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Alberto Testa, il professore della danza: una vita tra memoria, critica e visione

Storico, critico, danzatore, coreografo e docente, Alberto Testa ha attraversato quasi un secolo di storia coreutica, contribuendo a costruire gli strumenti culturali attraverso cui la danza è stata studiata, raccontata e riconosciuta come patrimonio artistico. Dall’Accademia Nazionale di Danza al Premio Positano Léonide Massine, dai grandi teatri al cinema, il suo percorso restituisce il ritratto di una personalità che ha saputo unire l’esperienza diretta della scena al rigore della ricerca.

Ci sono figure che appartengono alla storia della danza non soltanto per ciò che hanno realizzato, ma per il modo in cui hanno contribuito a renderla comprensibile, documentabile e trasmissibile. Alberto Testa è stato una di queste. Nato a Torino il 23 dicembre 1922 e scomparso nella sua città il 4 ottobre 2019, a quasi novantasette anni, è stato una delle personalità più autorevoli della cultura coreutica italiana, un protagonista capace di attraversare linguaggi, generazioni e istituzioni mantenendo al centro un principio fondamentale: la danza è un’arte che vive nel presente, ma che non può esistere senza la consapevolezza della propria storia.

Il soprannome con cui era conosciuto, il «professore», non restituiva soltanto il suo ruolo accademico. Raccontava un’attitudine, un modo di stare nel mondo della danza e di abitarne la memoria. Testa non fu esclusivamente uno storico che osservava la scena dall’esterno, né soltanto un uomo di teatro che affidava alla memoria personale la propria esperienza. La sua singolarità risiedeva proprio nella possibilità di tenere insieme queste prospettive: aveva studiato la danza, l’aveva praticata, aveva lavorato con alcuni dei suoi protagonisti, ne aveva seguito gli sviluppi e aveva dedicato una parte essenziale della propria vita a interpretarne e trasmetterne i significati.

Dalla pratica della scena alla costruzione di un pensiero critico

La formazione di Alberto Testa presenta un elemento particolarmente significativo per comprendere la sua successiva attività: il rapporto precoce tra gli studi umanistici e la pratica coreutica. Laureatosi in Lettere all’Università di Torino nel 1942 con una dissertazione dedicata alla danza, intraprese un percorso nel quale la riflessione teorica non fu mai separata dall’esperienza artistica.

Studiò danza classica a Torino con Grazioso Cecchetti, figlio di Enrico Cecchetti, e approfondì la propria formazione con Susanna Egri. La sua attività di danzatore lo portò a confrontarsi con personalità determinanti del Novecento coreutico, tra cui Aurelio Milloss, Léonide Massine e Margarete Wallmann, partecipando a produzioni e manifestazioni di rilievo in Italia e all’estero.

Questa esperienza diretta costituì una risorsa fondamentale per il suo successivo lavoro di storico e critico. Conoscere la danza dall’interno significava comprenderne non soltanto la forma visibile, ma anche le esigenze tecniche, le scelte interpretative, le difficoltà della composizione e la relazione tra movimento, musica e drammaturgia. Significava, soprattutto, sapere che dietro ogni spettacolo esiste un processo artistico complesso, nel quale il corpo del danzatore è contemporaneamente strumento, presenza scenica e veicolo di significati.

Nel percorso di Testa, l’esperienza del palcoscenico non rimase dunque una parentesi giovanile, ma divenne una chiave di lettura permanente. La sua scrittura critica poté beneficiare di uno sguardo informato, capace di riconoscere le differenze tra le poetiche coreografiche senza ridurle a una successione di nomi, stili ed etichette.

L’Accademia Nazionale di Danza e la trasmissione del sapere

Dal 1963 al 1990 Alberto Testa insegnò Storia della danza all’Accademia Nazionale di Danza di Roma. Si trattò di un impegno di lungo periodo, sviluppato in una fase nella quale la riflessione storica e teorica sulla danza aveva ancora bisogno di consolidare i propri spazi e strumenti nel sistema della formazione artistica italiana.

Insegnare storia della danza significa affrontare una disciplina dalla natura particolare. A differenza delle arti che producono oggetti destinati a permanere, la danza si manifesta attraverso un evento corporeo che scompare nel momento stesso in cui si compie. La sua memoria deve essere ricostruita attraverso documenti, testimonianze, fotografie, filmati, notazioni, programmi di sala e confronti tra diverse tradizioni interpretative.

Il lavoro del docente consiste allora nel dare ordine a materiali eterogenei, riconoscere le relazioni tra le opere e i rispettivi contesti culturali, spiegare come cambiano le forme del movimento e individuare ciò che ogni epoca eredita dalla precedente, trasformandolo.

Testa portò nell’insegnamento la propria conoscenza del repertorio, la frequentazione dei protagonisti del Novecento e l’esperienza maturata nel teatro. La storia non era, nella sua prospettiva, una materia accessoria rispetto alla pratica: rappresentava uno strumento per sviluppare consapevolezza artistica e capacità critica.

Per un danzatore, conoscere il repertorio significa infatti comprendere le ragioni estetiche e culturali delle opere che interpreta. Per un coreografo, significa riconoscere le genealogie dei linguaggi e misurarsi con la tradizione senza esserne prigioniero. Per un critico, significa disporre di riferimenti che consentano di distinguere la novità autentica dalla ripetizione inconsapevole.

L’insegnamento di Testa si collocava in questa prospettiva più ampia: contribuire alla formazione di uno sguardo capace di leggere la danza come fenomeno artistico, storico e culturale.

Il critico e lo storico: raccontare il presente attraverso la memoria

Accanto alla docenza, la scrittura fu uno dei principali strumenti attraverso cui Alberto Testa esercitò la propria influenza. Collaborò con quotidiani, riviste specializzate, case editrici ed enciclopedie, partecipando alla costruzione di un lessico critico e di un patrimonio documentario destinati a lettori differenti: studiosi, professionisti, studenti e appassionati.

Fu critico di danza per la Repubblica sin dalla fondazione del quotidiano, affiancando all’attività giornalistica un intenso lavoro editoriale. Collaborò, tra gli altri, con l’Enciclopedia dello Spettacolo, la Treccani e la Larousse, occupandosi delle voci dedicate alla danza e al balletto.

È un aspetto che merita particolare attenzione. Scrivere di danza per un quotidiano significa confrontarsi con l’attualità, con la necessità di interpretare uno spettacolo, valutare una scelta artistica e restituire al lettore il senso di un evento. Lavorare a un’enciclopedia o a un dizionario significa invece organizzare il sapere, verificarne i riferimenti e consegnarlo a una consultazione destinata a durare nel tempo.

Testa operò in entrambi gli ambiti. Alla tempestività della critica affiancò il lavoro di sistematizzazione, contribuendo a sottrarre la danza a una condizione di marginalità documentaria rispetto ad altre arti dello spettacolo.

La sua attività invita anche a riflettere sulla responsabilità del critico. La recensione non è soltanto un giudizio, così come la ricostruzione storica non è una semplice raccolta di informazioni. Entrambe richiedono conoscenza, capacità di contestualizzazione e una precisa consapevolezza del linguaggio utilizzato. Nel caso della danza, richiedono inoltre di tradurre in parole un’esperienza che si fonda sulla fisicità, sulla musicalità, sulla qualità del movimento e sulla relazione tra corpi e spazio.

La lunga esperienza di Testa, maturata fra palcoscenico, università, editoria e giornalismo, rappresenta un esempio significativo di questa pluralità di competenze.

I libri: strumenti per comprendere il repertorio

La produzione editoriale di Alberto Testa costituisce uno dei lasciti più riconoscibili del suo lavoro. Tra i titoli di riferimento figurano Discorso sulla danza e sul balletto, pubblicato originariamente nel 1970, Storia della danza e del balletto, apparso nel 1988, I grandi balletti. Repertorio di quattro secoli del teatro di danza, del 1991, e Cento grandi balletti, pubblicato nel 1999 e successivamente riproposto in una nuova edizione.

Già dai titoli emerge una duplice direzione: da una parte, la necessità di interrogarsi sulla danza come linguaggio e fenomeno culturale; dall’altra, l’esigenza di offrire strumenti per orientarsi nel repertorio.

Il balletto classico, le sue trasformazioni, le grandi opere del teatro coreutico e le diverse stagioni della modernità costituiscono un patrimonio che non può essere conosciuto soltanto attraverso la visione occasionale di uno spettacolo. Occorre comprenderne le origini, le successive riscritture, le tradizioni interpretative e i mutamenti che investono la relazione fra coreografia, musica, scenografia e tecnica.

Le opere di Testa hanno risposto a questa esigenza attraverso la ricostruzione storica e l’organizzazione dei riferimenti fondamentali. Il repertorio, in questa prospettiva, non è un catalogo immobile di capolavori, ma un insieme di opere che continuano a vivere attraverso nuove interpretazioni e differenti sensibilità.

La storia di un balletto non coincide infatti soltanto con la data della sua creazione. Comprende le trasformazioni che ha attraversato, i danzatori che lo hanno incarnato, le scelte dei coreografi che lo hanno ripensato e le condizioni culturali che ne hanno determinato la ricezione.

È questa consapevolezza a rendere prezioso il lavoro dello storico: restituire profondità temporale a un’arte che, per sua natura, esiste attraverso la presenza effimera del corpo.

Il coreografo tra teatro d’opera e cinema

Ridurre Alberto Testa alla sola dimensione dello studioso significherebbe trascurare una parte importante della sua identità artistica. La sua attività coreografica si sviluppò intensamente soprattutto tra gli anni Sessanta e Ottanta, attraversando il teatro musicale, l’opera lirica, la prosa e il cinema.

Nel mondo dell’opera, la danza occupa una posizione delicata: deve dialogare con la partitura, inserirsi nella drammaturgia e contribuire alla costruzione visiva dell’azione senza perdere la propria autonomia espressiva. Il coreografo è chiamato a confrontarsi con un sistema di linguaggi nel quale musica, canto, recitazione, movimento e spazio scenico concorrono alla realizzazione di un’unica esperienza teatrale.

Testa lavorò a diversi allestimenti operistici e collaborò con registi che hanno segnato la storia dello spettacolo del Novecento. Fra le esperienze più note figura il suo contributo alle danze de Il Gattopardo di Luchino Visconti, film del 1963 nel quale la scena del ballo assume un valore centrale nella rappresentazione della società aristocratica siciliana.

Il valzer del film, con Claudia Cardinale e Alain Delon, non è soltanto una parentesi coreografica all’interno della narrazione. È un momento in cui la danza diventa strumento drammaturgico: attraverso i gesti, le posture, le distanze e le convenzioni del ballo, il mondo rappresentato rivela la propria eleganza e, insieme, la propria trasformazione storica.

La collaborazione con Franco Zeffirelli ampliò ulteriormente il raggio della sua attività. Testa curò le danze per diverse produzioni cinematografiche del regista, tra cui Romeo e Giulietta (1968), Gesù di Nazareth (1977), La Traviata (1982), Otello (1986) e Il giovane Toscanini (1988).

Queste esperienze mostrano come la conoscenza della danza possa diventare uno strumento essenziale anche al di fuori del teatro coreutico propriamente detto. Nel cinema, il movimento deve rispondere alle esigenze dell’inquadratura, del montaggio e della narrazione; nel teatro d’opera deve misurarsi con la struttura musicale e drammatica. In entrambi i casi, la coreografia contribuisce a definire l’identità dello spettacolo.

L’attività di Testa testimonia quindi una concezione ampia della danza, intesa non come disciplina confinata a un unico genere, ma come linguaggio capace di dialogare con le altre arti.

Il Premio Positano Léonide Massine: una visione internazionale

Un capitolo centrale della sua eredità è rappresentato dal Premio Positano per l’Arte della Danza, fondato nel 1969 e successivamente intitolato a Léonide Massine, il grande danzatore e coreografo legato alla storia dei Ballets Russes e alla Costiera amalfitana.

Testa fu l’ideatore della manifestazione e ne guidò a lungo le scelte artistiche, contribuendo a costruirne l’identità internazionale. Il Premio nacque in un territorio che aveva già esercitato una forte attrazione su artisti e intellettuali europei e che, grazie alla presenza e alla memoria di figure come Massine e Rudolf Nureyev, era entrato nell’immaginario internazionale della danza.

La scelta di Positano non fu soltanto geografica. Il paesaggio, la dimensione mediterranea e la possibilità di riunire artisti provenienti da differenti tradizioni contribuirono a definire un contesto nel quale il riconoscimento della danza assumeva anche un significato culturale e simbolico.

Il Premio si è affermato nel tempo attraverso il confronto fra grandi interpreti, coreografi, compagnie e protagonisti della scena internazionale. Il suo palmarès comprende nomi come Margot Fonteyn, Rudolf Nureyev, Maurice Béjart, Carla Fracci, Luciana Savignano, Alicia Alonso e Mikhail Baryshnikov, oltre a numerose personalità che hanno segnato l’evoluzione del balletto e della danza contemporanea.

Il merito di Testa fu anche quello di concepire il riconoscimento artistico come un’occasione di confronto fra generazioni e poetiche. La valorizzazione dei protagonisti affermati poteva convivere con l’attenzione ai nuovi talenti, mentre la dimensione internazionale permetteva di leggere la danza italiana all’interno di un sistema artistico più ampio.

In questo senso, il Premio Positano non fu soltanto una manifestazione celebrativa. Divenne un luogo di incontro, visibilità e memoria, nel quale il riconoscimento del merito individuale contribuiva a raccontare la vitalità complessiva della danza.

La lunga direzione di Testa ha lasciato un’impronta nella storia del Premio e nel modo in cui la manifestazione ha interpretato il proprio compito: non limitarsi a celebrare i risultati, ma contribuire alla costruzione di una cultura condivisa della danza.

La ricerca, la documentazione e la memoria dello spettacolo

Accanto all’insegnamento, alla critica e all’organizzazione di eventi, Testa si dedicò alla valorizzazione del patrimonio documentario della danza. Fu cofondatore e direttore del Centro di Documentazione e Ricerca per la Danza di Torino e curò mostre dedicate a figure, correnti e momenti decisivi della storia coreutica.

Fra i progetti ricordati nella sua biografia figurano iniziative dedicate a Sergej Djagilev, ai Ballets de Monte-Carlo, al balletto del Novecento e ad artisti come Alexander e Clotilde Sakharoff. Attraverso queste attività, il lavoro storico usciva dalle pagine dei libri per diventare esperienza espositiva, occasione di ricerca e strumento di divulgazione.

La documentazione della danza pone problemi specifici. Una fotografia può fissare una postura, ma non restituire interamente la dinamica che l’ha prodotta; un filmato conserva una versione dell’opera, ma non necessariamente tutte le condizioni della sua realizzazione; una testimonianza orale può offrire dettagli preziosi, pur richiedendo un confronto con altre fonti.

Per questo la memoria coreutica ha bisogno di un lavoro continuo di raccolta, verifica e interpretazione. Ogni documento contribuisce a ricostruire un frammento della storia, ma acquista significato soltanto quando viene collocato in una rete di relazioni.

L’impegno di Testa nella ricerca e nelle mostre rispondeva a questa esigenza. Conservare il passato non significa trasformarlo in un oggetto intoccabile: significa renderlo disponibile alla conoscenza e al confronto, affinché possa alimentare nuove interpretazioni.

La Maratona di Danza di Spoleto e il rapporto con il pubblico

Fra le iniziative che testimoniano la sua capacità organizzativa si ricordano i Concerti di Danza e la Maratona di Danza del Festival dei Due Mondi di Spoleto, avviata nel 1977 e sviluppata attraverso diverse edizioni fino al 1988, con una ripresa nel 2001 e nel 2014.

L’idea della maratona offriva una prospettiva particolare sullo spettacolo coreutico: accostare artisti, linguaggi e forme differenti, creando un’occasione di incontro capace di ampliare la percezione della danza e di metterne in evidenza la pluralità.

In un panorama nel quale il balletto era spesso presentato attraverso singole compagnie o specifici repertori, una manifestazione di questo tipo poteva favorire il confronto tra esperienze differenti e rendere visibile la ricchezza di una disciplina in continua trasformazione.

L’organizzazione culturale era, per Testa, una forma complementare di lavoro sulla danza. Non bastava studiare gli spettacoli o scriverne: occorreva anche creare le condizioni perché artisti e pubblico potessero incontrarsi, perché le opere circolassero e perché il linguaggio coreutico trovasse spazi di visibilità.

Questa dimensione completa il ritratto di un intellettuale che non rimase confinato alla ricerca o alla critica, ma operò concretamente per costruire occasioni di partecipazione e scambio.

Il rapporto con il Giornale della Danza

Nel percorso di Alberto Testa occupa un posto significativo anche il rapporto con il Giornale della Danza, del quale fu sostenitore fin dalla fondazione, autore e Presidente onorario.

La sua presenza rappresentò un legame tra una tradizione di studi e critica maturata nel corso del Novecento e una nuova fase dell’informazione coreutica, sviluppata attraverso il giornalismo digitale. Il passaggio alla rete ha modificato profondamente i tempi, i formati e le modalità di diffusione delle notizie, ma non ha eliminato la necessità di competenza, rigore e memoria storica.

Al contrario, in un ambiente informativo caratterizzato dalla rapidità della circolazione dei contenuti, il contributo di una figura come Testa richiama l’importanza di distinguere la cronaca dall’approfondimento, l’informazione dal giudizio critico e la semplice segnalazione dalla conoscenza del contesto.

Il suo sostegno al Giornale della Danza può essere letto anche in questa prospettiva: come fiducia nella possibilità di dare alla danza uno spazio editoriale riconoscibile, capace di raccontarne gli artisti, le istituzioni, gli spettacoli e le trasformazioni.

Il rapporto con una testata dedicata alla danza assume così un valore che va oltre la collaborazione individuale. Diventa parte di una storia più ampia, quella della costruzione di luoghi editoriali nei quali la cultura coreutica possa essere raccontata con continuità e competenza.

Un’eredità che riguarda il futuro

Alberto Testa è stato insignito di importanti riconoscimenti, fra cui il Premio Gino Tani per la critica di danza nel 1991, la Targa d’Argento del Presidente della Repubblica nel 2002 e il Premio Guido Lauri alla carriera nel 2011. Riconoscimenti che restituiscono la varietà di un percorso nel quale l’attività artistica, la ricerca, la critica e la promozione culturale si sono reciprocamente alimentate.

Ma la misura di una personalità come la sua non può esaurirsi nell’elenco dei premi o nella successione degli incarichi. La sua eredità va cercata soprattutto negli strumenti che ha contribuito a mettere a disposizione della comunità coreutica: libri, studi, testimonianze, iniziative, occasioni di confronto e un metodo di lavoro fondato sulla conoscenza diretta e sulla contestualizzazione storica.

Il suo percorso suggerisce una riflessione che rimane attuale. La danza è un’arte effimera, ma non per questo deve essere priva di memoria. Ogni spettacolo scompare, ogni interprete attraversa una stagione, ogni linguaggio si trasforma. Senza il lavoro di chi documenta, studia, insegna e interpreta, una parte essenziale di questa storia rischia di disperdersi.

Testa ha dedicato la propria vita a contrastare questa dispersione, costruendo un ponte fra l’esperienza dei grandi protagonisti del Novecento e le generazioni chiamate a comprenderne l’eredità. Ha saputo guardare alla danza come artista, come studioso e come organizzatore culturale, senza separare la pratica dalla riflessione e la memoria dalla necessità di continuare a interrogare il presente.

Per questo il «professore» non appartiene soltanto al ricordo di chi lo ha conosciuto o di chi ha lavorato con lui. Appartiene alla storia della cultura della danza in Italia. Il suo insegnamento più duraturo risiede nella consapevolezza che conoscere il passato non significa fermarsi a celebrarlo, ma acquisire gli strumenti necessari per leggere criticamente il presente e immaginare il futuro.

La danza continua a cambiare, a cercare nuove forme, a interrogare il corpo e il suo rapporto con il mondo. Il compito di chi la studia e la racconta rimane quello di accompagnare questa trasformazione senza perdere il filo della memoria. È in questa continuità fra conoscenza e visione che si riconosce, ancora oggi, l’eredità di Alberto Testa.

Sara Zuccari

Foto di Federica Boncompagni

www.giornaledelladanza.com 

© Riproduzione riservata

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