducono nello spazio le dinamiche musicali.
Le celebri braccia sollevate verso la luce iniziale non sono solo un’immagine iconica: sono un gesto collettivo che apre lo spazio come un sipario simbolico.
Balanchine elimina la scenografia superflua, riduce il gesto all’essenziale, valorizza il gruppo come organismo vivo. Il corpo di ballo non è sfondo ma protagonista corale, un’entità che respira all’unisono.
Entrato nel repertorio del New York City Ballet sin dalla fondazione della compagnia nel 1948, Serenade continua ad essere eseguito da compagnie e scuole di tutto il mondo.
Non è soltanto un titolo storico: è una lezione permanente di musicalità, disciplina e poesia astratta.
A più di novant’anni dalla sua creazione, Serenade resta un’opera che parla al presente. Non racconta una storia, ma evoca uno stato dell’anima. È l’incontro tra rigore e lirismo, tra caso e costruzione, tra luce e ombra.
E ogni volta che le prime note della serenata risuonano in teatro, la danza torna a farsi ciò che Balanchine aveva intuito fin dall’inizio: musica resa visibile.
Michele Olivieri
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