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Sostenere la danza maschile è un grande gesto

Sostenere la danza maschile è un atto culturale, educativo e sociale di grande rilevanza, che va ben oltre il semplice ambito artistico. Per secoli la danza ha rappresentato una forma di espressione centrale nella vita delle comunità, eppure, in epoca moderna, soprattutto in alcuni contesti culturali, è stata progressivamente etichettata come attività “non conforme” ai modelli tradizionali di mascolinità. Questa visione limitante ha prodotto stereotipi duri a morire, che ancora oggi condizionano l’accesso dei ragazzi alla danza e ne ostacolano il pieno riconoscimento. Valorizzare la danza maschile significa innanzitutto smontare questi pregiudizi. La danza richiede disciplina, resistenza fisica, rigore mentale, coraggio e dedizione: qualità che nulla hanno a che vedere con il genere, ma che sono spesso associate, paradossalmente, a ideali di forza e determinazione maschile. Il danzatore affronta quotidianamente un intenso lavoro sul corpo, accettando il rischio, la fatica e il confronto costante con i propri limiti. In questo senso, la danza maschile rappresenta una potente ridefinizione della mascolinità, più autentica e complessa, capace di includere sensibilità, controllo emotivo ed espressività senza rinunciare alla forza. Dal punto di vista artistico, il contributo maschile è imprescindibile. Nella danza classica, il ruolo del ballerino è storicamente fondamentale: non solo come partner, ...

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Jorge Donn: 5 curiosità sulla sua arte e la sua vita

Dalla Argentina al palcoscenico mondiale: Nato a Buenos Aires nel 1947, Jorge Donn iniziò a danzare da bambino e a soli sedici anni lasciò l’Argentina per trasferirsi a Bruxelles, dove entrò nella compagnia di Maurice Béjart, segnando l’inizio di una carriera internazionale. Il ballerino prediletto di Béjart: Béjart creò numerose coreografie appositamente per lui, tra cui Bhakti e Nijinsky, Clown de Dieu. Donn era capace di unire forza tecnica e intensità drammatica, diventando il volto stesso della compagnia. Un Bolero diventato leggenda: La sua interpretazione maschile di Bolero di Ravel, originariamente pensata per una donna, lo rese celebre in tutto il mondo. La performance fu immortalata anche nel film Les uns et les autres di Claude Lelouch, portando la sua arte al cinema. Innovatore della danza contemporanea: Oltre a danzare, Donn fu direttore artistico e pioniere della danza contemporanea. Fondò l’Europa Ballet e collaborò con compagnie internazionali, contribuendo a diffondere una visione innovativa della danza moderna. Un’eredità che dura nel tempo: Morì prematuramente nel 1992, a 45 anni, ma la sua influenza è ancora viva: in Argentina il 28 febbraio è il Día del Bailarín, e coreografi di tutto il mondo continuano ad ispirarsi alla sua energia e al suo ...

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NDT2 al Ponchielli: un trittico avvincente [RECENSIONE]

L’inaugurazione della stagione Danza dello storico Teatro Ponchielli di Cremona si è trasformata in una vera e propria dichiarazione d’intenti: portare sul palcoscenico una danza capace di dialogare con il presente senza rinunciare alla profondità della storia. Il trittico firmato dal Nederlands Dans Theater (NDT2), prestigiosa compagnia diretta da Emily Molnar, ha confermato ancora una volta il ruolo centrale di questo ensemble nel panorama coreutico internazionale, offrendo al pubblico cremonese una serata di altissimo livello artistico, accolta da un teatro gremito e da applausi lunghi, convinti, quasi necessari. Il Teatro Ponchielli, tempio ottocentesco della musica e della scena, ha fatto da cornice ideale ad un programma che, pur nella sua contemporaneità, ha saputo richiamare le grandi trasformazioni della danza del Novecento: dalla frattura con la narrazione classica all’indagine del corpo come strumento politico, emotivo e antropologico. In questo senso, il trittico ha funzionato come un viaggio attraverso tre poetiche diverse, tre visioni del movimento, tre modi di interrogare l’essere umano oggi. Ad aprire la serata è stato Folkå di Marcos Morau, senza dubbio il vertice artistico del programma. Morau, coreografo catalano già noto per la sua capacità di fondere teatro, danza e immaginario collettivo, costruisce un lavoro che affonda le ...

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Alicia Markova: 5 curiosità sulla sua arte e la sua vita

Prima ballerina inglese di fama internazionale: Alicia Markova (1910-2004) è stata la prima ballerina britannica a raggiungere fama mondiale. Fin da giovane mostrò un talento straordinario e fu notata da importanti coreografi, diventando una delle principali interpreti di balletto classico, spesso al fianco di Anton Dolin. La sua carriera l’ha portata a danzare nei teatri più prestigiosi del mondo. Nome d’arte legato alle origini: Il suo vero nome era Lilian Alicia Marks, ma decise di usare il nome d’arte Alicia Markova perché suonava più “europeo” e adatto al mondo del balletto, che all’epoca era dominato da nomi russi e francesi. Questa scelta fu strategica per ottenere maggiore riconoscimento internazionale. Fondatrice di compagnie di danza: Oltre a ballare, Markova contribuì enormemente alla diffusione del balletto in Inghilterra. Nel 1931 co-fondò con Anton Dolin il Ballet Club, che poi divenne il Ballet Rambert, e più tardi fu tra i membri fondatori del Sadler’s Wells Ballet, il precursore del Royal Ballet. Il suo ruolo di pioniere ha permesso al balletto inglese di affermarsi su scala mondiale. Tecnica raffinata e grazia inimitabile: Markova era famosa per la sua leggera eleganza e precisione tecnica. La critica la descriveva come una ballerina “eterea”, capace di combinare ...

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Dalla fragilità alla poesia: l’Opéra Bastille celebra i corpi danzanti

Tra febbraio e marzo 2026 l’Opéra Bastille di Parigi diventa uno spazio di ascolto profondo, dove la danza smette di essere solo forma e si fa linguaggio condiviso, capace di attraversare i limiti e ridefinire l’idea stessa di corpo. All’Amphithéâtre Olivier Messiaen, due programmi coreografici e un progetto musicale mettono al centro l’inclusione non come tema astratto, ma come esperienza viva, incarnata, emozionale. Il primo appuntamento, Danser la faille / À perte de vue et au-delà (13 febbraio 2026), invita il pubblico a guardare la fragilità non come mancanza, ma come forza generativa. Danser la faille prende la forma di una conferenza danzata in cui Sylvère Lamotte e Magali Saby interrogano cosa significhi davvero corpo danzante, soprattutto quando questo corpo si muove in sedia a rotelle. Il gesto coreografico nasce dalle fratture, dalle interruzioni, da ciò che solitamente si tenta di nascondere, e proprio lì trova una nuova potenza espressiva. A dialogare con questa proposta, À perte de vue et au-delà, creato da Maxime Thomas del Balletto dell’Opéra national de Paris, è un duo intimo e poetico dedicato alla scrittrice guadalupense Maryse Condé. La danza diventa qui memoria in movimento, un omaggio delicato che attraversa parole non dette, assenze e ...

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La prima ballerina Silvia Selvini “allo specchio”

Il balletto classico preferito? Giselle. Il balletto contemporaneo prediletto? Non ne ho uno preferito ma trovo il linguaggio di Crystal Pite molto interessante. Il Teatro del cuore? Il nostro teatro a Copenhagen “Gamle Scene” e il “Teatro la Fenice” a Venezia. Un romanzo da trasformare in balletto? Cime Tempestose di Emily Brontë. Mentre un film da cui ricavare uno spettacolo di balletto? The Artist diretto e scritto da Michel Hazanavicius. Il costume di scena indossato che hai preferito? Il bellissimo costume di pizzo per il balletto di Bournonville La Ventana di Kirsten Lund Nielsen. Quale colore associ alla danza? Il bianco avorio. Che profumo ha la danza? Cedro e vaniglia. La musica più bella scritta per balletto? Quella di Prokofiev per Romeo e Giulietta. Il film di danza irrinunciabile? Billy Elliot. Due miti della danza del passato, uomo e donna? Carla Fracci ed Erik Bruhn. Il tuo “passo di danza” preferito? Non proprio un solo passo ma l’adagio è il mio preferito. Chi ti sarebbe piaciuto essere nella vita reale tra i personaggi del grande repertorio di balletto classico? Credo sia ancora Giselle. Ammiro molto la sua forza nel scegliere il perdono, una qualità rara soprattutto in questi tempi. Chi ...

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PITE/PRELJOCAJ/TORTELLI: trittico SOLO ECHO | RECONCILIATIO | GLORY HALL

Dal 26 al 29 marzo 2026 il Teatro Bellini di Napoli ospiterà un trittico d’autore di grande spessore che unisce tre grandi nomi della danza contemporanea internazionale: Crystal Pite, Angelin Preljocaj e Diego Tortelli. Lo spettacolo ‒ una produzione Fondazione Nazionale della Danza/Aterballetto ‒ si aprirà con Solo Echo di Crystal Pite, un’indagine delicata e profonda sulla memoria. Pite esplora il silenzio e l’eco dei ricordi attraverso movimenti poetici, trasformando il palcoscenico in uno spazio sospeso tra presenza e assenza. Ispirata a due sonate per violoncello e pianoforte di Johannes Brahms e alla poesia Lines for Winter di Mark Strand, la coreografia invoca l’inverno, la musica e il corpo in movimento per esprimere qualcosa di essenziale sull’accettazione e sulla perdita. A seguire Reconciliatio di Angelin Preljocaj, su musiche di Ludwig van Beethoven, in cui la danza diventa strumento di riconciliazione interiore e universale. Preljocaj fonde forza ed eleganza, costruendo un dialogo tra armonia classica e tensione contemporanea, in cui la musica amplifica ogni gesto in un respiro epico e spirituale. Il duetto prescelto per raccontare il tema della riconciliazione è tratto da Suivront mille ans de calme, un lavoro caratterizzato da una vena poetica e impressionista, ispirato a una lettura assidua, ...

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Erik Bruhn: 5 curiosità sulla sua arte e la sua vita

Il principe del balletto maschile: Erik Bruhn è considerato il modello del danzatore classico moderno: linee pure, tecnica impeccabile, eleganza naturale. Ha ridefinito l’idea del ballerino come protagonista, non solo come “partner” della ballerina. Il leggendario Albrecht in Giselle: Il suo Albrecht è entrato nella storia: famoso per la perfezione dei salti, l’equilibrio assoluto e soprattutto per l’intensità drammatica. Molti lo considerano ancora oggi un punto di riferimento insuperato. Una carriera internazionale da giovanissimo: Debuttò come primo ballerino al Royal Danish Ballet a soli 18 anni e divenne rapidamente una star mondiale, danzando con le più grandi compagnie, tra cui American Ballet Theatre e Opéra di Parigi. Difensore della tradizione bournonvilliana: Bruhn fu un custode rigoroso dello stile Bournonville: leggerezza, musicalità, modestia apparente della tecnica. Lo studiò a fondo e lo trasmise come maestro e direttore artistico, soprattutto durante la sua direzione del National Ballet of Canada. Un artista colto e riservato: Amava la letteratura, la filosofia e l’arte visiva. Fu una persona estremamente discreta sulla propria vita privata, ma è noto il suo legame profondo con Rudolf Nureyev, fatto di stima, confronto artistico e sentimento. Michele Olivieri www.giornaledelladanza.com ©️ Riproduzione riservata

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Adieu à l’Opéra di Yonathan Kellerman [RECENSIONE]

In Adieu à l’Opéra, Yonathan Kellerman firma un documentario di rara delicatezza, capace di guardare al mondo del balletto non attraverso l’abbaglio della perfezione scenica, ma dal punto esatto in cui la luce si spegne e resta il silenzio. È un film sull’addio, certo, ma soprattutto sul tempo: quello che modella i corpi, ridefinisce le identità e impone scelte irrevocabili. Il regista costruisce il racconto intrecciando tre traiettorie molto diverse all’interno dell’Opéra di Parigi. Da un lato le Étoiles Alice Renavand e Stéphane Bullion, figure consacrate, corpi che hanno incarnato l’ideale assoluto del balletto classico; dall’altro Aurélia Bellet, ballerina del corpo di ballo, presenza essenziale ma invisibile, che ha vissuto l’arte senza mai godere del riconoscimento pubblico. Kellerman evita ogni gerarchia retorica: la fama e l’anonimato vengono messi sullo stesso piano, accomunati dalla stessa fine obbligata. La forza del documentario risiede nella sua messa in scena sobria e rispettosa. La macchina da presa osserva, attende, non invade. I momenti più intensi non sono le prove o gli applausi, ma le pause: uno sguardo nello specchio della sala danza, un gesto ripetuto per l’ultima volta, il rumore secco delle scarpette sul pavimento. È lì che emerge la verità del film: il ...

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Quattro cignetti, un solo respiro: la danza dell’armonia

Nel cuore del balletto Il Lago dei Cigni, composto da Pëtr Il’ič Čajkovskij nel 1875-76, si trova uno dei momenti più iconici della danza classica: la Danza dei Piccoli Cigni (Pas de Quatre), conosciuta anche come la Danza dei Quattro Cigni. La danza fu creata da Lev Ivanov per la versione classica del balletto nel 1895, nel contesto della coreografia definitiva del Lago dei Cigni al teatro Mariinsky di San Pietroburgo. I piccoli cigni rappresentano una comunità fragile che sopravvive grazie alla collaborazione. In contrasto con i temi più drammatici del balletto, questa danza introduce un momento di leggerezza e candore. La breve (90 secondi circa) ma intensissima coreografia appare nel secondo atto del balletto: elegante, precisa e geometricamente perfetta è diventata uno dei momenti più riconoscibili e amati del balletto classico accademico. L’illusione è quella di una creatura sola composta da più “ali”. È interpretata da quattro ballerine che rappresentano giovani cigni, legate fisicamente — spesso incrociando le braccia o tenendosi per mano — eseguono una serie di passi piccoli, rapidi e sincronizzati, chiamati pas de bourrée. Non c’è spazio per respirare o aggiustare: la musica comanda, il corpo deve seguirla alla perfezione. Il fascino di questo pezzo non ...

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