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Ilia Malinin, il Rudolf Nureyev del pattinaggio artistico

C’è qualcosa di magnetico in Ilia Malinin che va oltre la somma dei suoi salti, oltre la rivoluzione tecnica che ha imposto al pattinaggio maschile contemporaneo.

Come Rudolf Nureyev nella danza, Malinin non si limita a eseguire: irrompe, ridefinisce, sposta l’asticella e costringe il suo tempo a rincorrerlo.

Nato nel 2004 da genitori uzbeki entrambi ex pattinatori olimpici, Malinin cresce negli Stati Uniti respirando ghiaccio e disciplina fin dall’infanzia.

Ma il talento, quello autentico, non si eredita: si manifesta. E nel suo caso si è manifestato con una naturalezza quasi spavalda, unita a una determinazione feroce.

Il mondo lo scopre definitivamente quando atterra il primo quadruplo Axel della storia in competizione ufficiale, un salto ritenuto per anni il “Santo Graal” del pattinaggio.

Un’impresa che non è solo atletica, ma simbolica: l’impossibile che diventa possibile.

Eppure ridurre Malinin al virtuosismo tecnico sarebbe un errore. Se il suo repertorio di quadrupli lo colloca in una dimensione quasi sovrumana, ciò che lo rende davvero un’icona è la sua evoluzione artistica.

Negli ultimi anni ha trasformato la potenza in narrazione, la velocità in fraseggio, la difficoltà in drammaturgia. I suoi programmi non sono semplici sequenze di elementi: sono dichiarazioni di identità.

Come Nureyev, Malinin possiede una presenza scenica che non chiede il permesso. Quando entra in pista, il ghiaccio sembra restringersi attorno a lui. Il pubblico percepisce una tensione elettrica, una promessa di rischio.

Perché Malinin pattina sempre sul confine: tra controllo e vertigine, tra eleganza e aggressività, tra precisione matematica e impulso istintivo.

Il soprannome di “Nureyev del pattinaggio” non nasce solo dall’eccellenza tecnica, ma dalla sua capacità di cambiare paradigma.

Nureyev portò il ballerino maschile al centro della scena, ampliandone il ruolo espressivo e atletico. Malinin sta facendo qualcosa di analogo: ha trasformato il pattinatore uomo in un atleta-artista totale, capace di combinare difficoltà estrema e carisma contemporaneo, in un’epoca in cui lo sport richiede spettacolo tanto quanto perfezione.

C’è in lui anche una cifra generazionale. A differenza di molti campioni del passato, Malinin comunica con naturalezza attraverso i social, condivide allenamenti, errori, entusiasmi.

È consapevole del proprio mito, ma non ne è schiavo. Anzi, sembra alimentarlo con lucidità strategica, scegliendo musiche potenti, costruendo programmi che parlano un linguaggio moderno, quasi cinematografico.

Tecnicamente, il suo pattinaggio è un laboratorio vivente: altezza esplosiva nei salti, rotazioni rapidissime, controllo in aria che sfida le leggi della fisica.

Ma è nel momento dell’atterraggio che si percepisce la sua vera forza: non c’è esitazione, non c’è compiacimento. C’è continuità. Il movimento prosegue, la coreografia respira. È lì che l’atleta diventa artista.

Come tutti i grandi innovatori, Malinin divide. C’è chi teme che l’escalation tecnica possa soffocare la poesia del pattinaggio. Ma proprio nella sua recente maturazione si intravede la risposta: la tecnica, nelle sue mani, non è fine a sé stessa. È linguaggio. È mezzo per conquistare una libertà espressiva più ampia.

Ilia Malinin incarna una nuova era del pattinaggio artistico: più audace, più atletica, più globale.

Se Nureyev incendiava i teatri con la forza della sua ribellione, Malinin incendia le arene con la vertigine dell’innovazione.

Entrambi, a modo loro, hanno dimostrato che l’arte del movimento non ha confini se non quelli che si è disposti a superare.

Michele Olivieri

www.giornaledelladanza.com

©️ Riproduzione riservata

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