
La storia di Alice’s Adventures in Wonderland, pubblicata nel 1865 da Lewis Carroll, appartiene a quelle opere letterarie che sembrano naturalmente predisposte alla trasformazione scenica. Il viaggio della giovane protagonista attraverso un universo capovolto, popolato da creature eccentriche e da paradossi logici, ha stimolato per oltre un secolo registi, illustratori, musicisti e coreografi. Nel balletto questo materiale narrativo ha trovato un terreno particolarmente fertile, perché il carattere visionario della storia si presta a essere tradotto in immagini, ritmo e movimento.
Le prime esperienze coreografiche ispirate ad Alice risalgono già ai primi decenni del Novecento, quando il racconto di Carroll cominciò a circolare nei teatri europei in forma di spettacolo coreutico o pantomimico destinato a un pubblico familiare. Tuttavia la consacrazione più significativa di questo soggetto nel repertorio ballettistico è relativamente recente. Nel 2011 il coreografo britannico Christopher Wheeldon ha creato il balletto Alice’s Adventures in Wonderland per il The Royal Ballet, presentato in prima assoluta alla Royal Opera House di Londra con musica originale del compositore Joby Talbot. Questa produzione ha segnato un momento importante nella danza narrativa contemporanea, dimostrando come una storia ottocentesca potesse essere reinterpretata con strumenti scenici e coreografici moderni senza perdere la sua forza immaginativa.
Il balletto prende avvio in un contesto apparentemente ordinario: Alice, una ragazza curiosa e vivace, si trova in un giardino durante una festa pomeridiana. È proprio qui che la realtà comincia a incrinarsi quando appare il misterioso White Rabbit, figura agitata e sempre in ritardo che cattura l’attenzione della protagonista. Seguendolo, Alice precipita in un mondo fantastico dove le proporzioni cambiano, le regole della logica si dissolvono e ogni incontro apre la porta a nuove stranezze.
Nel corso del viaggio la giovane protagonista incontra alcune delle figure più celebri dell’immaginario creato da Carroll. Tra queste il sorridente e sfuggente Cheshire Cat, creatura enigmatica capace di apparire e scomparire lasciando soltanto il proprio sorriso sospeso nell’aria; l’eccentrico Mad Hatter, protagonista della celebre scena del tè, che nel balletto diventa uno dei ruoli più spettacolari e tecnicamente impegnativi; e soprattutto la terribile Queen of Hearts, sovrana impulsiva e tirannica, pronta a minacciare chiunque con il suo famoso ordine di decapitazione.
La trama non segue sempre rigidamente la sequenza degli episodi del libro, ma ne conserva l’essenza: una successione di incontri bizzarri che mettono continuamente alla prova la capacità di Alice di orientarsi in un mondo dove le regole cambiano di momento in momento. La protagonista attraversa ambienti mutevoli e situazioni imprevedibili, trasformando la sua avventura in una sorta di percorso iniziatico tra sogno e realtà. Nel linguaggio della danza questo viaggio diventa un dialogo continuo tra virtuosismo tecnico e caratterizzazione teatrale dei personaggi.
Uno degli aspetti più affascinanti della versione coreografica ideata da Wheeldon riguarda proprio il modo in cui ogni figura del racconto viene tradotta in un’identità di movimento specifica. Il Cappellaio Matto, ad esempio, danza con un’energia frenetica e imprevedibile che riflette la sua personalità eccentrica; la Regina di Cuori è costruita come una presenza teatrale volutamente caricaturale, con gesti amplificati e un tono grottesco che accentua la dimensione ironica del personaggio; mentre il Gatto del Cheshire appare sulla scena attraverso soluzioni visive ingegnose che suggeriscono la sua natura elusiva e quasi immateriale.
La partitura composta da Joby Talbot svolge un ruolo decisivo nella costruzione dell’atmosfera dello spettacolo. L’orchestra alterna momenti di lirismo a passaggi ritmicamente brillanti, accompagnando le continue metamorfosi dell’azione scenica. La musica non si limita a sostenere la coreografia, ma contribuisce a delineare l’identità dei personaggi e a evocare le atmosfere fantastiche del racconto, con una scrittura ricca di colori orchestrali e cambi di ritmo.
Anche l’impianto scenografico e visivo ha contribuito al successo della produzione londinese. Attraverso scenografie mobili, illusioni prospettiche e soluzioni tecnologiche sofisticate, il palcoscenico si trasforma in uno spazio mutevole dove dimensioni e prospettive cambiano continuamente. Questo gioco di trasformazioni richiama la logica instabile del mondo immaginato da Carroll, dove ogni elemento può improvvisamente mutare forma o significato.
Nel corso degli anni il balletto ha conquistato un pubblico internazionale, entrando nel repertorio di diverse compagnie e dimostrando come il racconto di Alice continui a parlare alla sensibilità contemporanea. La forza del soggetto risiede proprio nella sua capacità di unire fantasia, ironia e un sottile senso di meraviglia, elementi che la danza riesce a tradurre con particolare efficacia.
Sul palcoscenico, la vicenda di Alice diventa così molto più di una semplice favola fantastica. Il suo viaggio attraverso il Paese delle Meraviglie assume il valore di una scoperta progressiva, in cui la protagonista affronta un universo imprevedibile che mette continuamente in discussione ciò che credeva di conoscere. Attraverso incontri assurdi e situazioni paradossali, il balletto restituisce la magia e l’ambiguità del racconto originale, trasformando la celebre storia di Lewis Carroll in uno spettacolo dove immaginazione, musica e danza si fondono in un’unica esperienza teatrale.
Michele Olivieri
Foto di Charlotte MacMillan
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