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Morte a Venezia: il ritorno ad Amburgo del capolavoro di Neumeier

Tornare a Morte a Venezia significa attraversare una soglia fragile: quella che separa l’arte dalla vita, il controllo dall’abbandono, la bellezza dalla dissoluzione.

A gennaio, per sole cinque rappresentazioni, il capolavoro coreografico di John Neumeier riappare sulle scene dell’Hamburg Ballett come un evento raro, quasi rituale, capace di interrogare ancora una volta lo spettatore sul senso ultimo della creazione artistica.

Ispirato alla novella di Thomas Mann, il balletto di Neumeier non è una semplice trasposizione danzata di un classico della letteratura, ma una riflessione profonda e personale sul destino dell’artista moderno.

Al centro della scena c’è Gustav von Aschenbach, non più scrittore ma coreografo: una scelta che permette a Neumeier di sovrapporre la figura del protagonista a quella dell’artista-creatore per eccellenza, il coreografo stesso, impegnato in una lotta incessante con il proprio linguaggio e con i propri limiti.

Aschenbach è un uomo esausto. Il suo corpo, come la sua mente, sembra irrigidirsi in una disciplina che non produce più bellezza.

La crisi creativa che lo consuma non è un semplice blocco, ma una frattura esistenziale: l’arte, che per tutta la vita è stata rifugio e ragione, improvvisamente non basta più.

È in questo stato di aridità che nasce la fuga verso Venezia, città ambigua e seducente, sospesa tra splendore e decadenza.

Neumeier costruisce questo passaggio con una drammaturgia fisica estremamente raffinata: il movimento inizialmente trattenuto, quasi scolpito nella rigidità, si scioglie progressivamente in gesti più fluidi, vulnerabili.

Venezia non è solo un luogo geografico, ma uno spazio mentale, il teatro di una trasformazione irreversibile.

Sul Lido, Aschenbach incontra Tadzio, incarnazione di una bellezza pura, silenziosa, inafferrabile. Tadzio non parla, non agisce consapevolmente: esiste.

Ed è proprio questa esistenza assoluta, non mediata dall’intelletto, a sconvolgere l’equilibrio del protagonista.

Nel balletto di Neumeier, Tadzio non è oggetto di desiderio nel senso tradizionale, ma epifania: una rivelazione che costringe Aschenbach a confrontarsi con ciò che ha sempre tenuto a distanza – il corpo, l’emozione, la vita stessa.

La danza di Tadzio è luminosa, sospesa, quasi irreale, e contrasta con quella del coreografo, segnata da un peso interiore sempre più evidente.

Parallelamente alla vicenda interiore del protagonista, Venezia si ammala. Il colera si diffonde silenziosamente, nascosto sotto la facciata turistica della città.

Neumeier utilizza questa presenza invisibile come metafora potente: mentre Aschenbach si apre finalmente alla vita, il mondo intorno a lui scivola verso la fine.

La scelta di rinunciare all’arte è il gesto più radicale del protagonista. Per la prima volta, Aschenbach smette di sublimare l’esperienza e la vive pienamente, accettandone il rischio.

Ma questa apertura arriva troppo tardi. La vita, conquistata con tanta fatica, coincide con l’approdo alla morte.

La scena finale, sullo sfondo del mare veneziano, è di una semplicità disarmante e di una forza emotiva straordinaria: il corpo che si abbandona, lo sguardo che segue la bellezza fino all’ultimo respiro. Non c’è redenzione, né giudizio. Solo silenzio.

Morte a Venezia rimane uno dei lavori più complessi e maturi di John Neumeier, un’opera che parla direttamente all’artista e allo spettatore contemporaneo.

In un’epoca ossessionata dalla produttività e dalla perfezione, questo balletto ci ricorda il prezzo del controllo assoluto e il valore, talvolta fatale, dell’abbandono.

Il ritorno in scena ad Amburgo per sole cinque date (14, 15, 18, 22 e 25 gennaio 2026) non è soltanto una ripresa di repertorio, ma un invito raro: guardare in faccia la fragilità dell’arte e riconoscere, nella danza, il luogo in cui vita e morte smettono di essere opposti e diventano parte dello stesso, inevitabile movimento.

Michele Olivieri

Foto di Kiran West

www.giornaledelladanza.com

©️ Riproduzione riservata

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