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Carla Fracci allo specchio

Carla Fracci

Carla Fracci è per tutti la personificazione della danza. È il sogno di tutte le bambine che vogliono studiare danza classica. È una donna caratterizzata da dedizione assoluta alla danza: un mito vivente del balletto. Dietro al mito costruito di Carla, c’è la forza che lo ha creato: lei stessa. Non si è infatti costruita un personaggio, non è dovuta ricorrere a continue revisioni e adeguamenti dell’immagine, come tante persone di successo, perché non è un tipo, è lei. Il suo è un successo che non ha conosciuto periodi di crisi, ma solo una continua crescita. Eppure non è diva tradizionale; ha mantenuto la sua spontaneità e genuinità popolare; anche nella vita quotidiana, fuori dal teatro, ha la stessa eleganza, lo stesso equilibrio, la stessa nobiltà d’animo che solitamente esterna attraverso la danza: è come se fosse sempre “in punta di piedi”.

Nel primo appuntamento di “Allo Specchio – vizi e virtù” , Carla Fracci ci racconta la sua vita di danzatrice e di donna.

Come è nata per Carla Fracci la passione per la danza?

E’ stato un puro caso. Alcuni amici di famiglia, vedendomi ballare il tango e il valzer, dissero ai miei genitori: “Perché non la iscrivete alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala?” Ero l’attrazione della serata, vedere una bambina ballare queste danze con gli adulti non era una cosa normale. E’ così che è iniziato tutto.

Che ricordo ha della Sua infanzia?

Mio padre faceva il tranviere a Milano. Ho vissuto fino a sette anni in campagna, giocando all’aria aperta in libertà, a piedi scalzi, insieme alla mia mamma, ai miei nonni e ai miei zii, mentre mio padre era in guerra. Abitavamo in un piccolo paese in provincia di Genova, ma per un periodo sono stata anche in provincia di Mantova.

Che ricordo ha dei giorni trascorsi alla Scuola di Ballo della Scala?

Vista la mia infanzia, il teatro all’inizio è stato per me una prigione. Ed è stata una costrizione anche cominciare gli studi di danza classica, per una bambina abituata al tango e al valzer. A dodici anni però mentre facevo una comparsa nel balletto “La Bella Addormentata”, vidi Margot Fonteyn e dentro di me scattò una molla. Questo episodio è stato il sole, la luce che mi è apparsa. In quell’istante ho capito anche l’importanza di studiare e impegnarmi con sacrificio, per arrivare al livello di Dame Margot Fonteyn.

Talento a parte, come si diventa Carla Fracci?

Io sono stata scelta per caso dalla Direttrice del Ballo della Scala, la Signora Mazzucchelli. Feci l’esame di ammissione al primo corso, ero nel terzo gruppo. Alla fine la Direttrice, passando in rassegna tutte le bambine per rivedere quelle su cui era in dubbio, mi disse in milanese: “Le ga un bel faccin”. Ma dopo essere stata presa riscontrai molta incertezza dagli insegnanti perché ero molto debole, non avevo un bel piede, ero gracile e anche svogliata. Come ho ricordato prima, per me fare la sbarra era una prigione. Mi mancavano il valzer e la mia campagna, la vita che avevo lasciato per frequentare la Scala. E così ho lavorato tanto, tutti i giorni. E’ questo l’unico segreto: c’è solo il lavoro!

Quale aspetto è stato importante nella Sua crescita di prima ballerina?

Danzare il repertorio classico, certo, è stato fondamentale ma, forse… ancora di più è stata significativa la mia capacità di rinnovarmi, di trovare nuovi personaggi da interpretare e proporre. Importante il decentramento che mi ha portato a danzare in paesi piccoli, nelle piazze popolari ed in teatri piccolissimi.

Quale fu per Lei il momento iniziale determinante? L’incontro con Anton Dolin, che mi scelse per un evento storico, I’interpretazione con: Alicia Markova, Yvette Chauvirè e Margaret Scranne, le tre più importanti ballerine del momento, del “ Grand Pas de quattre” a Nervi. Avevo solo diciotto anni!

Che cosa ha rappresentato per Lei l’incontro con Erik Bruhn e poi con Rudolf Nureyev?

Di Erik Bruhn ho un ricordo bellissimo, è lui che mi ha portato in America, prima per una trasmissione televisiva, poi al Metropolitan, per interpretare il ruolo di “Giselle” al suo fianco. Da Rudy invece ho ricevuto tanti insegnamenti, come del resto deve accadere in una coppia; con lui avevo molto feeling.

Lei è un mito della danza femminile, così come Nureyev lo era per la danza maschile. Come dividevano la scena due personalità così forti artisticamente?

Rudy non aveva un carattere facile, ma con lui ho trascorso dei momenti straordinari. I danzatori sono diversi e, quando danzano, hanno l’opportunità di scambiarsi emozioni. Lui aveva una forte personalità, possedeva un carisma e un’energia che accendeva il palcoscenico. Io ho ballato molto con lui, anche nelle sue coreografie era un tipo esigente. Ricordo che una volta, nel passo a due della “Bella Addormentata”, dovevo fare due piourettes con una precisa chiusura; io ne feci due e mezzo, ritrovandomi di fronte a lui; Rudy mi prese e mi fece tornare indietro, perché le pirouettes dovevano essere due. Pensi un po’!

Come convivono in Lei il mito e la donna Carla Fracci?

Non bisogna perdere mai il senso della dimensione, siamo delle persone che vivono il quotidiano. La danza è la mia professione, il mio lavoro. Cerco di rispettarlo, con amore e professionalità. Il successo non mi ha dato alla testa ma è la conferma di un lavoro svolto al meglio e di questo sono molto onorata e gratificata.

Ha viaggiato molto?

Si. Ovunque si possa danzare, dovunque si possa far conoscere la bellezza di quest’arte, vado sempre con trasporto. Tra le mie più grandi soddisfazioni, infatti, non c’è solo quella di aver danzato nei più grandi teatri del mondo, ma anche di aver portato il balletto nei posti più remoti, nelle periferie, e di aver trasmesso a tanti giovani questa passione.

Quanto è importante la famiglia?

Molto. Io lo dico e lo ripeto: il successo più grande della mia vita è mio figlio Francesco perché sono soprattutto una donna e una madre. Non bisogna mai tralasciare le sensazioni della vita di tutti i giorni. Chiaramente l’essere artista comprende questi valori. Io porto sul palcoscenico il mio essere donna e le mie esperienze.

Ma la cosa più bella?

Sicuramente quella di essere diventata nonna!

Un’altra figura molto importante della Sua vita è il Maestro Beppe Menegatti, non è così?

Si, mio marito è stata ed è una figura importantissima. Come donna ho avuto la fortuna di incontrare un uomo di teatro, di grande sensibilità e genialità.

Lui mi ha seguita negli anni, sin da quando ero una ragazza nel famoso “Pas de Quatre” che feci a Nervi, in cui ebbi l’onore di incontrare Anthony Dowel, che mi disse: “Tu sarai una grande Giselle”. Beppe mi è stato accanto nella mia carriera, nei viaggi che facevo per lavoro. Durante le mie tournée ll’estero, mi portava sempre anche mio figlio. Tutto questo calore familiare ha contribuito al mio successo.

Il Suo colore preferito?

Naturalmente il bianco, rappresenta per me la purezza e l’anima di ogni donna.

Un Suo sogno ricorrente?

Sogno raramente. Ma quando mi capita sogno di cadere nel vuoto e nel buoi…

Che cosa è la danza per Lei, signora Fracci?

La danza è un grande amore, una grande devozione, ma anche una grande disciplina. Tutto questo fa bene ai giovani. Ma il futuro è comunque un punto interrogativo. La nostra professione è un’arte e bisogna lavorare, questo è fondamentale non ci sono bacchette magiche per andare avanti. E quando ci sono i talenti vanno sostenuti. Lo studioè la parte più importante di questo lavoro, uno studio costante, svolto sotto la guida di maestri giusti.

Un bilancio del Suo ruolo di Direttore del Corpo di Ballo dell’Opera di Roma?

È stato un ruolo difficile ma bello. Mi ha permesso di lavorare con i giovani che sono il futuro, di dare loro degli insegnamenti. Tutto questo mi ha gratificata molto. E’ bello scoprirsi in un ruolo che non pensavi di avere; bisogna essere anche un po’ psicologi, saper dare consigli, infondere forza e trasmettere passione ai nuovi danzatori.

Qual è la forza degli italiani nel campo della danza?

“Beh, fin dalla sua nascita l’Italia è sempre stata un luogo d’eccellenza. Il teatro San Carlo di Napoli e il teatro Alla Scala di Milano hanno ‘sfornato’ talenti di fama mondiale. Questa ‘esportazione’ continua ancora oggi. Per continuare a far conoscere il nostro nome nel mondo, però, c’è bisogno di creare una compagnia nazionale che riunisca in sé tutti i talenti, dai giovani ai meno giovani. In questo momento, la danza è simile all’Italia: ha bisogno di una guida come il nostro Paese ha bisogno di ‘grandi maestri’ che possano portarlo di nuovo a splendere nel mondo”.

Signora Fracci, Lei ha avuto tutto quello che si potrebbe desiderare dalla vita, c’è qualcosa che ancora le manca o un sogno che vorrebbe veder realizzato?

Vorrei avere una mia Compagnia Nazionale, perché ora praticamente hanno smantellato tutte le Compagnie, in tutti quei teatri italiani che avevano una Compagnia di Ballo. Ora è chiaro che io dalla danza ho avuto tutto ma vorrei continuare proprio perché credo che sia importante trasmettere ai giovani tutto il mio bagaglio di esperienza, quello che io a mia volta ho ricevuto.

Cosa vorrebbe che rimanesse di Lei quando smetterà di calcare le scene?

Beh, io spero comunque di rimanere a lungo. Viviamo alla giornata. E’ importante fare i progetti, però bisogna essere pronti a quello che ci riserva il domani. E’ sempre stato così per me, sin da piccola: essere sempre pronti a tutto. Mai stare su un albero a cantare!!!

Carla Fracci allo specchio, come si vede?

Lo specchio è contemporaneamente il fratello buono e quello cattivo. Guai ad annegarsi nello specchio come fa Narciso! E guai anche a rompere lo specchio come fa la scimmia della favola! Ho usato l’espressione “fratello buono“ perché esso ti aiuta a correggere i difetti e perché è il complice della vanità . Ma accanto al fratello buono c’è pure quello cattivo, dato che ci sono volte in cui ti fa credere che i tuoi difetti siano pregi o ti mette davanti dure verità.

Sara Zuccari

Direttore www.giornaledelladanza.com

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