
Ci sono spettacoli che chiedono al pubblico di ascoltare. Muette, di Boris Charmatz, pretende invece che il pubblico impari nuovamente a vedere.
È una differenza sostanziale. Perché in questo assolo di cinquanta minuti, costruito quasi per sottrazione assoluta, la danza non cerca l’effetto, non si appoggia alla musica, non concede allo spettatore la consolazione di una partitura che accompagni o orienti ciò che accade.
Charmatz si presenta a Triennale Milano FOG solo, nudo, a distanza ravvicinatissima, e mette il proprio corpo nella condizione più difficile: quella di non poter nascondere nulla. Il risultato è un lavoro di grande intensità, ma anche volutamente scomodo. E proprio per questo merita di essere giudicato con severità.
Muette nasce dalla volontà di interrogare ciò che non può essere detto: il silenzio come condizione fisica, emotiva e persino politica. Il corpo diventa il luogo nel quale la parola si arresta, dove un grido rimane intrappolato prima di diventare voce. La bocca, il respiro, la saliva, il tremore diventano materiali coreografici.
Non è un caso che il Festival d’Avignon abbia definito il silenzio di Charmatz un fenomeno insieme sonoro e politico. Ma qui comincia anche la mia riserva. La radicalità, nel contemporaneo, è diventata da tempo una forma di linguaggio riconoscibile. Il nudo, l’assenza di musica, la prossimità estrema, la rinuncia alla costruzione narrativa: sono strumenti che hanno ormai una lunga genealogia.
Il rischio è che ciò che nasce come gesto di rottura finisca per diventare, a sua volta, un codice. Charmatz evita in buona parte questa trappola perché non cerca di dimostrare quanto sia radicale. Lo è. Semplicemente.
E la cosa più interessante di Muette non è infatti la nudità, né il silenzio in sé, né l’esibizione di una corporeità spinta ai margini della rappresentazione. È la precisione con cui Charmatz ascolta il proprio corpo quando il corpo non ha più il sostegno della musica. Allora si avverte il respiro. Il peso. L’attrito. La pelle. La fatica.
Un piccolo spostamento diventa evento. Una contrazione acquista una dimensione quasi drammatica. Una caduta, privata dell’enfasi musicale, torna a essere per quello che è: il corpo che perde il proprio equilibrio.
Ed è qui che Muette trova la sua verità. Non quando cerca di parlare del silenzio, ma quando lascia che il silenzio accada. Charmatz, artista abituato a dispositivi scenici di grande ampiezza e a corpi molteplici, sceglie questa volta l’opposto: un solo corpo, uno spazio ridotto all’essenziale, un pubblico quasi dentro la scena.
È un passaggio coerente con la ricerca già avviata con SOMNOLE, ma qui portata verso una forma più aspra e spoglia. La prossimità dello spettatore è fondamentale. Non siamo più davanti a un interprete. Siamo troppo vicini. Quella distanza abituale che il teatro mantiene fra chi agisce e chi guarda viene deliberatamente cancellata. Il pubblico in un sold-out prevedibile diventa una presenza fisica alla quale Charmatz sembra affidare il proprio corpo.
E proprio per questo alcuni momenti acquistano una forza quasi imbarazzante: non perché siano scandalosi, ma perché ci costringono a sostenere lo sguardo. La danza contemporanea, quando è davvero necessaria, dovrebbe avere anche questa capacità: sottrarci alla posizione comoda dello spettatore.
Charmatz ci riesce. Ma non sempre. Ci sono passaggi nei quali la reiterazione del gesto rischia di trasformare la tensione in maniera, e la sottrazione in un principio estetico fin troppo dichiarato. In quei momenti Muette sembra chiedere allo spettatore di riconoscere la propria importanza prima ancora di conquistarla.
È il limite, e contemporaneamente il rischio, di un’opera così radicalmente affidata alla presenza. Quando tutto dipende dal corpo dell’interprete, ogni gesto deve essere necessario. E Charmatz, per fortuna, incarna una singolare sintesi di potenza corporea e rigore analitico che gli permette di superare spesso questo pericolo: una straordinaria intelligenza fisica.
Non è soltanto un corpo che si muove. È un corpo che pensa. Tremori, torsioni, arresti, spasmi e improvvise sospensioni sembrano nascere da una zona profonda dell’organismo, più vicina all’istinto che alla costruzione formale. La qualità del danzatore diventa quasi un sismografo: registra qualcosa che non vediamo e che tuttavia riconosciamo.
È forse questo il punto più alto di Muette. La danza non illustra un’idea. La danza diventa l’idea. E allora il titolo assume una profondità diversa. Muette non significa semplicemente “muta”. È una condizione nella quale il linguaggio è presente proprio attraverso la sua impossibilità.
Charmatz (con assistente alla coreografia Magali Caillet Gajan) non racconta ciò che non può essere detto. Lo mette nel corpo. Questa è una distinzione fondamentale. E anche una delle ragioni per cui il suo lavoro, pur appartenendo pienamente alla contemporaneità, conserva qualcosa di profondamente antico. Prima della parola, prima della musica, prima persino della forma codificata della danza, esisteva il corpo dell’uomo che cercava di esprimere paura, desiderio, dolore, stupore.
Muette torna lì. Non sempre con la stessa necessità, ma nei suoi momenti migliori con una forza rara. E proprio per questo non credo sia corretto definirlo semplicemente “uno spettacolo minimalista”. Il minimalismo è l’apparenza. Sotto quella superficie quasi vuota c’è un’enorme quantità di materia: fisica, emotiva, politica, perfino antropologica.
Il merito di Charmatz è aver compreso che per farla emergere non servivano più elementi. Ne servivano meno. Molti meno. Fino a lasciare un uomo solo davanti a noi, mentre respira, trema, cade, resiste. E noi, per una volta, siamo costretti a fare la cosa più difficile che il teatro possa chiedere: guardare davvero.
Muette è un lavoro importante, non perché sia necessariamente compiuto in ogni sua parte, ma perché ha il coraggio di mettere in discussione ciò che oggi consideriamo indispensabile alla danza. È diseguale, talvolta compiaciuto della propria radicalità, ma nei momenti in cui Charmatz smette di “costruire” il silenzio e semplicemente lo abita, raggiunge una verità scenica di notevole potenza.
Non è uno spettacolo facile. E non deve esserlo. Ma soprattutto non è uno spettacolo da applaudire soltanto perché Boris Charmatz è Boris Charmatz. Va guardato. Va ascoltato. E, soprattutto, va giudicato.
Perché la vera radicalità, oggi, non consiste nel fare qualcosa di estremo. Consiste nell’avere qualcosa da dire dopo averlo fatto. In Muette, Charmatz quel qualcosa, almeno nei suoi momenti più alti, riesce ancora a dirlo. Senza una parola.
Michele Olivieri
Foto di (c) Laurent Philippe
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