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La prima ballerina Silvia Selvini “allo specchio”

Il balletto classico preferito? Giselle. Il balletto contemporaneo prediletto? Non ne ho uno preferito ma trovo il linguaggio di Crystal Pite molto interessante. Il Teatro del cuore? Il nostro teatro a Copenhagen “Gamle Scene” e il “Teatro la Fenice” a Venezia. Un romanzo da trasformare in balletto? Cime Tempestose di Emily Brontë. Mentre un film da cui ricavare uno spettacolo di balletto? The Artist diretto e scritto da Michel Hazanavicius. Il costume di scena indossato che hai preferito? Il bellissimo costume di pizzo per il balletto di Bournonville La Ventana di Kirsten Lund Nielsen. Quale colore associ alla danza? Il bianco avorio. Che profumo ha la danza? Cedro e vaniglia. La musica più bella scritta per balletto? Quella di Prokofiev per Romeo e Giulietta. Il film di danza irrinunciabile? Billy Elliot. Due miti della danza del passato, uomo e donna? Carla Fracci ed Erik Bruhn. Il tuo “passo di danza” preferito? Non proprio un solo passo ma l’adagio è il mio preferito. Chi ti sarebbe piaciuto essere nella vita reale tra i personaggi del grande repertorio di balletto classico? Credo sia ancora Giselle. Ammiro molto la sua forza nel scegliere il perdono, una qualità rara soprattutto in questi tempi. Chi ...

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PITE/PRELJOCAJ/TORTELLI: trittico SOLO ECHO | RECONCILIATIO | GLORY HALL

Dal 26 al 29 marzo 2026 il Teatro Bellini di Napoli ospiterà un trittico d’autore di grande spessore che unisce tre grandi nomi della danza contemporanea internazionale: Crystal Pite, Angelin Preljocaj e Diego Tortelli. Lo spettacolo ‒ una produzione Fondazione Nazionale della Danza/Aterballetto ‒ si aprirà con Solo Echo di Crystal Pite, un’indagine delicata e profonda sulla memoria. Pite esplora il silenzio e l’eco dei ricordi attraverso movimenti poetici, trasformando il palcoscenico in uno spazio sospeso tra presenza e assenza. Ispirata a due sonate per violoncello e pianoforte di Johannes Brahms e alla poesia Lines for Winter di Mark Strand, la coreografia invoca l’inverno, la musica e il corpo in movimento per esprimere qualcosa di essenziale sull’accettazione e sulla perdita. A seguire Reconciliatio di Angelin Preljocaj, su musiche di Ludwig van Beethoven, in cui la danza diventa strumento di riconciliazione interiore e universale. Preljocaj fonde forza ed eleganza, costruendo un dialogo tra armonia classica e tensione contemporanea, in cui la musica amplifica ogni gesto in un respiro epico e spirituale. Il duetto prescelto per raccontare il tema della riconciliazione è tratto da Suivront mille ans de calme, un lavoro caratterizzato da una vena poetica e impressionista, ispirato a una lettura assidua, ...

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Danza e anticipazione mentale: un vantaggio competitivo che trascende il contesto artistico

  Il cervello del danzatore è in grado di simulare il movimento prima che prenda forma. Non reagisce solo alla musica o ai passi, ma ricorre a un avanzato e complesso sistema di predizione del gesto. Tutto ciò richiede un allenamento mentale intenso quando quello fisico, in cui l’anticipazione gioca un ruolo chiave. Essa è  intesa come la capacità di prevedere e reagire in anticipo agli stimoli, ed è una competenza neurologica preziosa e fondamentale che la danza sviluppa in modo unico. Durante le prove e le esibizioni, il ballerino è chiamato ad anticipare sequenze, cambi di ritmo, segnali musicali e movimenti degli altri danzatori. Questo processo non è solo questione di memoria muscolare, ma coinvolge la corteccia prefrontale e aree cerebrali deputate alla pianificazione. Imparare a prevedere ciò che accadrà permette di ridurre i tempi di reazione, ottimizzare la coordinazione e gestire l’imprevisto con lucidità. Per queste ragioni, la danza è una scuola di acutezza mentale e di prontezza intellettiva. Coltivare l’anticipazione significa allenare il cervello a essere sempre un passo avanti, in ogni attività e in ogni campo dell’esistenza. Questo allenamento affina la reattività e l’elasticità mentale, rendendo il cervello più pronto ad adattarsi, ad anticipare le difficoltà ...

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Gala Fracci 2026: la grazia che non conosce tempo [RECENSIONE]

Il legame tra Carla Fracci e il Teatro alla Scala ha segnato in maniera indelebile la storia del balletto italiano. Entrata alla Scuola di Ballo nel 1946 e diplomata nel 1954, Fracci divenne prima ballerina nel 1958 ed étoile nel 1963, costruendo un repertorio centrale che include Giselle, La Sylphide, Romeo e Giulietta, La Bella Addormentata, Il Lago dei Cigni e Coppélia. La sua danza coniugava rigore tecnico, musicalità e intensità poetica: la sua Giselle, fragile e introspettiva, resta un paradigma del balletto romantico italiano. Pur affermandosi a livello internazionale, Fracci ha sempre mantenuto un legame privilegiato con la Scala, incarnando la tradizione più che dirigendola, e imprimendo alla scena italiana quella leggerezza emotiva e quella precisione che la resero celebre nel mondo. Il Gala Fracci 2026, alla sua quinta edizione, ha trasformato la memoria in spettacolo vivo, un atto di celebrazione che ha riempito il teatro di un pubblico internazionale alla vigilia dell’inaugurazione delle Olimpiadi Milano-Cortina, conferendo alla serata un’eco simbolica tra emozione e disciplina, in un’unica cornice di eccellenza italiana. Lo scenografico Défilé su Wagner ha aperto la serata come una processione di continuità generazionale, coinvolgendo Corpo di Ballo, solisti e allievi, un omaggio suggestivo alla trasmissione della ...

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Isadora Duncan: 5 curiosità sulla sua arte e la sua vita

Danzava a piedi nudi: Isadora ruppe con la danza accademica del suo tempo esibendosi senza scarpette e senza tutù. Per lei il movimento doveva nascere in modo naturale dal corpo, in contatto diretto con la terra. Si ispirava all’Antica Grecia: La sua arte era fortemente influenzata dall’estetica greca classica: tuniche leggere, pose armoniche e un’idea di danza come espressione libera dell’anima, non come esercizio tecnico. Rivoluzionò il rapporto tra musica e danza: Fu tra le prime a danzare su musica sinfonica e classica (Beethoven, Chopin, Gluck), non composta appositamente per il balletto, creando un nuovo dialogo tra movimento e musica. Una vita segnata dalla tragedia: La sua esistenza fu drammatica: nel 1913 perse entrambi i figli in un incidente nel fiume Senna. Questo evento influenzò profondamente il tono emotivo delle sue coreografie successive. Una morte simbolica e tragica: Morì nel 1927 a Nizza in modo assurdo e celebre: la sua lunga sciarpa si impigliò nella ruota dell’automobile su cui viaggiava, causandole la morte. Un epilogo che contribuì al mito romantico attorno alla sua figura. Michele Olivieri www.giornaledelladanza.com ©️ Riproduzione riservata

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Nel giorno della sua nascita: ricordando Bruno Vescovo

Nel giorno dell’anniversario della sua nascita (5 febbraio 1949 – 30 dicembre 2023) il nome di Bruno Vescovo torna a risuonare come una presenza viva nella storia della danza italiana. Primo ballerino del Teatro alla Scala, Vescovo ha incarnato un’idea di arte che andava oltre la perfezione tecnica, toccando quella zona più profonda in cui il movimento diventa linguaggio dell’anima. Alla Scala, tempio mondiale del balletto, Bruno Vescovo non è stato soltanto un interprete, ma un punto di riferimento. Il suo stile univa rigore e naturalezza, disciplina e libertà espressiva. Ogni gesto appariva necessario, mai superfluo; ogni passo sembrava nascere da un ascolto intimo della musica e dello spazio. Non danzava solo per esibirsi, ma per raccontare, per dare forma a emozioni che altrimenti sarebbero rimaste senza voce. Chi lo ha visto in scena ricorda la sua capacità di abitare il palco con una presenza sobria e magnetica. Non c’era enfasi gratuita nei suoi ruoli, ma una profondità silenziosa che conquistava lo sguardo dello spettatore. Vescovo sapeva rendere umano anche il virtuosismo più astratto, trasformando la tecnica in strumento di verità espressiva. Essere primo ballerino alla Scala significava, per lui, assumere una responsabilità artistica e morale: rappresentare una tradizione prestigiosa, ma ...

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L’étoile dell’Opera di Roma Susanna Salvi “allo specchio”

Il balletto classico preferito? La Bella Addormentata. Il balletto contemporaneo prediletto? Le parc di Angelin Preljocaj. Il Teatro del cuore? Il Teatro dell’Opera di Roma. Un romanzo da trasformare in balletto? L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera. Mentre un film da cui ricavare uno spettacolo di balletto? Il favoloso mondo di Amélie di Jean-Pierre Jeunet. Quale colore associ alla danza? Tutti i colori. Che profumo ha la danza? Profumo di Marsiglia, di pulito. La musica più bella scritta per balletto? Quella del Lago dei cigni. Il film di danza irrinunciabile? Il ritmo del successo (Center Stage) di Nicholas Hytner. Due miti della danza del passato, uomo e donna? Mikhail Barishnikov e Gelsey Kirkland. Il tuo “passo di danza” preferito? Gran jeté. Chi ti sarebbe piaciuto essere nella vita reale tra i personaggi del grande repertorio di balletto classico? Aurora. Chi è stato il genio per eccellenza nell’arte coreografica? Kenneth McMillan per i passi a due che sono sicuramente tra i più belli. Tornando indietro, se incontrassi Tersicore, cosa le diresti? Sei la musa prediletta. Tre parole per descrivere la disciplina della danza? Esigente, pura, perfetta. Come ti vedi oggi allo specchio? Sono fiera di me. Michele Olivieri www.giornaledelladanza.com © Riproduzione ...

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Erik Bruhn: 5 curiosità sulla sua arte e la sua vita

Il principe del balletto maschile: Erik Bruhn è considerato il modello del danzatore classico moderno: linee pure, tecnica impeccabile, eleganza naturale. Ha ridefinito l’idea del ballerino come protagonista, non solo come “partner” della ballerina. Il leggendario Albrecht in Giselle: Il suo Albrecht è entrato nella storia: famoso per la perfezione dei salti, l’equilibrio assoluto e soprattutto per l’intensità drammatica. Molti lo considerano ancora oggi un punto di riferimento insuperato. Una carriera internazionale da giovanissimo: Debuttò come primo ballerino al Royal Danish Ballet a soli 18 anni e divenne rapidamente una star mondiale, danzando con le più grandi compagnie, tra cui American Ballet Theatre e Opéra di Parigi. Difensore della tradizione bournonvilliana: Bruhn fu un custode rigoroso dello stile Bournonville: leggerezza, musicalità, modestia apparente della tecnica. Lo studiò a fondo e lo trasmise come maestro e direttore artistico, soprattutto durante la sua direzione del National Ballet of Canada. Un artista colto e riservato: Amava la letteratura, la filosofia e l’arte visiva. Fu una persona estremamente discreta sulla propria vita privata, ma è noto il suo legame profondo con Rudolf Nureyev, fatto di stima, confronto artistico e sentimento. Michele Olivieri www.giornaledelladanza.com ©️ Riproduzione riservata

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Adieu à l’Opéra di Yonathan Kellerman [RECENSIONE]

In Adieu à l’Opéra, Yonathan Kellerman firma un documentario di rara delicatezza, capace di guardare al mondo del balletto non attraverso l’abbaglio della perfezione scenica, ma dal punto esatto in cui la luce si spegne e resta il silenzio. È un film sull’addio, certo, ma soprattutto sul tempo: quello che modella i corpi, ridefinisce le identità e impone scelte irrevocabili. Il regista costruisce il racconto intrecciando tre traiettorie molto diverse all’interno dell’Opéra di Parigi. Da un lato le Étoiles Alice Renavand e Stéphane Bullion, figure consacrate, corpi che hanno incarnato l’ideale assoluto del balletto classico; dall’altro Aurélia Bellet, ballerina del corpo di ballo, presenza essenziale ma invisibile, che ha vissuto l’arte senza mai godere del riconoscimento pubblico. Kellerman evita ogni gerarchia retorica: la fama e l’anonimato vengono messi sullo stesso piano, accomunati dalla stessa fine obbligata. La forza del documentario risiede nella sua messa in scena sobria e rispettosa. La macchina da presa osserva, attende, non invade. I momenti più intensi non sono le prove o gli applausi, ma le pause: uno sguardo nello specchio della sala danza, un gesto ripetuto per l’ultima volta, il rumore secco delle scarpette sul pavimento. È lì che emerge la verità del film: il ...

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Quattro cignetti, un solo respiro: la danza dell’armonia

Nel cuore del balletto Il Lago dei Cigni, composto da Pëtr Il’ič Čajkovskij nel 1875-76, si trova uno dei momenti più iconici della danza classica: la Danza dei Piccoli Cigni (Pas de Quatre), conosciuta anche come la Danza dei Quattro Cigni. La danza fu creata da Lev Ivanov per la versione classica del balletto nel 1895, nel contesto della coreografia definitiva del Lago dei Cigni al teatro Mariinsky di San Pietroburgo. I piccoli cigni rappresentano una comunità fragile che sopravvive grazie alla collaborazione. In contrasto con i temi più drammatici del balletto, questa danza introduce un momento di leggerezza e candore. La breve (90 secondi circa) ma intensissima coreografia appare nel secondo atto del balletto: elegante, precisa e geometricamente perfetta è diventata uno dei momenti più riconoscibili e amati del balletto classico accademico. L’illusione è quella di una creatura sola composta da più “ali”. È interpretata da quattro ballerine che rappresentano giovani cigni, legate fisicamente — spesso incrociando le braccia o tenendosi per mano — eseguono una serie di passi piccoli, rapidi e sincronizzati, chiamati pas de bourrée. Non c’è spazio per respirare o aggiustare: la musica comanda, il corpo deve seguirla alla perfezione. Il fascino di questo pezzo non ...

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