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L’equazione sbagliata: attenzione dinamica e movimento represso

 

C’è un dogma che domina i contesti educativi e la percezione comune della disciplina: stare fermi equivale a stare attenti, muoversi invece a essere distratti.

È un’equazione culturale radicata, rassicurante e utile per chi deve gestire un gruppo, ma errata sul piano scientifico, pedagogico e umano.

Considerare il corpo immobile come unico recipiente idoneo all’apprendimento è un grave errore di pensiero che stiamo pagando a caro prezzo in termini di obesità, perdita di massa muscolare, rischi cardiocircolatori, apatia e depressione.

Chiedere a un cervello in crescita di imparare nozioni obbligando il corpo a una stasi prolungata significa remare contro la nostra stessa biologia.

Quando un individuo è costretto a stare seduto per ore, accade esattamente il contrario di ciò che ci si aspetta: la mente si affatica prima, perché una parte consistente dell’energia cognitiva viene usata per sopprimere il naturale impulso al movimento, anziché per elaborare contenuti.

L’immobilità riduce l’afflusso di ossigeno al cervello, abbassa i livelli di attivazione neurologica e favorisce la disattenzione.

Il movimento represso non scompare e si trasforma in ansia, tensione muscolare, micro-distrazioni continue e irrequietezza.

Il cervello umano si è evoluto attraverso e per il movimento. Ogni volta che il corpo si attiva, il sistema nervoso libera sostanze che stimolano la neuroplasticità, migliorano la memoria e la concentrazione.

Il movimento quindi protegge la salute e risveglia la mente. Quando diventa strutturato, consapevole e intenzionale nasce la danza.

Questa disciplina è la dimostrazione più evidente di quanto sia sbagliato il pregiudizio dell’immobilità.

In sala danza l’attenzione è dinamica. L’allievo deve coordinare ascolto musicale, orientamento spaziale, memoria delle sequenze e precisione del gesto, in frazioni di secondo.

Non c’è scissione tra la mente che pianifica e il muscolo che esegue, il pensiero diventa azione immediata.

Ipotizzare che la danza tolga energie allo studio significa non aver compreso una questione fondamentale. Se un figlio ha problemi a scuola, solitamente gli si leva lo sport o la danza, ma questa non è ‘educazione’.

Piuttosto che usare la danza come merce di scambio o clava punitiva, bisognerebbe iniziare a guardarla per ciò che è, uno strumento pedagogico eccezionale che forma la persona in toto.

Una società che impone ai suoi ragazzi di spegnere il corpo per accendere la mente, finisce per spegnere entrambi. La vera educazione quindi consiste nel guidarli a trovare un equilibrio tra il dovere scolastico e la passione coreutica.

Un ragazzo che impara la tenacia, il rispetto e la concentrazione in sala danza, sarà uno studente migliore e, soprattutto, una persona più sana e completa.

Stefania Napoli
 www.giornaledelladanza.com

© Riproduzione riservata

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