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Trittico alla Scala: forma, ombra, energia [RECENSIONE]

Al Teatro alla Scala, il trittico firmato da Wayne McGregor, Jean-Christophe Maillot e Ohad Naharin si articola in tre momenti distinti, che per resa complessiva possono essere letti anche secondo una gerarchia estetica e percettiva: il primo, Chroma, emerge come il più compiuto sul piano formale, esteticamente impeccabile e stilisticamente coerente, che al tempo del debutto (2006) introdusse elementi realmente nuovi nella ricerca di McGregor, la cui cifra stilistica, negli anni a venire, è rimasta sostanzialmente invariata, fedele a sé stessa; il secondo, Dov’è la luna, affascina per la sua qualità poetica ma risulta penalizzato da un impianto visivo troppo scuro e da un linguaggio a tratti monocorde; il terzo, Minus 16, si impone invece come la vera sorpresa della serata, una deflagrazione di energia capace di ribaltare la relazione tra scena e pubblico.

L’apertura con Chroma non lascia spazio a un ingresso graduale: l’impatto è immediato, quasi fisico. La scena concepita da John Pawson si impone per la sua apparente neutralità: uno spazio bianco, rarefatto, che elimina ogni distrazione visiva per concentrare lo sguardo esclusivamente sul corpo. Ma è proprio questa sottrazione a generare una tensione percettiva fortissima: ogni gesto, ogni deviazione della linea, ogni contrazione muscolare acquista un rilievo quasi iperrealista. La scrittura di McGregor si fonda su una continua ridefinizione dell’asse corporeo. Le articolazioni vengono spinte oltre la loro funzione accademica, le linee classiche si spezzano per ricomporsi in configurazioni inattese. Non si tratta di una semplice “modernizzazione” del vocabolario classico, ma di una sua vera e propria riorganizzazione interna: il corpo non esegue, ma reagisce, come attraversato da impulsi elettrici. La partitura di Joby Talbot, costruita anche sulle rielaborazioni dei brani dei The White Stripes orchestrate da Christopher Austin, amplifica questa dinamica. Il suono non accompagna la danza, ma la incide. Le pulsazioni ritmiche diventano una griglia invisibile entro cui i corpi si muovono con precisione quasi chirurgica. Quando affiora la traccia riconoscibile di Seven Nation Army, non si ha mai la sensazione di un riferimento nostalgico: è piuttosto una materia sonora trasformata, resa funzionale a una costruzione coreografica che lavora per accumulo e rilascio. In scena, interpreti come Virna Toppi, Caterina Bianchi, Camilla Cerulli, Maria Celeste Losa, Christian Fagetti, Franck Aduca, Edward Cooper, Marco Agostino, Nicola Del Freo e soprattutto Navrin Turnbull — da poco nominato primo ballerino scaligero — si distinguono per precisione e intensità. Turnbull, in particolare, riesce sempre ad emergere per una qualità e una personalità sopraffina: il suo corpo sembra abitare la complessità di McGregor con naturalezza assoluta, rendendo organico ciò che in altri potrebbe apparire puramente meccanico. Il Corpo di Ballo della Scala affronta questa sfida con una qualità tecnica notevole, ma ciò che colpisce è soprattutto la capacità di mantenere una tensione continua senza cadere nell’automatismo. Ogni sequenza conserva una sensazione di rischio, come se potesse sfuggire al controllo da un momento all’altro, pur restando perfettamente inscritta nella struttura.

Con Dov’è la luna, Jean-Christophe Maillot introduce una frattura apparente, che in realtà agisce come un rallentamento necessario. Dopo l’urgenza fisica di Chroma, il tempo si dilata, lo spazio si fa più poroso, e il movimento si carica di una qualità introspettiva. La musica di Aleksandr Skrjabin diventa qui un elemento strutturale fondamentale, eseguita al pianoforte dal virtuoso Leonardo Pierdomenico. Le sue progressioni armoniche, dense e instabili, trovano una corrispondenza diretta nella costruzione coreografica: i duetti e gli ensemble non si sviluppano secondo una logica narrativa lineare, ma come stati emotivi che emergono e si dissolvono. Maillot lavora su una soglia: quella tra presenza e assenza. I corpi si avvicinano senza mai davvero trattenersi, si sostengono e subito si separano, come attraversati da una memoria che impedisce loro di stabilizzarsi. La dimensione autobiografica, legata alla figura paterna, non viene mai esplicitata, ma si percepisce come una vibrazione costante, una sorta di eco che attraversa l’intero pezzo. Tuttavia, l’allestimento visivo, eccessivamente scuro, finisce per appiattire parzialmente la varietà percettiva, contribuendo a una sensazione monocorde, pur all’interno di una scrittura poetica raffinata. In scena Letizia Masini, Navrin Turnbull, Giulia Frosi, Marco Agostino, Said Ramos Ponce, Benedetta Montefiore e Gabriele Fornaciari sostengono con sensibilità questa dimensione sospesa. Turnbull si conferma interprete magnetico, capace di attraversare registri profondamente diversi senza perdere identità, mentre il giovane Fornaciari si distingue per chiarezza e qualità di dinamismo. Particolarmente interessante è l’uso dello spazio: non più campo di forze come in McGregor, ma luogo di transito. I danzatori lo attraversano senza mai occuparlo definitivamente, creando una geografia instabile fatta di traiettorie che si intersecano e si disperdono. Il risultato è una coreografia che non si impone allo sguardo, ma lo invita a sostare, a cogliere le sfumature, a leggere tra le linee. Il Corpo di Ballo della Scala dimostra qui una maturità interpretativa significativa. La difficoltà non è tecnica, ma qualitativa: si tratta di abitare il movimento senza dichiararlo, di lasciare spazio al non detto. Ed è proprio in questa capacità di trattenere, più che di esibire, che il pezzo trova la sua efficacia.

Con Minus 16, Ohad Naharin chiude il trittico portando in scena un’idea di danza radicalmente diversa, ma sorprendentemente complementare alle precedenti. Il linguaggio Gaga si manifesta qui non tanto come stile, quanto come attitudine: una disponibilità del corpo a trasformarsi, a reagire, a mettersi in gioco senza rigidità. La struttura del pezzo è volutamente eterogenea. Le musiche – che spaziano da Dean Martin a sonorità più contemporanee – costruiscono un percorso fatto di contrasti, in cui momenti di ironia si alternano a passaggi di intensa concentrazione fisica. Questa varietà non produce dispersione, ma un senso di apertura: ogni segmento sembra esplorare una possibilità diversa del corpo. Ciò che distingue Minus 16 è il modo in cui ridefinisce la relazione con il pubblico. Qui il pezzo diventa una vera e propria esplosione di energia: una botta di vitalità straordinaria affidata agli artisti del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala. In particolare, una lode è da indirizzare ad Alessandro Paoloni, il quale ha danzato senza risparmiarsi, divertendo, scatenando grandi applausi dal pubblico (in parte composto da giovani essendo la terza rappresentazione del 20 marzo in pomeridiana riservata a loro), da solo in palcoscenico ancor prima che iniziasse lo spettacolo, a luci accese durante il secondo intervallo (quasi fosse un prologo), per poi amalgamare spettatrici di ogni età prese a caso dalla platea che a loro insaputa sono diventate protagoniste. Un’esperienza unica – soprattutto per un teatro di tradizione come quello della Scala – dove la danza unisce, diventa linguaggio comune, annulla la distanza tra platea e palco e si apre realmente a tutti. Non si ha mai la sensazione di una rottura spettacolare forzata: è piuttosto un’estensione naturale del dispositivo coreografico. Il pubblico non viene “coinvolto” in senso artificiale, ma invitato a condividere uno stato, una qualità di attenzione. I danzatori si muovono con una libertà controllata, che non è improvvisazione, ma disponibilità. Ogni gesto sembra nascere da un impulso naturale, pur restando all’interno di una struttura precisa. È una danza che respira, che accetta l’imprevisto, che si costruisce nel momento stesso in cui accade.

Nel suo insieme, il programma del Teatro alla Scala non si limita a presentare tre firme di rilievo della coreografia contemporanea, ma costruisce un vero e proprio paesaggio. Chroma, Dov’è la luna e Minus 16 non sono semplicemente tre tappe, ma tre modalità di esistenza del corpo scenico. L’energia strutturata di McGregor, la memoria sospesa di Maillot e la libertà adrenalinica di Naharin compongono un arco che attraversa tensione, introspezione e apertura. In questo percorso, il Corpo di Ballo della Scala si dimostra non solo tecnicamente preparato, ma capace di adattarsi a poetiche profondamente diverse senza perdere coerenza.

Il risultato è una serata che non cerca effetti facili, ma costruisce un’esperienza progressiva, in cui lo spettatore è chiamato a modificare continuamente il proprio sguardo. Ed è forse proprio questa la qualità più interessante del trittico: la capacità di non offrire una risposta univoca, ma di aprire uno spazio di percezione in cui la danza torna a essere, prima di tutto, un atto vivo.

A coronamento di questo percorso, è doveroso un sincero elogio all’intera compagnia del Corpo di Ballo del Teatro, che si conferma oggi una realtà capace di coniugare eccellenza tecnica, versatilità stilistica e profondità interpretativa, qualità non scontate. Un riconoscimento particolare va anche al suo direttore Frédéric Olivieri (confermato recentemente fino al 2028), la cui guida si riflette chiaramente nella crescita e nella coesione della compagnia: una direzione che non solo preserva la grande tradizione scaligera, ma la proietta con intelligenza e apertura nel panorama della danza contemporanea internazionale.

Michele Olivieri

Foto di Brescia e Amisano © Teatro alla Scala

www.giornaledelladanza.com

©️ Riproduzione riservata

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