
La comparazione tra i due titoli non può limitarsi all’individuazione di analogie superficiali – la presenza del soprannaturale, la centralità della ballerina, la struttura bipartita – perché ciò che realmente distingue e insieme collega le due opere è il modo in cui ciascuna articola il rapporto tra desiderio, ordine sociale e trascendenza. Se La Sylphide inaugura il paradigma romantico, Giselle lo interiorizza e lo rende drammaturgicamente più complesso, trasformando l’estetica dell’etereo in una riflessione sulla colpa e sulla memoria.
Nel balletto del 1832, concepito da Filippo Taglioni per Marie Taglioni, il conflitto nasce dal desiderio maschile di evasione. James abbandona la promessa sposa per inseguire una creatura dell’aria; la sua aspirazione non è sociale ma metafisica. La silfide rappresenta l’ideale irraggiungibile, l’attrazione verso ciò che sfugge alla stabilità del matrimonio e della vita domestica. L’errore di James consiste nell’incapacità di accettare il limite: egli vuole possedere l’inappropriabile. La morte della silfide – provocata dall’oggetto magico che egli stesso utilizza – sancisce l’impossibilità di trattenere l’assoluto. La tragedia è inscritta nella sproporzione tra umano e soprannaturale.
In Giselle, invece, il conflitto non si fonda sull’attrazione verso un essere ultraterreno, ma sull’inganno interno all’ordine sociale. Albrecht non desidera un’alterità metafisica; desidera un diversivo sentimentale all’interno di una gerarchia che già lo privilegia. La tragedia nasce non dall’eccesso di aspirazione, ma dall’asimmetria tra classi e dalla menzogna. Se in La Sylphide il soprannaturale precede e provoca la crisi, in Giselle esso interviene dopo la catastrofe, come spazio di elaborazione della colpa.
Questa differenza si riflette nella costruzione delle protagoniste. La Silfide è fin dall’inizio creatura non umana; la sua leggerezza non è trasformazione, ma condizione ontologica. Giselle, al contrario, attraversa una metamorfosi. Nel primo atto è contadina fragile, immersa in una comunità riconoscibile; nel secondo diventa Wili. Tale passaggio produce una continuità emotiva che La Sylphide non contempla. Lo spettatore assiste alla perdita di una figura concreta, non alla dissoluzione di un’apparizione. La morte di Giselle ha peso drammatico perché riguarda un corpo precedentemente inscritto nel mondo reale.
Anche la funzione del secondo atto diverge in modo significativo. In La Sylphide, la foresta incantata è il luogo dell’illusione definitiva, dove James scopre troppo tardi l’impossibilità del suo desiderio. Non vi è redenzione, né riparazione: il finale è segnato dall’isolamento del protagonista, che assiste impotente alla morte della silfide e al matrimonio della sua promessa sposa con un altro uomo. La struttura è lineare e implacabile. In Giselle, invece, il secondo atto introduce una dimensione etica inattesa. La comunità delle Wilis incarna la vendetta automatica, ma Giselle sospende tale automatismo attraverso il perdono. Il soprannaturale non è soltanto minaccia; è anche possibilità di trascendenza morale.
Dal punto di vista coreografico, entrambe le opere consolidano l’atto bianco, ma lo declinano diversamente. In La Sylphide, la protagonista domina lo spazio con una leggerezza solitaria; il corpo di ballo sostiene l’atmosfera ma non assume un ruolo strutturale autonomo. In Giselle, al contrario, il corpo di ballo delle Wilis è elemento decisivo della drammaturgia. La serialità dei movimenti, la sincronia, la ripetizione ipnotica creano un senso di necessità collettiva. Il singolo uomo che entra in questo spazio è sottoposto a una legge impersonale. La danza diventa meccanismo, quasi macchina punitiva. In questo senso Giselle appare più moderna: la comunità femminile agisce come sistema.
Anche la figura maschile conosce un’evoluzione significativa. James è protagonista attivo del proprio destino: la sua scelta di inseguire la silfide determina la catena degli eventi. Albrecht, invece, è inizialmente agente di inganno ma nel secondo atto diventa oggetto dell’azione altrui. Egli subisce la volontà delle Wilis e la protezione di Giselle. La sua sopravvivenza non è conquista, ma dono. Tale passività accentua la centralità del femminile nella costruzione del senso.
Dal punto di vista ideologico, le due opere rispondono a momenti diversi del Romanticismo. La Sylphide esprime l’entusiasmo iniziale per l’ideale etereo, la fascinazione per l’assoluto inafferrabile. È il balletto della nascita del mito della ballerina come creatura sovrumana. Giselle, quasi un decennio più tardi, introduce un tono più cupo e riflessivo. L’illusione non è più semplice aspirazione; è esperienza traumatica. Il perdono finale non cancella la perdita, ma la sublima.
Si può affermare che La Sylphide fondi l’estetica del Romanticismo coreutico, mentre Giselle ne sviluppa la dimensione etica. Nella prima, l’alterità è desiderata e distrutta; nella seconda, è interiorizzata e trasfigurata. Se la Silfide muore perché l’uomo tenta di possederla, Giselle sopravvive come memoria perché sceglie di non vendicarsi. Questa differenza segna il passaggio da un Romanticismo dell’aspirazione a un Romanticismo della consapevolezza.
Eppure le due opere condividono una medesima tensione: mettono in scena la fragilità dell’ordine sociale borghese di fronte al desiderio. In entrambi i casi, il matrimonio – istituzione centrale dell’Ottocento – è minacciato o destabilizzato.
In entrambi i casi, la danza è il linguaggio attraverso cui tale destabilizzazione si manifesta. Il corpo femminile, sospeso tra leggerezza e morte, diventa il luogo simbolico in cui la modernità osserva le proprie contraddizioni.
Michele Olivieri
Foto di Het Nationale Ballet van Moldavie
www.giornaledelladanza.com
© Riproduzione riservata
Giornale della Danza La prima testata giornalistica online in Italia di settore