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ESCLUSIVA: La nobile arte dell’insegnamento, intervista ad Anna Maria Prina – II parte

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Continua l’intervista ad Anna Maria Prina, un’esclusiva di Giornaledelladanza.com divisa in due parti: la prima pubblicata lunedì 19 settembre, e la seconda qui di seguito.

Durante la tua carriera hai conosciuto tutti i più grandi interpreti della danza; giusto citare Rudolf Nureyev, Paolo Bortoluzzi e Margot Fonteyn… Chi ti ha colpito in modo particolare e perché?
Ho spiegato in una risposta precedente il perché della mia predilezione per Rudolf Nureyev. Paolo Bortoluzzi è stato uno straordinario ballerino e artista, poco riconosciuto in Italia, e una persona adorabile con cui era bello anche scherzare. Margot Fonteyn era danzatrice di grande classe e persona garbata (disciplinata alla lezione e sempre pronta ad aiutare); il suo stile nella vita e nella danza mi ha colpito molto e ho fatto tesoro del suo pregevole esempio. Altro straordinario artista era Erick Bruhn, per me il Principe in assoluto con la sua muscolatura per l’epoca incredibilmente allungata. Oltre ai grandi danzatori russi più sopra citati posso ricordare – fra i tanti e senza far torto ad altri – Olga Amati splendida ballerina con gambe meravigliose e amata da Balanchine; Svetlana Beriosova lirica e forte allo stesso tempo con il suo viso triste da statuina di Sèvres; John Gilpin e Merle Park, spesso in coppia, tipici danzatori british e nella vita dotati di humour; Carla Fracci straordinaria stella italiana capace di incarnare personaggi variegati senza difficoltà; Natalia Makarova (dal corpo bellissimo e molto proporzionato) che ha ispirato generazioni per la sua sfavillante tecnica e la sua capacità lavorativa; Laurent Hilaire artista modello per la sua danza di stile e forza, espressività e intelligenza.

Durante un Concorso, quale tipo di ballerino ti colpisce maggiormente? Credi che partecipare ai Concorsi di danza sia un buon inizio per la carriera di danzatore professionista?
I concorrenti dovrebbero essere per me di buona forma fisica, coordinati, espressivi, avere movimento intelligente, personalità e buona tecnica. Insomma cerco un artista di potenza, stile e misura. In generale partecipare a un Concorso di Danza, soprattutto se internazionale, può essere un buon modo per misurarsi con altri danzatori, altri metodi e stili, conoscere persone e mondi meno chiusi di quelli italiani. Invece partecipare a decine e decine di Concorsi, anche di basso livello, trovo sia un modo di togliere tempo al vero studio della danza, considerato che preparare le variazioni per i concorsi richiede davvero parecchie ore. Per chiarire, direi che un Concorso di danza può diventare trampolino di lancio per un aspirante ballerino/a se si capita al posto giusto con la persona giusta in Giuria.

Con tutto il proliferare di scuole di danza, dall’alto della tua conoscenza, come si può ben riconoscere un buon maestro di danza e una valida scuola?
Come affermava il grande M° Enrico Cecchetti la buona scuola e il buon Maestro si individuano dal curriculum del Maestro. Questo sarebbe vero se il curriculum dichiarato fosse autentico. Purtroppo oggi si leggono parecchie falsità sui profili degli insegnanti di danza (dove campeggiano grandi nomi di Maestri appena incontrati) e quindi i genitori dei potenziali allievi possono essere ingannati. È difficile per una madre (non addetta ai lavori) valutare se uno stage di cinque giorni oppure un corso di perfezionamento di un week end possa rilasciare un valido diploma/certificazione di idoneità all’insegnamento. Altrettanto arduo diventa riconoscere una buona scuola di danza; i genitori, tra l’altro, sono portati a far studiare i loro figli “sotto casa” senza preoccuparsi della competenza e serietà. Questo è in parte comprensibile, ma secondo me la salute fisica vale bene qualche kilometro in più.

A tuo avviso qual è la differenza tra la danza in Italia e all’estero, nel passato e oggigiorno?
Volendo generalizzare, penso che ieri come oggi, all’estero si tenda a mantenere la tradizione, le regole di base e una certa attenzione all’utilizzo dei fisici. In Italia la tradizione è poco onorata e allo stesso tempo l’innovazione procede molto lentamente e le competenze relative alla didattica per i ragazzi sono scarse. Molte scuole di danza sono oggi più inclini al business che alla qualità. Per quanto riguarda la creatività – quindi ambito coreografico – sicuramente fuori dall’Italia il livello è più avanzato e vi sono maggiori mezzi e possibilità di espressione.

La ballerina e il ballerino nel panorama attuale nazionale e internazionale a cui riconosci l’eccellenza?
È difficile restringere il panorama odierno a pochi nomi! Posso citare gli artisti già affermati che per primi mi vengono in mente: Polina Semionova, Svetlana Zakharova, Marianela Nunez, Roberto Bolle, Leonid Sarafanov, Sergei Polunin, David Hallberg. Sicuramente sono esigente!

Quali sono i balletti e i coreografi che hai più amato? e quali oggi?
“Serenade” di G. Balanchine e “Le quattro stagioni” di R. Petit (la prima edizione che fece negli anni ’60 per la Scala). Questi erano i miei preferiti di quando ballavo, due balletti straordinari e due coreografi geniali e ancora oggi validi. Fra i tanti coreografi del Novecento e contemporanei ammiro: Mats Ek, Pina Bausch, Alvin Ailey, John Neumeier, Jiry Kylian, William Forsythe, Akhram Kahn, Wayne Mc Gregor e Christopher Wheeldon. Anche altri coreografi validi illuminano le scene ma è impossibile citarli tutti.

Quando ritorni in Russia, o nei paesi dell’ex Unione Sovietica, sei sempre accolto come una Star… cosa ti piace del pubblico e della tradizione tersicorea di quei luoghi?
Mi piace che abbiano saputo e sappiano conservare la tradizione coreica! Gli italiani che, insieme ai francesi, sono i padri della Danza non hanno saputo né voluto mai conservarla veramente. Quando studiavo a S. Pietroburgo e seguivo anche in Accademia Vaganova le lezioni dei più grandi Maestri (una fra tutti Nadejda Bazarova allieva diretta di Vaganova!), la Direttrice e gli Insegnanti mi chiamavano con affetto “la loro cugina”. Per quanto riguarda l’accoglienza da star… non è proprio così! Semplicemente i russi mi amano perché vedono in me una persona seria, studiosa e appassionata che si è sempre dedicata alla Danza in modo attivo e propositivo, per gli altri e non per sé stessa. Inoltre per loro è una questione di rispetto, sentimento che accompagna sempre le mie visite in Russia. Lo stesso non si può dire dei teatri italiani, dove il rispetto per le persone che hanno costruito e lavorato senza compromessi per il bene comune quasi non esiste. È molto triste affermare ciò, ma alla mia età ho dovuto adattarmi alla realtà.

Da Maestra con l’iniziale maiuscola quale sei… cosa consigli ai giovani che desiderano accostarsi all’arte della danza sia a livello accademico sia a livello amatoriale?
Innanzitutto umiltà, poi dedizione, perseveranza e spirito autocritico. Soprattutto a livello accademico/professionale è necessario iniziare gli studi in una scuola con buoni insegnanti che diano solide basi durature. Infatti per i futuri professionisti sono anni fondamentali per la formazione, per gli amatori sono anni ugualmente essenziali perché si impara la postura corretta, la coordinazione dei movimenti e la disciplina. In ogni caso potrei consigliare: cura e amore per il proprio corpo, abitudini alimentari sane e …andate a Teatro!!!

Desideri citare anche altri tuoi allievi che hanno spiccato felicemente il volo nel mondo della danza, anche internazionale?
Tantissimi sono i miei ex allievi che si sono affermati come danzatori, coreografi, “maîtres” e direttori nel mondo della danza. E dicendo mondo intendo anche un panorama internazionale di tutto rispetto. È un sottile filo rosso che ci tiene legati: quel filo su cui scorrono serietà, impegno, dedizione, professionalità, perseveranza, gusto e passione. L’elenco di ex allievi sarebbe lunghissimo, mi limito a citarne alcuni: Marta Romagna, prima ballerina di doti pregevoli; Alessandra Ferri, che ha studiato sei anni alla Scuola della Scala per poi felicemente migrare al Royal Ballet e ottenere la carriera che tutti conosciamo; Sabrina Brazzo, ora impegnata nella diffusione della danza con la sua Compagnia; Mick Zeni che in numerosi anni di attività ha saputo costantemente migliorarsi e maturare; Paola Cantalupo, bellissima e delicata ballerina ora direttrice delle scuole di Cannes e Marsiglia; Davide Bombana coreografo internazionale e Marco Pierin ottimo danzatore e ora “professeur”; Luca Veggetti ora coreografo e artista internazionale apprezzatissimo in America; Giorgio Madia anch’egli coreografo internazionale dopo essere stato fine danzatore-interprete; Francesco Ventriglia, ballerino e coreografo alla Scala che ora dirige il New Zealand Ballet; Alessio Carbone primo ballerino all’Opera di Parigi; Ivan Cavallari, nobile danzatore, poi e coreografo e “maître” e ora direttore a Montreal di Les Grands Ballets Canadiens dopo aver diretto la Compagnia del Ballet de l’Opera National du Rhin. A questo elenco ovviamente si aggiungono Massimo Murru e Roberto Bolle, già da me citati. Mi piacerebbe ricordare ogni singolo allievo sparso nel mondo a portare un tocco di italianità. Nel mio cuore rimane tanto affetto, rispetto e orgoglio.

Tu sei stata l’unica Direttrice Accademica scaligera che ha lavorato sia nella vecchia Scuola in Teatro sia in quella attuale, inaugurata da te. Per chi non le avesse mai viste entrambe come descriverle al meglio?
Ho “frequentato” la Scuola di ballo della Scala dal lontano 1952, come allieva, poi ballerina e in seguito come direttrice, quindi sono davvero testimone dei suoi cambiamenti anche all’interno del Teatro. L’ultima sistemazione della Scuola era nella palazzina di via Verdi, di proprietà del S. Paolo di Torino, proprio dietro alla Scala: noi occupavamo il 4° e 5° piano, gli ultimi. Eravamo collegati al Teatro tramite una scaletta strettissima che è nel cuore di tutti coloro che hanno frequentato in quegli anni. Le sale non erano grandi ma erano luminose, peccato i soffitti fossero bassi e con l’amianto… Eravamo ospiti in Teatro per alcune lezioni quando le sale non erano occupate dal Corpo di ballo, ma a volte, nel bel mezzo della lezione, arrivava qualcuno e ci “buttava fuori”. Non era molto pratico! Però gli allievi si sentivano “grandi” quando si tenevano le prove in sala Cecchetti, dove si svolgevano anche gli esami finali. Ovviamente il fascino del Teatro era a portata di mano! Per andare in mensa si passava a lato del palcoscenico, in alto dove c’erano i tiri, e, pur essendo vietato, molto spesso i ragazzi si sporgevano per vedere la scena. Era una bella emozione anche solo sentire la musica, soprattutto quando cantava il Coro. Ma tutta questa poesia e fascino non ci aiutava nell’organizzazione pratica. I servizi (bagni, docce, spogliatoi) erano inadeguati, l’interruzione delle lezioni sempre più frequenti. E l’amianto era nei miei pensieri; vane le segnalazioni in Direzione (N.B. la palazzina è stata abbattuta recentemente). Quindi, appena ho avuto la possibilità di avere una Sede indipendente e più razionale colsi l’occasione al volo: lo sponsor era proprio la Fondazione S. Paolo di Torino. Facemmo il progetto (collaboravo giornalmente con l’architetto, gli ingegneri e tutto lo staff fino alla realizzazione), iniziarono i lavori e nel 1998 la nuova Scuola fu inaugurata. La Sede era una casa “di ringhiera” dentro la cerchia dei Navigli in una piccola via con acciottolato, tipica di Milano. Il palazzo della metà dell’Ottocento era stato di proprietà di una nobile signora (fu interessante anche scoprirne la storia e i piccoli segreti). Non avrei mai accettato di andare in periferia in uno stabile nuovo, volevo mantenere una certa atmosfera per compensare la relativa lontananza dal Teatro. La Scuola dunque era a pianta rettangolare con cortile interno, con sale ballo (pavimenti con la migliore tecnologia di quegli anni) su un lato, uffici, mensa e stanzine da un altro e spogliatoi nel sottosuolo. I materiali furono recuperati o rifatti secondo l’originale; i colori scelti con cura per un’atmosfera pacata e accogliente. Insomma, ci mettemmo competenza, passione e tanto amore. Il desiderio di allora era quello di ingrandire la Scuola sconfinando nella scuola adiacente. Credo che fino ad oggi rimanga un sogno.

A tuo avviso quali sono i balletti narrativi che un étoile non può tralasciare dall’interpretare?
Senza dubbio: Giselle (Classico e di Mats Ek), Bella Addormentata, Lago dei cigni, Paquita, Bayadère, Excelsior,

Danza accademica e danza moderna: possono comunicare e convivere tra loro?
Non solo possono, ma debbono convivere. Ognuna è il nutrimento dell’altra: la danza classico-accademica è la base imprescindibile per ogni tipo di danza e trae ispirazione e arricchimento dalla danza moderno-contemporanea per movimenti meno rigidi, più fluidi e a volte, al contrario, più geometrici.

Negli ultimi anni la danza, secondo te, ha avuto un trend negativo o positivo nel nostro paese?
Positivo in quanto la sua diffusione è aumentata enormemente, anche grazie a noti programmi televisivi; negativo poiché la qualità delle esibizioni è scaduta. Molti pensano di poter raggiungere livelli di notorietà senza studio e applicazione e ottenere il successo strizzando l’occhio a compromessi.

Qual è l’arte che ami maggiormente dopo la danza?
La Musica e la Pittura. Rimpiango di non aver imparato a suonare uno strumento, ma in compenso me la cavo con il disegno a mano libera.

Sei stata anche autrice di alcuni libri dedicati all’apprendimento della metodologia classica? Com’è stato portare sulla carta tutto il tuo sapere in materia?
Un lavoro davvero impegnativo che ha richiesto un numero esorbitante di ore d’impegno, soprattutto considerando che scrivevo la notte e il mattino presto, essendo impegnata tutto il giorno alla Scala. È un’esperienza che dovrebbero provare tutti gli insegnanti, magari per brevi periodi, per rendersi conto di quanto il cervello si debba attivare per trovare i termini tecnici giusti e comprensibili ai lettori, quindi discenti e docenti. La stesura del libro era, comunque, un ottimo esercizio fisico: per verificare la correttezza delle spiegazioni mi dovevo alzare di continuo, provare gli esercizi anche musicalmente, e sedermi velocemente per scrivere senza perdere il filo. Per me è stata una sfida che mi ha forgiata e credo sia stato uno sforzo utile a chi desidera approfondire la metodologia.

A proposito di libri, a quando una tua biografia? In tanti l’aspettano…
Credo non sia ancora nato essere umano in grado di scrivere come piacerebbe a me: in modo leggero e al tempo stesso profondo, che si dilunghi in modo simpatico e spiritoso sui particolari, che sappia proporre il quadro storico dei vari periodi, che possa prendere in giro i cattivi ed esaltare i buoni. Uno scrittore che faccia sentire l’amore, la passione e la poesia di quegli anni sofferti e insieme gioiosi! E molto altro ancora… Se conoscete qualcuno capace di tanto, presentatemelo e il libro sarà fatto!

Sei spesso impegnata nel Sociale… cosa ti ha spinto e cosa trai da queste realtà?
Terminata la Direzione alla Scuola di ballo, ho sentito il bisogno di “vivere la vita” negli aspetti molteplici, dai più frivoli ai più profondi. La frivolezza non mi è mai appartenuta, quindi mi sono dedicata a ciò che mi era più congeniale: l’assistenza e la cura dei meno fortunati. Ho iniziato a collaborare con il gruppo Dreamtime partecipando attivamente alle loro lezioni e prove fino a tenere io stessa lezioni per disabili. Ho tenuto anche Conferenze e lezioni per anziani e per carcerati. Mi è sembrato doveroso dopo tanti anni di bellezza e perfezione dedicarmi a coloro che vivono una vita più normale. Da queste attività ho tratto forza d’animo e una maggiore capacità di empatia.

Per concludere, tre parole per descrivere la “poesia della danza”?
Passione, armonia e libertà.

Michele Olivieri
Foto: Franco Covi
www.giornaledelladanza.com

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