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Crescere alla Scala: talenti tra tradizione e futuro [RECENSIONE]

Tornare a vedere la Scuola di Ballo dell’Accademia del Teatro alla Scala sul suo palcoscenico naturale significa, ogni volta, confrontarsi con una tradizione che non è mai semplice memoria, ma materia viva. In quella sala che ha visto passare generazioni di artisti e che continua a rappresentare un punto di riferimento per la danza europea, l’impressione più forte è stata ancora una volta quella di assistere a un passaggio di testimone: giovani interpreti che, pur non ancora diplomati, si misurano con una responsabilità artistica autentica, sostenuti da una struttura didattica solida e da una direzione consapevole come quella di Frédéric Olivieri.

La serata si è aperta con la Presentazione, una creazione dello stesso Olivieri costruita sulle Études di Czerny, quasi un manifesto pedagogico tradotto in forma scenica. Non si trattava semplicemente di una successione di esercizi coreografati, ma di un racconto organico della crescita, in cui i corpi più piccoli e ancora acerbi dialogavano idealmente con quelli già prossimi alla maturità. C’era qualcosa di tenero e profondamente umano nel vedere i primi corsi affrontare con concentrazione quasi solenne i loro passaggi, mentre i più grandi restituivano con naturalezza una complessità ormai assimilata. Qui si coglie con chiarezza il senso della scuola scaligera: non solo formazione tecnica, ma costruzione progressiva di un’identità scenica.

Il passaggio al grande repertorio ottocentesco con Paquita ha rappresentato un cambio di registro netto ma perfettamente coerente. Il lavoro di riallestimento, fedele alla tradizione di Marius Petipa e alle musiche di Ludwig Minkus, ha permesso agli allievi di confrontarsi con quella grammatica accademica che resta il fondamento di ogni carriera. Nella Polonaise-Mazurka iniziale si percepiva una disciplina ancora in via di consolidamento, ma già attraversata da un’energia collettiva sincera. L’Entrée del corpo di ballo femminile ha rivelato una cura crescente nelle linee e nelle simmetrie, mentre il Pas de deux centrale, affidato a Maria Vittoria Bandini e Jorge Vela, è stato forse il momento più delicato e significativo della serata. Qui l’empatia dello spettatore si fa inevitabile: accanto a una tecnica già notevole, si intravedevano esitazioni minime, respiri trattenuti, sguardi concentrati che raccontavano la consapevolezza di essere su un palcoscenico che non perdona. Eppure proprio questa fragilità controllata rendeva l’esecuzione viva, mai meccanica. Le variazioni e la coda finale, con i loro virtuosismi brillanti, sono esplose in una gioia condivisa che ha restituito tutta la luce del grande repertorio, senza perdere quella dimensione di “diventare” che è propria di una scuola cattedratica.

Con Rossini Cards di Mauro Bigonzetti, la serata ha trovato un respiro diverso, più contemporaneo e teatrale. La scrittura coreografica, fatta di intrecci dinamici, prese improvvise e un uso dello spazio estremamente musicale, si è rivelata particolarmente adatta a questi giovani interpreti. La loro energia, ancora non filtrata da abitudini troppo codificate, si sposava bene con la vivacità della partitura rossiniana, eseguita al pianoforte da Massimo Ciarella. In scena si sono distinti Benedetta Boccioni, Gabriele Calcagno, Maria Clara Rocco, Michele Forghieri, Jorge Esteva Grau e nuovamente Maria Vittoria Bandini, mentre la componente recitativa ha visto la partecipazione di Christian Saginario insieme ai solisti dell’Accademia di perfezionamento per cantanti lirici della Scala: Maria Martin Campos (soprano), Dilank Saka e Hyeonnsol Park (mezzosoprani), Geunhwa Lee (baritono) e Zhibin Zhang (basso), con l’Orchestra dell’Accademia del Teatro alla Scala diretta da Maria Seletskaja, direttrice musicale e principale dell’English National Ballet. Alcuni momenti, come l’apertura corale o i duetti più intimi, hanno mostrato una qualità di ascolto reciproco sorprendente, segno di un lavoro didattico attento non solo alla tecnica ma anche alla relazione tra i danzatori. C’era leggerezza, ironia, perfino un certo gusto del gioco, elementi che spesso faticano a emergere in contesti accademici e che qui invece affioravano con naturalezza.

Il percorso si è poi concluso con Bolero X di Shahar Binyamini (nella ripresa di Walter Madau) costruito sulla celebre partitura di Maurice Ravel. In questo caso la scena si è trasformata in un organismo collettivo, un flusso continuo di corpi in tensione, attraversati da impulsi ritmici sempre più insistenti. La coreografia – firmata dallo stesso Binyamini anche per regia, costumi e disegno luci – si distingue per una costruzione rigorosa e al tempo stesso magnetica: il gruppo non è mai semplice sfondo, ma materia viva che si aggrega e si disgrega in configurazioni costantemente nuove. Il flusso della massa danzante crea disegni e architetture geometriche di forte suggestione, in cui linee, diagonali e vortici si susseguono con una precisione quasi ipnotica. L’impatto visivo è potente, ma ciò che colpisce maggiormente è la capacità degli allievi di abitare questa scrittura con continuità, senza cedere alla pura meccanicità del gesto. Ogni ripetizione si carica di una tensione leggermente diversa, accompagnando il crescendo musicale non solo come accumulo di energia, ma come progressiva trasformazione dello spazio scenico. Il finale, con l’intero gruppo coinvolto, non è soltanto un effetto spettacolare: è la manifestazione concreta di un pensiero coreografico che trova nel collettivo la sua forma più compiuta.

In questo senso, la direzione di Olivieri si conferma lucida e lungimirante: la scelta di accostare repertorio classico e creazioni contemporanee non appare mai come un semplice esercizio di varietà, ma come un autentico percorso formativo. Gli allievi sono chiamati a confrontarsi con linguaggi diversi, a sviluppare adattabilità e consapevolezza, qualità indispensabili nel panorama coreutico odierno.

Alla fine della serata resta una sensazione precisa, difficile da definire ma immediatamente riconoscibile: quella di aver assistito non tanto a uno spettacolo compiuto, quanto a un momento di crescita condivisa. Su un palcoscenico carico di storia come quello della Scala, questi giovani artisti portano con sé inevitabilmente una certa vulnerabilità, ma è proprio in questa esposizione che si misura il valore della loro formazione. E se qualche dettaglio può ancora maturare, l’essenziale è già presente: la dedizione, il rispetto per la tradizione e, soprattutto, quella scintilla che lascia intuire ciò che potranno diventare nel futuro prossimo.

Un elemento distintivo resta la relazione diretta con il palcoscenico. Gli allievi sono progressivamente inseriti in produzioni che li mettono a confronto con le dinamiche reali della professione: tempi, responsabilità, gerarchie, dialogo con coreografi e maestri. Questo passaggio, spesso anticipato rispetto ad altre istituzioni, contribuisce a sviluppare una maturità scenica che si traduce in una presenza consapevole e in una gestione intelligente del proprio ruolo.

La reputazione internazionale della Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala si misura oggi anche nella capacità dei suoi diplomati di inserirsi nelle principali compagnie del mondo. Ciò che li distingue non è soltanto la solidità tecnica, ma una qualità più sottile: una forma mentis che unisce disciplina, capacità di adattamento e intelligenza interpretativa.

In un’epoca in cui la formazione tende talvolta a privilegiare la rapidità del risultato o la specializzazione precoce, il modello scaligero continua a proporre un percorso esigente e strutturato, in cui la crescita artistica è concepita come un processo complesso e progressivo. È proprio in questa visione, al tempo stesso rigorosa e aperta, che risiede il suo valore nel panorama internazionale: non soltanto una scuola, ma un luogo in cui la tradizione si rinnova attraverso la formazione delle nuove generazioni.

Michele Olivieri

Foto di © Dennis Cursio / Brescia e Amisano © Teatro alla Scala
Annachiara Di Stefano

www.giornaledelladanza.com

©️ Riproduzione riservata

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