
Nelle intricate pieghe della storia della danza del Novecento, il nome di Bronislava Nijinska è spesso percepito all’ombra – luminosa, ingombrante, tragica – di quello del fratello, Vaslav Nijinsky.
Tuttavia, uno sguardo attento e consapevole rivela come la figura di Bronislava emerga con una forza autonoma e inconfondibile, capace di incidere profondamente sulla traiettoria evolutiva dell’arte coreutica contemporanea.
La sua importanza non si limita al ruolo di sorella o di interprete: essa costituisce l’esempio di un’artista completa, di una mente creativa che seppe incarnare una delle più rilevanti transizioni nella storia della danza, dalla grazia idealizzata e simmetrica del balletto classico alla tensione strutturata e concettualmente avanzata della danza moderna.
Nata a Minsk l’8 gennaio 1891, in una Russia ancora zarista ma già segnata da fermenti e contraddizioni che avrebbero preannunciato il crollo dell’impero, Bronislava crebbe in un contesto familiare in cui l’arte non era semplice ornamento, ma vera e propria forma di sopravvivenza.
Figlia di ballerini itineranti, fu immersa fin dall’infanzia in un mondo dove la disciplina della danza non era concessione, bensì linguaggio primario, strumento di educazione del corpo e della mente.
A soli cinque anni, la sua straordinaria predisposizione fu riconosciuta con l’ammissione alla Scuola Imperiale di San Pietroburgo, fucina dei futuri étoile dell’Impero.
Lì, tra gli specchi delle aule di studio e l’eco degli ordini impartiti in francese, si consolidarono le fondamenta della sua visione artistica: una concezione della danza non come mero esercizio di bellezza estetica, ma come combinazione di struttura, tensione interna e significato profondo.
Fu testimone diretta dell’ingresso della modernità nei teatri europei: una modernità fatta di fratture, di rottura con le tradizioni e di ricerca incessante di nuove forme espressive.
A diciassette anni entrò a far parte del Balletto Imperiale Russo, dove si perfezionò sotto la guida di maestri come Enrico Cecchetti, Victor Gillert, Michel Fokine e Klavdia Kulichevskaya.
Tuttavia, fu l’approdo ai Ballets Russes di Sergei Diaghilev a segnare la svolta radicale della sua carriera, ponendola al centro di un laboratorio artistico internazionale che riuniva i più audaci innovatori dell’arte e della musica: da Stravinskij a Picasso, da Bakst a Vaslav Nijinsky stesso.
Quando la tragedia colpì il fratello, la malattia mentale lo sottrasse alla scena, Bronislava raccolse il testimone creativo, trasformando il dolore in invenzione.
Iniziò a coreografare, dapprima con esitazione, poi con sicurezza crescente, imprimendo al movimento una nuova grammatica: i corpi dei danzatori cessavano di essere semplici ornamenti per diventare forme architettoniche, strutture in tensione, portatrici di significato.
La sua danza non perseguiva l’applauso facile: essa era pensiero incarnato, meditazione estetica, sfida intellettuale e sensoriale.
In un contesto culturale che privilegiava il genio maschile, Nijinska dovette imporsi con una determinazione doppia, con un rigore e una forza che non ammettevano compromessi.
Eppure, la sua influenza si è rivelata duratura e profonda: le sue coreografie hanno segnato la traiettoria della danza contemporanea, anticipando e ispirando molte delle avanguardie del secondo Novecento.
La sua attività didattica, inoltre, ha formato intere generazioni di danzatori e coreografi: tra i suoi allievi più illustri figurano Serge Lifar, Frederick Ashton, Maria Tallchief e Allegra Kent, i quali hanno poi portato avanti con il corpo e con lo spirito gli insegnamenti di Bronislava.
La visione di Nijinska coniuga in modo inimitabile struttura e sentimento, rigore e libertà: una filosofia del movimento che rende il corpo veicolo di intelletto e creatività.
Michele Olivieri
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