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La danza è una musica di luce: intervista a Francisco Sedeño

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Francisco Sedeño dopo gli studi a Parigi, ha lavorato presso varie grande istituzioni, l’Opera di Parigi, Les Ballets de Marseille, il London Festival Ballet, la Compagnia Nazionale di Spagna e American Ballet Theatre. Mesi dopo un grave incidente, nel 1981 fa il suo ingresso nel Corpo di Ballo del Teatro alla Scala di Milano. In breve tempo è chiamato a ballare ruoli solistici e prime parti con la prestigiosa nomina a “Primo ballerino”. Nel 1983 riceve la nomina di Gran Cavaliere di Giordania alla presenza del Presidente Sandro Pertini. Danzerà con Carla Fracci, Marcia Haydèe, Alessandra Ferri, Lyuba Kunakova, Luciana Savignano, Oriella Dorella, Isabel Seabra, Anita Magyari e accanto a Sylvie Guillem e Isabelle Guérin nel ruolo antagonista di Rothbart del “Lago dei Cigni” di Nureyev. Dall’anno 2000 insegna la tecnica classica presso vari istituti: Conservatorio Musicale di Novara, Teatro Nuovo di Torino, Fondazione Teatro alla Scala di Milano, Teatro San Carlo di Napoli. Tiene le prove per Isabel Seabra e Roberto Bolle in occasione dell’ottava edizione del “Festival Word of Dancing” in Giappone. Svolge l’incarico di Assistente alla Coreografia per l’apertura della stagione 2002/2003 del Teatro alla Scala di Milano nell’opera lirica “Ifigenia in Aulide” di Christoph W. Gluck, messa in scena da Micha van Hoeck sotto la direzione di Riccardo Muti. Rinnova lo stesso incarico l’anno successivo per l’opera “Moïse e il Faraone” di Giuseppe Verdi. Organizza serate di Balletto in Italia e all’estero. Dirige l’Ensemble Soloists from La Scala Ballet che rappresenterà l’Italia per l’inaugurazione del Vail Festival International Dance USA. Nel 2004 collabora con il Festival di Torre del Lago Puccini come aiuto regista per il centenario dell’opera lirica “Madama Butterfly”, sotto la direzione musicale di Placido Domingo nell’allestimento del celebre scultore Arnaldo Pomodoro e la regia di Stefano Monti. L’Opera verrà replicata a Tokyo e registrata in dvd. Assai motivato nell’insegnamento della tecnica accademica, si dedica alla preparazione di giovani allievi, accompagnando alcuni di loro fino alla professione. Dal 2009 è legato al dipartimento Teatrodanza della “Scuola Paolo Grassi” di Milano, contribuendo alla formazione artistica e professionale degli allievi. Ha ricevuto il premio alla carriera “Palcoscenico danza” nel 2014.

Gentile Francisco, lei nasce a Parigi, culla della danza francese, cosa l’ha spinta verso l’amore per la danza?
Iniziai a nove anni contro la mia volontà, con l’intento di correggere una scorretta impostazione delle caviglie. Mi sentivo costretto nelle severe leggi della tecnica, e questo non mi piaceva; inoltre ero deriso dai miei compagni a causa dei tipici pregiudizi provinciali, riguardo la danza classica, ancora molto rivolta preliminarmente al femminile. Avevo comunque ereditato da mia madre una particolare sensibilità per la grande musica, che sentivo quasi ogni giorno, e che mi portava a percorsi emotivi e gesti espressivi intuitivi. L’amore per la danza classica non è quindi sbocciato immediatamente, ma è stato frutto di un percorso che ha sicuramente avuto una svolta decisiva a quattordici anni, quando, a svelarmene la bellezza, è stato il mondo magico del mio maestro Yves Brieux Usterix, noto come “Maître des Étoiles”, capace di condurre i suoi alunni attraverso una dimensione, allo stesso tempo esistenziale ed artistica, affascinante e prestigiosa. Fu proprio così che Parigi si rivelò un luogo di condivisione culturale e ricco di stimoli per l’estetica non solo concernente la danza, ma l’architettura, la scultura, la pittura, il teatro, il cinema; tutte espressioni intellettuali e artistiche che animavano il mio “canto interiore”.

Quali scuole ha frequentato a Parigi e quali sono stati i maestri più importanti nel suo percorso formativo?
Quando ho intrapreso danza vivevo a Tours, in provincia, a circa due ore a sud di Parigi. Sono stato fortunato ad incontrare Alain Davesne (ex danzatore dell’Opera) Professore di danza classica presso il Conservatorio della città. Ricordo le serate estive che il mio insegnante organizzava in collaborazione con il Festival “Sons et Lumières” nei castelli sulla Loira, furono l’occasione per me, a soli nove anni, di vivere il palcoscenico e sentirmi parte di una piccola troupe itinerante di artisti. Monsieur Davesne curava intensamente i suoi allievi; proprio per questo sono a lui molto grato di avermi dato l’opportunità di mettermi alla prova con le mie prime esperienze artistiche e per avermi spinto verso un istituto di fama mondiale come il “Conservatoire Nationale Supérieur de Musique et de Danse de Paris” (CNSMDP) allora equiparato all’ultimo anno di scuola dell’Opera di Parigi con un diploma equipollente alla laurea breve universitaria. La mia formazione accademica è stata lì, con Maître Yves Brieux, docente sia presso il “Palais Garnier” sia appunto al CNSMDP; anche gli studi musicali complementari erano molto seri e preparavano ad una buona lettura delle diverse chiavi musicali, alla conoscenza approfondita di uno strumento e allo studio da vicino di tutti gli elementi dell’orchestra e della loro collocazione. Tornando con la mente a quel periodo, non posso che essere infinitamente grato a Pierre Lacotte che mi è stato di grande sostegno alla morte di mia madre, al mio stesso maestro Yves Brieux che per alcuni mesi mi ha ospitato, a Raymond Franchetti e Solange Golovine che mi lasciavano frequentare le lezioni gratuitamente e infine a Christiane Vaussard, Alexandre Kalioujny, Boris Kniaseff e Gilbert Mayer che non posso dimenticare.

La sua famiglia, da giovane, l’ha supportata nella scelta di diventare ballerino?
Mia madre era concertista e mi seguì durante la mia formazione coreutica. Conosceva l’ambiente avendo frequentato in prima persona il Conservatorio come pianista. A quei tempi i miei genitori erano separati. Mio padre non mi avrebbe mai consentito di frequentare il mondo della danza classica, ma viveva a Madrid e per questo non lo incontravo. Purtroppo mia madre morì quando io avevo solo quindici anni, perciò dovetti guadagnarmi in fretta da vivere autonomamente. Non avendo risorse, fu difficile concludere l’ultimo anno di Conservatorio. Abbinai agli studi un lavoro serale e accettai con riconoscenza l’aiuto dei miei insegnanti.

A distanza di anni è sempre convinto di aver fatto la scelta professionale giusta?
Valuto la mia esperienza con la consapevolezza di un percorso in ascesa. Ho avuto l’onore e la fortuna di conoscere personaggi illustri come Zizi Jeanmaire, Salvador Dalì, Serge Gainsbourg, Yves Saint Laurent, Rudolf Nureyev, Gianni Versace, Eugenio Poliakov, Franco Zeffirelli, Arnaldo Pomodoro, ma vorrei soprattutto sottolineare l’importanza nella mia vita, di quelle persone meno conosciute ma di grande levatura umana e senso civico capaci di dare e di sostenere, provvidenziali per il mio percorso. Degli anni 1975/1980, c’è un orario e un luogo da ricordare: la lezione professionale delle undici del mattino presso l’Accademia Franchetti a Parigi, a cui spesso partecipavano ballerini come Rudolf Nureyev, Jean Pierre Bonnefous, Mikhael Barichnikov, Michael Denard, Peter Schaufuss, Cyril Atanassoff, Zizi Jeanmaire, Elisabetta Terabust, Patrice Bart, Paolo Bortoluzzi. Si trattava di un’epoca d’oro in cui l’Accademia fu luogo di raduno per tanti danzatori e allievi. Un altro momento che per me diventava magico, era la lezione serale di due ore a casa del Maestro Yves Brieux; un tempo intriso di straordinarietà, magia ed elevazione. A Parigi c’era l’imbarazzo della scelta per fare esperienza e cosa intelligente, la Scuola dell’Opera diretta allora da Claude Bessy, consapevole di svolgere un ruolo centrale, collaborava con molte scuole di ballo. Un meraviglioso strumento di diffusione questo coro di scuole sostenuto dall’Opera! Sono felice delle mie esperienze, anche dei miei dolori e pensieri; dell’allegria, della leggerezza, di ciò che ho imparato nei tanti viaggi per i teatri nel mondo, degli scambi amichevoli con ballerini di molte popolazioni e delle attenzioni ricevute da persone che stimo. Sul palcoscenico ho vissuto intensamente il senso di un’estetica interiore e ho sempre cercato in essa il canto – anche per questo mi piace definire il danzatore un “musicista di luce” – mettendo l’accento su un aspetto filosofico e spirituale della danza che rappresenta per me oggi una parte importante della mia vita e della mia intima convinzione professionale. Oggi so che lo spirito di ricerca quotidiano che impiego nell’insegnamento, quella ripetizione che nell’arte traccia vie opposte: una estensiva che mira alla definizione, la seconda, intensiva, che rivela l’introspezione e tocca il rito è motivo di riflessioni che mi conducono a risposte fondamentali sull’esistenza.

Quando è salito in palcoscenico per la prima volta e in qualche occasione?
Ricorderò sempre la mia prima apparizione all’età di nove anni sul palcoscenico del “Grand Théâtre de Tours”. Tremavo come una foglia e avevo il compito di aprire il sipario con una piccola danza. Tenevo un grosso bastone con il quale battevo i famosi tre colpi che davano l’inizio allo spettacolo. Ero un disastro di timidezza!

Recentemente è mancata la grande étoile Yvette Chauviré. Un suo ricordo personale?
Penso che chi l’abbia vista ballare in teatro ne sia stato rapito. Ho due ricordi indelebili. Il primo in occasione del suo addio alle scene nel 1972 nell’interpretazione di “Giselle” e, anche se non ero un esperto con quei miei occhi di ragazzo, così come probabilmente anche molti spettatori, Chauviré oltrepassava il bisogno di qualsiasi conoscenza poiché aveva il dono di rendere luce la materia tanto da entrarti nell’anima, da essere una presenza tangibile in una percezione onirica. Al termine della recita il pubblico la ringraziò per un’ora estasiato in uno scroscio di applausi: non ho mai più assistito a una tale ovazione nemmeno al Teatro Bolshoi, famoso per il pubblico che batte i piedi sollevando una nube di polvere! Anni dopo, sotto la direzione di Rosella Hightower presso il Teatro alla Scala di Milano, Yvette Chauviré tornò per l’allestimento della sua “Giselle”. Ricordo il primo giorno di prova nel ruolo di Albrecht. C’era Gheorghe Iancu ed io (ancora in prova) con rispettive partner quando lei entrò. Vi posso dire che gli angeli in terra non sono teneri ma hanno un’eleganza e una rettitudine incomparabili. Anche se mi sentivo ancora grezzo e inadeguato, non mi sfuggì la preziosità della sua guida, il suo esempio, che mi rifacevano pensare intensamente alla finezza e consapevolezza artistica che solo Maître Brieux mi aveva trasmesso. Ebbi quell’anno l’occasione di ballare il ruolo di Albrecht con il Corpo di ballo in tournée a Catania. Le parole che seguono firmate da Yvette Chauviré sono il riflesso di ciò che, a mio modestissimo parere, evoca la sua grandezza… “La danse est une forme de foi, une espérance. C’est une aspiration, le besoin d’atteindre un univers, une atmosphère, un état qui vous fait progresser, la recherche d’une vérité. […] Il faut y aller. Aller vers un ailleurs. Par la lumière intérieure, rejoindre la lumière universelle. Il faut flotter. On ne peut commander cela. Plus exactement c’est une force invisible qui vous porte hors du lieu d’appui. C’est par une intense concentration, un don total de soi, une immense foi, que l’on flotte dans un univers invisible à l’œil nu, amis flamboyant dans l’exaltation artistique. Yvette Chauviré (La danza è una forma di fede, un’esperienza. È una forza che vi spinge, il bisogno di raggiungere un universo, un’atmosfera, uno stato che vi fa progredire, la ricerca di una verità. […] Bisogna andarci. Andare verso un altrove. Dalla luce interna, raggiungere la luce universale. È necessaria una fluttuazione. Non si può comandare questo stato. Più esattamente è una forza invisibile che vi allontana dal vostro luogo d’appoggio. È per mezzo di un’intensa concentrazione, un dono totale di sé, un’immensa fede che ci eleviamo in un universo invisibile all’occhio nudo. Amici, condividiamo l’ardore nell’esaltazione artistica).

Qual è stata l’occasione per il suo ingresso nel Corpo di Ballo della Scala?
Durante la tournée del complesso scaligero a New York nell’agosto del 1981, mi presentai al “Lincoln Center Theatre” e fui scritturato a seguito di una lezione con il Corpo di Ballo. Lasciai così gli Stati Uniti poiché sprovvisto di un impiego a causa di un incidente subìto alcuni mesi prima.

In poco tempo, nel teatro milanese, ha ricevuto nomine prestigiose, prima Solista e poi Primo Ballerino. Si ricorda il giorno e come avvenne la sua promozione a Primo ballerino?
Dopo aver ballato il ruolo di Sigfrid nel “Lago dei Cigni” di Rosella Hightower e Franco Zeffirelli, ricevetti per conoscenza la richiesta di nomina a Primo Ballerino dal Sovrintendente Carlo Maria Badini da parte del Direttore del Corpo di Ballo Patricia Neary che, pochi giorni dopo al termine della quotidiana lezione mattutina antecedente le prove, annunciarono al cospetto di tutti i coreuti del Corpo di Ballo la mia nomina.

Che anni sono stati quelli trascorsi nell’organico della Scala?
Qualche tempo dopo il mio ingresso nel Corpo di Ballo nel 1981 ebbi la possibilità di ballare il passo a tre del primo atto nel “Lago dei Cigni” di Nicholas Beriosoff. Fui scelto successivamente per il passo a due del contadini in “Giselle” ed ottenni il primo incarico da Primo Ballerino nella coreografia dei “Promessi Sposi” di Mario Pistoni accanto a Oriella Dorella nel ruolo di Renzo. Roland Petit mi affidò il passo a due della “Prisonnière” nelle “Intermittences du Cœur” tratto da Marcel Proust. Nel susseguirsi di incarichi di maggior responsabilità, feci qualche mese di aspettativa per non perdermi l’occasione di ballare una creazione di Wayne Eagling con Carla Fracci su un’idea di Beppe Menegatti che prendeva spunto da “la Vita di Fanni Ester” e avrebbe previsto in scena Paola Borboni. Era la seconda volta che avevo l’onore di ballare con Carla Fracci; la prima fu alla Scala per la sostituzione di un ospite nel balletto di John Cranko “Lady and the full”. Dopo aver danzato per oltre quindici anni, molti dei ruoli principali della programmazione, l’ultima volta interpretai “Onegin” nell’omonimo balletto di John Cranko, prima con Isabel Seabra e un anno dopo assieme ad Alessandra Ferri. Dopo quel momento rimasi alla Scala sul palco svolgendo ruoli di carattere, e dietro le quinte a periodi alterni in qualità di maestro per le lezioni, répétiteur e assistente coreografo.

Ma questo mondo della danza sognato da tutti… visto dall’altra parte del palcoscenico in realtà com’è? Tutto rose e fiori?
Spesso è molto il tempo speso tra accuse e dispiaceri, ma sono i medesimi con cui ognuno di noi deve convivere all’ordine del giorno è un susseguirsi di voci di corridoio, in cui si rivela nient’altro che un accumulo di sospetti distorti, specchio delle delusioni che affiorano per invidia. Capita anche di dover sopportare molto da chi di fronte al danzatore dovrebbe essere il primo ad ispirare una sensibilità artistica mentre non propone molto più che un vuoto. Non parlo della severità e dell’intransigenza artistica, ma di persone discutibili quanto alla loro preparazione culturale e al rispetto nel lavoro, anche se ovviamente non posso tralasciare i danzatori demotivati. Comunque tutto questo non dovrebbe mai coincidere con l’impegno artistico e spirituale necessario alla preparazione della messa in scena. Meglio praticare la fatica, la perseveranza e dunque una profonda dedizione: condizioni essenziali per trasformarsi ed evolvere come esseri umani e danzatori – alla lunga si rinasce e il resto svanisce nel nulla. Trovo magnifico il coinvolgimento di quelli che non hanno paura di faticare onestamente, la loro comunicazione, la loro unione e creatività semina arte. Sono coloro profondamente impegnati i veri giardinieri della maturità, quando mi si chiede di “fiori e rose” e di ciò che accade dietro al sipario.

L’elenco delle sue collaborazioni in qualità di docente è lungo, non possiamo dimenticare la Scala di Milano e attualmente la Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi. Cosa le piace del ruolo di maestro e come reputa l’esperienza alla Scuola Paolo Grassi, una grande istituzione milanese?
Nel 2009 fu Marinella Guatterini a coinvolgermi con la Scuola Paolo Grassi di Milano ed io colsi immediatamente l’invito. Mi accorsi subito degli aspetti carenti in quanto perfezionista della danza accademica, ma non fu un aspetto essenziale, per questo rimisi in gioco tutte le mie opinioni e cominciai ad osservare i percorsi evolutivi dell’insegnamento nelle varie discipline del Teatrodanza per integrarmi. A tutt’oggi nelle accademie di formazione classica, pur arricchite da varie discipline moderne e contemporanee, l’obiettivo nella formazione resta solo e unicamente la perfezione e qualunque sarà il linguaggio adottato, non potremmo far a meno di notare un certo rigore tecnico a scapito del dialogo intercorso alla fonte nell’esecuzione. Ho il privilegio di far parte di un Corpo Docenti molto competente e di potermi confrontare imparando tanto. Lavorare con gli adulti è un’esperienza straordinaria. La Scuola Paolo Grassi mi ha permesso di analizzare con profonda coscienza il valore della percezione, dell’accoglienza, il significato del gesto e il suo rilascio nel movimento. C’è in tutto questo un ostacolo dettato dall’esigenza di produrre in fretta dei risultati. La mia ricerca va in quel senso ovvero che nel rispetto della tecnica classica, linea guida del linguaggio che insegno, si possa arricchire di concetti trascurati l’allievo malgrado un ambito rigoroso e arduo. L’attività del Teatrodanza presso la Scuola Paolo Grassi può vantare molti riconoscimenti e una programmazione tra le migliori d’Europa. A volte resto sbalordito dalla capacità creativa degli allievi e dalla sensibilità espressiva che sono in grado di far emergere in scena.

Quali sono i maggiori insegnamenti che si sente di dare, principalmente, in sala danza agli allievi per una corretta postura e un buon studio della danza classica accademica? Diciamo i principi fondamentali da cui non si può prescindere?
Ci vorrebbe molto spazio per argomentare i principi fondamentali da cui non si può prescindere. La tecnica classica potrebbe essere paragonata all’orologeria svizzera in termini di precisione, là dove ogni minimo meccanismo è fondamentale. Tuttavia il senso di elevazione, della tenuta e anche dell’educazione hanno un ruolo importante sulla postura, nei principi generali che impongono delle correzioni abitudinarie. Mi limiterò per forza di cose, anche se mi sembra poco, a citare un errore sull’impostazione del “en-dehors” delle gambe, perché capita ancora troppo spesso di credere che si debbano ruotare le caviglie d’appoggio al suolo e peggio ancora le ginocchia, quando invece vanno allineate partendo della massima rotazione in apertura (circa 70 gradi) dall’unione del femore nell’acetabolo. Sono principalmente i muscoli rotatori che vanno educati e allenati alla tenuta del “en-dehors” senza rovesciare il bacino in dietro. Durante gli anni della crescita, l’allievo potrà giungere con metodo e corretta applicazione all’apertura ideale. Negli adulti dipenderà molto dalla predisposizione.

Ha avuto il privilegio di curare anche la preparazione della star per eccellenza della danza odierna “Roberto Bolle”?
Sono stato fortunato, durante l’estate del 2001, a poter seguire presso le sale-prova del Teatro alla Scala, la preparazione di Roberto Bolle e Isabel Seabra, invitati all’ottavo “Festival Word of Dancing” in Giappone. Erano i primi periodi che mi calavo nel ruolo di maestro per la cura dei passi a due dei balletti “Raymonda – Grand Pas Classique” e “Il Lago dei Cigni – Cigno Nero”. Roberto cominciava una promettente e luminosa carriera; Isabel possedeva ottima tecnica ed esperienza. Fu per me una bella prova quella di poter accompagnare i due ballerini nel perfezionamento tecnico/estetico. Il risultato fu ottimo!

Durante la sua carriera ha danzato con grandi étoiles e ballerine. Tra tutte le sue partner, con chi ha trovato la magia perfetta artistica in scena?
Che sia la femminilità a concedersi durante una danza oppure il mito del Cigno che il danzatore rincorre tutta la vita, la mia preferenza artistica va a Carla Fracci, artista sublime: verità che trascende da ogni circostanza…

Tra i balletti del grande repertorio classico a quale si sente più legato e affezionato?
Penso che “Giselle” sia il balletto che ho più amato. Lo trovo semplicemente coerente e armonico sotto ogni aspetto artistico, musicale e scenico. La coreografia, le pantomime sono perfettamente adattate al libretto. È un balletto immortale, senza tempo. L’atto bianco delle Willis è metafisico, ci porta altrove in una poetica spettrale e romantica. La ballerina francese Yvette Chauviré diceva “prima di entrare in scena, dietro le quinte, prendo l’aria tra le braccia e la porto con me sulla scena” Sarei stato curioso, per motivi teatrali, di assistere anche alla versione russa con la ballerina Olga Spessivtseva. Dalle mie esperienze, ci sono poi dei momenti nei balletti molti intensi. L’ultimo passo a due di “Onegin”. Sanguigno nei “Quattro Temperamenti” di Balanchine, semplicemente “eccitante” da ballare. La dimensione e difficoltà dello “Schiaccianoci” di Nureyev nel passo a due del terzo atto. L’“Uccello di Fuoco” di Maurice Béjart e ancora “La Prisoniere” nel balletto “Les Intermittences du cœur” di Petit e quanti ruoli appaganti. Non stare in scena è una grande perdita e mi manca molto quella libertà.

Un suo personale consiglio ai tanti giovani che nutrono il “sogno” di fare danza?
Credo che non si debba enfatizzare il “sogno” di fare danza anzi, al contrario, recepire con consapevolezza ciò che davvero stimola, sensibilizza e motiva alla danza. Un consiglio che mi ripeto e che spero possiate condividere con questa metafora: “Mentre altri scalano le montagne dove si trovano perché sono là dove sono, bisogna sollevarsi in questa verticalizzazione stupefacente anche se è necessario ricominciare mille volte prima di comprendere perché”. Non si deve perciò avere timore di consumare le proprie energie per esaltare la percezione e la ricerca nell’Arte. Maturare la tecnica accademica e l’estetica tersicorea richiede parecchia costanza e sacrificio, ma aiuterà ognuno nel domandarsi qual è l’intenzione, lo scopo, la finalità di un semplice esercizio di danza, di un gesto, e ripeterlo ogni giorno “illuminato” da una nuova consapevolezza.

 

Michele Olivieri
Foto: Teatro alla Scala by Marco Brescia
www.giornaledelladanza.com

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