
Nella storia del balletto classico pochi titoli possiedono il fascino immortale de Il lago dei cigni, opera che continua a incarnare l’idea stessa del romanticismo sulle punte. Quando Pyotr Ilyich Tchaikovsky compose la partitura tra il 1875 e il 1876, il balletto russo viveva una fase di trasformazione: l’orchestra stava assumendo un ruolo drammaturgico sempre più centrale e la musica, per la prima volta, non era più semplice accompagnamento coreografico ma autentico motore narrativo.
La prima assoluta del balletto avvenne il 20 febbraio 1877 al Teatro Bol’šoj di Mosca, ma fu accolta tiepidamente. La critica dell’epoca giudicò la partitura troppo sinfonica per il pubblico abituato ai convenzionali balletti ottocenteschi. Solo anni dopo, grazie alla rilettura coreografica di Marius Petipa e Lev Ivanov, il lavoro sarebbe diventato uno dei vertici assoluti della danza mondiale.
La nuova produzione presentata al Teatro Statale dell’Opera e del Balletto Zakaria Paliashvili di Tbilisi si inserisce in questa lunga tradizione reinterpretativa e restituisce all’opera un respiro poetico di grande intensità. A firmare il progetto (in debutto a Tbilisi il 21 maggio 2026) è Nina Ananiashvili, figura simbolo della danza georgiana contemporanea ed étoile internazionale, celebre per aver unito il rigore della scuola sovietica alla sensibilità teatrale occidentale.
La sua revisione coreografica, realizzata insieme ad Alexei Fadeechev, non si limita a riproporre il repertorio classico, ma ricerca una dimensione drammatica più intima, quasi cinematografica, nella relazione tra Odette e il principe Siegfried. Il legame tra Tbilisi e il balletto di Tchaikovsky ha radici profonde.
La prima rappresentazione georgiana risale infatti al 25 maggio 1907, quando l’opera venne messa in scena al Teatro Imperiale in occasione del beneficio della leggendaria ballerina Olga Preobrazhenskaya, una delle grandi étoile del Balletto Imperiale di San Pietroburgo. Quella serata segnò simbolicamente l’ingresso della Georgia nel circuito culturale del grande balletto europeo, in un momento storico in cui la città caucasica stava diventando un vivace crocevia artistico tra Oriente e Occidente. La nuova edizione del 2026 riprende quella tradizione e la rinnova attraverso una forte identità estetica.
Nel ruolo di Odette/Odile debutta Nino Samadashvili, interprete capace di affrontare la duplice natura del personaggio: la fragilità lirica del cigno bianco e la seduzione ambigua del cigno nero. Accanto a lei, il principe Siegfried è interpretato dal ballerino italiano Lorenzo Lodi, presenza che conferma l’internazionalità raggiunta oggi dalla compagnia del teatro di Tbilisi. La direzione musicale è affidata a Levan Jagaev, chiamato a valorizzare una partitura che, più di qualsiasi altra nel repertorio ballettistico, richiede respiro sinfonico e sensibilità teatrale.
Particolarmente raffinato appare anche l’impianto visivo della produzione. Le scene di David Monavardisashvili evocano atmosfere sospese tra il simbolismo slavo e l’immaginario romantico nordico, mentre i costumi firmati da Kirill Gasilin giocano su contrasti cromatici netti, accentuando il dualismo tra innocenza e inganno che attraversa tutta la vicenda. Le luci di Stin Bjarke accompagnano la narrazione con tagli quasi pittorici, trasformando il lago in uno spazio mentale prima ancora che reale.
A quasi centocinquant’anni dalla sua nascita, Il lago dei cigni continua dunque a parlare al presente. Forse perché, dietro la fiaba romantica, si cela una riflessione universale sul desiderio, sulla metamorfosi e sull’impossibilità di trattenere la purezza nel mondo reale. È questa tensione eterna tra sogno e destino che rende ancora oggi il balletto di Tchaikovsky una delle esperienze più emozionanti del teatro musicale europeo.
Michele Olivieri
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