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Divi & Divine: Rudolf Nureyev, il ribelle che cambiò per sempre il volto della danza

«La tecnica è ciò a cui ricorri quando finisci l’ispirazione.» Poche frasi raccontano l’essenza di Rudolf Nureyev meglio di questa. Per lui la perfezione tecnica non era il traguardo, ma soltanto il punto di partenza. Sul palcoscenico cercava qualcosa di più: verità, passione, rischio, intensità. È questa ricerca incessante ad aver trasformato il ballerino nato in Unione Sovietica in una delle figure più rivoluzionarie della storia del balletto.

Nato il 17 marzo 1938 su un treno della Transiberiana, nei pressi del lago Bajkal, Rudolf Khametovič Nureyev trascorse l’infanzia a Ufa, in una famiglia di origini tatare. Il suo talento si manifestò tardi rispetto agli standard della danza accademica, ma l’ammissione alla prestigiosa Accademia Vaganova di Leningrado cambiò definitivamente il suo destino. Entrato nel Balletto Kirov nel 1958, si impose in pochissimo tempo come un interprete fuori dal comune, capace di unire virtuosismo, musicalità e una presenza scenica magnetica.

Il momento destinato a cambiare non solo la sua vita, ma anche la storia culturale del Novecento, arrivò il 16 giugno 1961 all’aeroporto di Le Bourget, a Parigi. Durante una tournée del Kirov, Nureyev chiese asilo politico alla Francia, sfuggendo agli agenti sovietici che volevano rimpatriarlo. La sua clamorosa defezione divenne uno degli episodi simbolo della Guerra Fredda, trasformandolo immediatamente in un’icona internazionale della libertà artistica.

Da quel momento iniziò una carriera senza precedenti. Al Royal Ballet di Londra nacque il sodalizio artistico con Margot Fonteyn, vent’anni più grande di lui. Una coppia improbabile solo sulla carta, destinata invece a diventare una delle più leggendarie della storia del balletto. La loro sintonia scenica conquistò il pubblico mondiale, ridefinendo il concetto stesso di partnership nella danza classica.

Nureyev rivoluzionò anche il ruolo del ballerino. Fino ad allora l’uomo era spesso considerato il sostegno della ballerina; lui lo trasformò in protagonista assoluto. Potenziò la componente tecnica maschile, ampliò le variazioni, rese i personaggi più complessi e psicologicamente sfaccettati, imponendo una nuova centralità dell’interprete maschile nei grandi classici di Petipa e del repertorio ottocentesco. La sua influenza è ancora oggi evidente nelle compagnie di tutto il mondo.

La sua personalità era impetuosa quanto il suo talento. Esigente, perfezionista, imprevedibile, pretendeva dagli altri la stessa dedizione assoluta che imponeva a sé stesso. «Per me la purezza del movimento non bastava. Avevo bisogno di espressione, di maggiore intensità, di più intelligenza.» Una dichiarazione che riassume la sua visione della danza come arte totale, in cui il gesto tecnico diventa linguaggio emotivo e intellettuale.

Non meno celebre è un’altra sua affermazione: «Sono davvero vivo quando sono sul palcoscenico.» Una frase che spiega la sua instancabile attività. Nureyev arrivò a sostenere oltre duecento spettacoli l’anno, continuando a danzare anche quando il fisico iniziava a presentare il conto di una carriera vissuta al limite.

Negli anni Ottanta fu direttore del Balletto dell’Opéra di Parigi, dove lasciò un’impronta profonda formando una nuova generazione di étoile e rilanciando il grande repertorio classico con allestimenti ancora oggi considerati punti di riferimento. Le sue versioni de Il lago dei cigni, La Bayadère, Raymonda, Romeo e Giulietta e Lo Schiaccianoci sono entrate stabilmente nella storia della coreografia.

La malattia non riuscì a fermarlo. Colpito dall’AIDS, continuò a lavorare fino agli ultimi mesi della sua vita, dirigendo, insegnando e seguendo prove con la stessa energia che aveva caratterizzato tutta la sua esistenza. Morì a Parigi il 6 gennaio 1993, a soli cinquantaquattro anni, lasciando un vuoto immenso nel mondo della danza.

Tra le testimonianze più significative resta quella di Michail Baryšnikov, che lo definì «un uomo straordinario, di curiosità inesauribile, disciplina eccezionale e amore assoluto per la scena», riconoscendogli il merito di aver cambiato per sempre la percezione del ballerino maschio.

A oltre trent’anni dalla sua scomparsa, Rudolf Nureyev continua a rappresentare un modello di libertà creativa e di assoluta dedizione all’arte. Non fu soltanto un fuoriclasse della danza: fu un interprete capace di trasformare ogni spettacolo in un evento irripetibile, un artista che ha riscritto le regole del balletto classico senza mai rinnegarne la tradizione.

Come amava ripetere: «La cosa principale è danzare e, prima che il mio corpo si consumi, continuerò a danzare fino all’ultimo momento, fino all’ultima goccia.» Una dichiarazione che, più di ogni altra, racconta la sua esistenza: vivere significava danzare.

Sara Zuccari

www.giornaledelladanza.com

© Riproduzione riservata

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