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PROSPETTIVE01 – Ezio Tangini: “Il Butoh per me è la ricerca di una danza autenticamente vera”

Butoh

“Prospettive01” è una rubrica rivolta ad artisti e contesti che rappresentano un mondo di talenti in continua evoluzione. Ideata e curata da Lorena Coppola, la rubrica si propone di raccogliere una serie di interviste e di articoli mirati a dar voce e spazio a tutte le fasce creative del mondo coreutico che costituiscono giovani realtà in via di sviluppo ed espansione, progetti innovativi, o realtà già consolidate, di spiccato talento, meritevoli di attenzione. Un luogo di rivelazione e di incontro di nuove prospettive.

Il 9 e 10 ottobre 2020 Amsterdam ospiterà il Butoh International Festival, organizzato da Ezio Tangini, direttore artistico, danzatore e artista poliedrico, membro della compagnia “In Between”, che, in questa intervista esclusiva, si racconta al Giornale della Danza.

Come si è avvicinato alla danza Butoh e in che momento della Sua carriera artistica?

Ho frequentato il primo laboratorio intensivo di un mese condotto da Masaki Iwana, in Normandia nel 1998, su indicazione di una collega. Ho partecipato ad altri quattro intensivi di Masaki Iwana. Nel corso dell’ultimo intensivo, nel 2003, ho fondato, assieme a tre colleghi, la compagnia di danza “In Between”.

Quali sono stati i suoi principali Maestri?

Masaki Iwana e Silvia Rampelli.

Con il termine Butō o Butoh ci si riferisce a varie tecniche e forme di danza contemporanea ispirate dal movimento Ankoku-butō attivo in Giappone negli anni ‘50. Come si è evoluta nel tempo questa danza rispetto alle sue origini? 

La danza Butoh – nata in Giappone alla fine degli anni ’50, accolta e metabolizzata dall’Occidente negli anni ’80 – non si annulla nello stereotipo di una tecnica tramandata e tramandabile, ma vive una sempre nuova epifania nell’esperienza individuale di ciascun danzatore i cui esiti, formalmente indefinibili, vanno dall’intervento performativo, improvvisato fino all’estremo del meccanismo coreografico. Sono consapevole degli stereotipi esistenti al riguardo. Ma non mi appartengono.

I pionieri del Butoh sono stati Tatsumi Hijikata e Kazuo Ōno. Hijikata è considerato da molti un “sovvertitore” delle nozioni fondamentali della danza, si potrebbe dunque parlare di una sorta di “anti-danza”?

C’è solo la danza. C’è molta confusione in merito. C’è una enorme differenza fra movimento e danza. Spessissimo, quella che comunemente viene chiamata danza, in realtà, è solo movimento. Il discrimine sono il tempo e lo spazio. Se manca la produzione di tempo e spazio in scena, temo che non si possa parlare compiutamente di danza.

Dai primi anni ’80 il Butoh ha iniziato a diffondersi nel mondo e a contaminarsi fortemente con altre culture, quale crede sia stato il segno più evidente di questa trasformazione?

È doveroso parlare di estetica. Lo faccio citando Silvia Rampelli: “Estetico è ciò che riguarda la conoscenza sensibile. Se compio un’esperienza reale che mi consente di percepire differentemente me stesso, se posso riorganizzare la percezione che ho di me, se posso guardare con occhi nuovi, questi occhi nuovi li rivolgo al mondo perché è nel mondo che esisto. Poiché il mondo è un campo di forze, una forza che si proietta differentemente in un campo è in grado di trasformare il campo stesso. Porsi in modo nuovo, perché ci si vede in modo nuovo, produce un cambiamento nel mondo. Tutto questo ha una ricaduta estetica, nel senso della possibilità di delineare un orizzonte critico. Mi riferisco a chi è coinvolto nell’azione artistica, ma anche al fruitore. Chi guarda si relaziona a un dato sensoriale che apre un’interrogazione, una domanda che mette in moto, che impone di mettere in questione il paradigma visivo, l’assetto di conoscenza. Che cos’è?” Ogni volta che viene innescata questa domanda, la domanda ontologica, viene attivato un processo estetico, dunque conoscitivo. “Che cos’è?” Per me è tutto qui. Quando entro in un teatro vorrei sempre chiedermi: “che cos’è?” Vivere uno stato di incertezza, di crisi. È la ragione per la quale l’arte ha origine. L’arte è la pratica della domanda”.

Non esiste una messa in scena tipica per questo genere di danza, qual è la Sua personale definizione di Butoh?

La ricerca di un momento di verità. Di una danza autenticamente vera. Al di là della forma. Di ogni forma precostituita. Questo è per me il Butoh. Il Butoh è stato accettato e riconosciuto in tutto il mondo come una peculiare arte performativa. Nonostante il Butoh nasca come una “performing-art”, il suo obiettivo trascende l’aspetto più squisitamente coreografico, per focalizzarsi sul processo interno del corpo-mente del danzatore.  Il teatro ha un aspetto “bellissimo”: il tutto visibile, il tutto sensoriale, il tutto finito, il tutto finto. Il limite è il segno di un oltre, una prospettiva metafisica. La dimensione del tempo è ciò che permette il salto. Il tempo è di per sé crisi del paradigma. La riorganizzazione percettiva è un’esperienza estetica e ciò che viene posto in essere di fatto è un processo artistico, non nel senso del prodotto, ma dell’approccio metodologico.

Può essere connotata come danza surrealista?

Non avendo senso parlare di Butoh in generale ma di innumerevoli e diversi approcci metodologici, cade il senso della domanda. Non è una danza di genere. O per meglio dire non è di genere il butoh che mi interessa.

Quanto è conosciuto e diffuso il Butoh in Italia?

È diffuso, anche se sempre meno, a causa della non considerazione da parte della classe politica dei teatri e dell’arte scenica in generale. Chi poteva e può, è andato e va all’estero. Ci sono diversi danzatori butoh a Milano e in Lombardia. Ma anche a Trieste, Torino, Firenze, Roma, Napoli, Palermo, Catania e in altre città.

Nelle Sue creazioni e nella sua danza quanto spazio è lasciato alla libertà rispetto a schemi strutturati?

Cerco di avere meno schemi strutturati possibili e di danzare liberamente. Lavorare su tracce prefissate e poi consentire al corpo di esprimersi liberamente. L’ascolto interno è fondamentale. Dare corpo ai paesaggi interiori.  La respirazione è una grande opportunità. E’ la  cosa più autentica che abbiamo. Respiro e rilasciamento sono le basi della consapevolezza interna dell’azione performativa danzata. La tecnica di respirazione è fondamento dell’applicazione performativa e la determina.

Che tipo di messaggio vuole trasmettere danzando?

Mi interessa più l’essere che il fare. La ricerca, con il respiro e il rilasciamento, di una danza autentica. E’ quella che viene chiamata “anarchia del corpo”. Far sì che ogni parte del corpo abbia la stessa valenza, mentre la testa è generalmente la sede delle decisioni e il resto del corpo esegue. La mente ordina e le altre parti del corpo, come dei bravi operai, eseguono. La danza butoh viene definita anche globale per questo. In una danza globale tutte le parti del corpo partecipano alla danza. È una danza finalmente liberata e libera. Un’azione protratta nel tempo genera una forma, assolutamente personale e unica. Genera una trasformazione nel corpo. Il peso specifico del corpo muta e il corpo diventa più leggero. È ciò che chiamiamo la “trasformazione nel Butoh”. La produzione di tempo e di spazio ne sono la diretta conseguenza.

Malgrado le difficoltà del momento, fortunatamente, il Butoh International Festival da Lei organizzato ad Amsterdam si svolgerà in ottobre 2020 con artisti provenienti da ogni parte del mondo. Quali sono i performers che il pubblico potrà ammirare sul palco del Munganga Theatre?

Gli artisti che parteciperanno al Festival sono: Adrien Gaumé (Francia); Cécile Raymond (Francia); Elisabeth Damour (Francia); Kea Tonetti (Italia); Juju Alishina (Giappone); Lorna Lawrie (Argentina); Luan Machado (Brasile); Rebecca Buckle (U.K.); Suzi Cunningham (U.K.); Teruyuki Nagamori (Giappone); Tina Besnard (Francia); Tivitavi (Italia); Valeria Geremia (Italia).  Il Festival include un programma molto ricco dal 5 al 12 ottobre, con workshop, laboratori e performances di vari artisti. Il 6, 7 e 12 ottobre terrò personalmente un workshop di danza Butoh, poi ci sarà una soirée di Butoh prima del Festival il 5 ottobre e il vero e proprio Butoh Festival Amsterdam il 9 e il 10 ottobre. Alla kermesse prenderanno parte in totale ben 23 artisti provenienti da Argentina, Brasile, Europa, Giappone per diffondere la magia del Butoh ad Amsterdam:  Adrien Gaumé, Alex McCabe, Ari Peterse, Bodhi Abbi (Loren Ramona), Bushra Arbawi, Cécile Raymond, Elisabeth Damour, Ezio Tangini, Kamee Frieling, Kea Tonetti, Juju Alishina, Lex Hijmans, Lorna Lawrie, Luan Machado, Maria Luttikhuis, Mon Costa Justes, Naïma Baraca, Rebecca Buckle, Suzi Cunningham, Teruyuki Nagamori, Tina Besnard, Tivitavi, Valeria Geremia.

Progetti futuri?

A breve sarà operativo il Centro Internazionale per lo Sviluppo delle Arti Performative, The Gate – Butoh Performing Arts Centre Versilia, situato a Torre del Lago – Viareggio. Ho individuato una bella città di mare in Toscana in cui vorrei organizzare un festival interazionale di Butoh. Contatterò a breve le autorità locali.

    Lorena Coppola

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