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Aurel Milloss: il poeta del gesto che cambiò la danza italiana

Figura centrale ma ancora sorprendentemente laterale nella memoria culturale europea del Novecento, Aurel Milloss attraversò il secolo come un nomade dell’arte: coreografo, regista, teorico del movimento e raffinato mediatore tra l’avanguardia mitteleuropea e la sensibilità teatrale italiana.

La sua vicenda umana e artistica sembra appartenere a quelle biografie costruite lungo le frontiere — geografiche, linguistiche e stilistiche — dove ogni approdo coincide con una reinvenzione.

Nato il 12 maggio 1906 a Ozora, allora parte dell’Impero austro-ungarico, Milloss crebbe in una Mitteleuropa ancora percorsa dagli ultimi bagliori della cultura asburgica. Quel mondo cosmopolita, dove Budapest dialogava con Vienna e Praga attraverso musica, filosofia e arti figurative, avrebbe lasciato in lui una traccia permanente.

Prima ancora della danza, studiò violino e composizione: un dettaglio spesso trascurato, ma decisivo per comprendere il suo approccio coreografico. In Milloss il movimento non nasceva mai come puro ornamento visivo; era costruzione musicale, architettura ritmica, “partitura corporea”.

Negli anni Venti entrò in contatto con le esperienze dell’espressionismo tedesco e con la rivoluzione del Ausdruckstanz, la danza d’espressione che rifiutava il formalismo classico per privilegiare tensione psicologica e gesto interiore.

A differenza di altri coreografi dell’epoca, però, non aderì mai dogmaticamente a una scuola. La sua cifra fu piuttosto una sintesi colta e inquieta: la severità della musica centroeuropea, la teatralità italiana, il simbolismo viennese e il dinamismo moderno convivevano in una scrittura scenica personalissima.

Quando arrivò in Italia negli anni Trenta, trovò un ambiente ancora diffidente verso la danza moderna. Il balletto italiano viveva soprattutto di tradizione accademica, mentre le avanguardie coreografiche europee faticavano a radicarsi.

Milloss introdusse un lessico nuovo: corpi spezzati, linee asimmetriche, drammaturgie astratte, un uso quasi “psicologico” dello spazio scenico. Non fu soltanto un innovatore estetico; fu un educatore dello sguardo.

Tra le sue collaborazioni più celebri emerge quella con Giorgio de Chirico. I due condividevano un gusto metafisico per l’enigma e la sospensione temporale.

Nei balletti realizzati insieme, le scenografie dechirichiane non fungevano da semplice sfondo: diventavano estensione mentale del gesto coreografico.

È stato scritto che Milloss “faceva danzare le ombre”, e l’espressione non appare eccessiva osservando la rarefazione visionaria di alcune sue produzioni.

Un capitolo fondamentale della sua attività riguardò il rapporto con la musica contemporanea. Milloss intuì presto la potenza teatrale delle composizioni di Igor Stravinsky, Béla Bartók e Arnold Schönberg, autori che in Italia erano ancora percepiti come ardui o elitari.

Le sue coreografie contribuirono a rendere “visibile” quella musica, trasformandola in esperienza scenica concreta. In particolare Bartók rappresentò per lui quasi un fratello spirituale: stesso retroterra ungherese, stessa attenzione alle tensioni popolari e arcaiche trasformate in modernità.

Curiosamente, Milloss aveva un carattere schivo e quasi monastico. Chi lo frequentò racconta che parlasse poco durante le prove, preferendo correggere i danzatori con minimi cenni delle mani o con improvvisi silenzi. Non amava il protagonismo mondano e rifuggiva la figura del coreografo-divo. Questo contribuì probabilmente alla sua relativa marginalizzazione storica rispetto ad altri grandi innovatori europei del dopoguerra.

Una delle curiosità meno note riguarda il suo rapporto con il cinema. Pur non avendo sviluppato una carriera cinematografica vera e propria, Milloss studiò attentamente il montaggio filmico e cercò di trasferirne il principio nella danza: sequenze brevi, cambi improvvisi di prospettiva, “tagli” ritmici tra gruppi di danzatori.

Negli anni del secondo dopoguerra il suo lavoro assunse toni più introspettivi. La devastazione europea sembrò riflettersi in una danza meno enfatica e più scavata interiormente. Milloss era convinto che il corpo custodisse la memoria storica dei traumi collettivi; per questo le sue coreografie spesso evitavano il virtuosismo spettacolare per privilegiare tensioni trattenute, gesti interrotti, immobilità improvvise.

Determinante fu anche il suo contributo pedagogico. Per generazioni di danzatori italiani rappresentò un ponte verso la modernità europea. Non insegnava soltanto tecnica, ma disciplina mentale: pretendeva che gli interpreti leggessero poesia, ascoltassero musica contemporanea, visitassero mostre. Riteneva che un ballerino ignorante fosse “un corpo senza eco”.

La sua influenza, benché sotterranea, è rintracciabile in molte esperienze coreografiche italiane successive, dal teatrodanza alla sperimentazione televisiva degli anni Sessanta e Settanta.

Eppure il suo nome rimane ancora oggi meno noto di quanto meriterebbe. Forse perché la sua arte sfuggiva alle definizioni semplici: troppo colta per il puro intrattenimento, troppo teatrale per l’astrazione radicale, troppo europea per essere racchiusa in una singola tradizione nazionale.

Aurel Milloss morì a Roma nel 1988, lasciando dietro di sé non soltanto coreografie, ma una precisa idea di cultura: la convinzione che la danza potesse diventare pensiero visibile.

In un secolo dominato dalle ideologie e dalle rotture, egli cercò continuamente una forma di equilibrio tra rigore musicale e inquietudine moderna, tra disciplina classica e libertà espressiva. Ed è forse proprio questa tensione irrisolta a rendere ancora oggi il suo lavoro straordinariamente contemporaneo.

Michele Olivieri

www.giornaledelladanza.com

©️ Riproduzione riservata

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