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La casa di Bernarda Alba (balletto): storia, personaggi, curiosità e trama

La casa di Bernarda Alba, nella sua trasposizione coreutica, rappresenta uno degli esempi più significativi di dialogo tra letteratura del Novecento e linguaggio del balletto contemporaneo. L’opera trae origine dal celebre dramma teatrale di Federico García Lorca, scritto nel 1936 poco prima della sua morte e rimasto a lungo simbolo della repressione sociale e psicologica nella Spagna rurale. Il passaggio dalla parola alla danza, avvenuto attraverso diverse versioni coreografiche nel corso degli ultimi decenni, testimonia la straordinaria forza evocativa del testo lorchiano, capace di essere reinterpretato senza perdere la propria intensità tragica.

Il balletto La casa di Bernarda Alba non ha una versione unica e canonica, ma è stato riletto da diversi coreografi, tra cui spicca quella di Mats Ek, figura centrale della danza europea contemporanea. La sua interpretazione, creata negli anni Novanta, si distingue per un uso fortemente espressivo del movimento, in cui il gesto quotidiano viene deformato e caricato di tensione emotiva. In questa prospettiva, la danza diventa un mezzo per rendere visibile ciò che nel testo teatrale è spesso implicito: il conflitto interiore, la repressione del desiderio, la violenza simbolica esercitata all’interno dello spazio domestico.

La vicenda si svolge interamente all’interno della casa di Bernarda, una vedova autoritaria che, dopo la morte del marito, impone alle sue cinque figlie un lutto rigidissimo della durata di otto anni. I personaggi principali — Angustias, Magdalena, Amelia, Martirio e Adela — incarnano diverse reazioni alla clausura e alla disciplina materna. In particolare, Adela emerge come figura centrale per la sua tensione verso la libertà e il desiderio, mentre Martirio rappresenta la frustrazione e il risentimento, elementi che nel linguaggio coreografico si traducono in dinamiche corporee contrastanti: apertura e slancio da un lato, chiusura e rigidità dall’altro.

Bernarda stessa è una figura di straordinaria complessità. Nel balletto, la sua autorità viene spesso espressa attraverso una presenza scenica imponente e movimenti netti, quasi scultorei, che riflettono il suo controllo assoluto sull’ambiente domestico. Il bastone che porta in scena — elemento già centrale nel testo teatrale — diventa un vero e proprio simbolo coreografico del potere, scandendo ritmi e gerarchie all’interno dell’ensemble.

La trama si sviluppa attorno alla figura assente ma determinante di Pepe el Romano, promesso sposo di Angustias ma segretamente amante di Adela. La sua invisibilità scenica, mantenuta anche nelle versioni coreografiche, accentua il carattere claustrofobico dell’opera: il desiderio si concentra in uno spazio chiuso, senza possibilità di realizzazione. La tensione cresce progressivamente fino al tragico epilogo, in cui Adela, credendo che Pepe sia stato ucciso, si suicida. La conclusione, di estrema durezza, riafferma il dominio di Bernarda, che impone il silenzio e la negazione della verità, trasformando la tragedia in una forma di repressione definitiva.

Dal punto di vista storico, la trasposizione in balletto di La casa di Bernarda Alba si inserisce in una più ampia tendenza del secondo Novecento, che vede il repertorio coreutico aprirsi a fonti letterarie moderne e a tematiche psicologiche complesse.

Una curiosità significativa riguarda proprio la difficoltà di adattare un testo così fortemente verbale a un linguaggio non verbale come quello della danza. Nelle versioni coreografiche, il silenzio — già fondamentale in Lorca — assume un ruolo ancora più centrale, diventando spazio di tensione e sospensione. La musica, spesso composta o selezionata per enfatizzare il carattere drammatico della vicenda, non accompagna semplicemente l’azione, ma ne diventa parte integrante, contribuendo a costruire l’atmosfera opprimente della casa.

Un altro elemento interessante è l’uso dello spazio scenico, generalmente concepito come chiuso, geometrico e quasi soffocante. Le pareti, reali o suggerite, delimitano il movimento dei corpi e rendono visibile la prigionia delle protagoniste. In questo contesto, ogni gesto di apertura — un salto, una corsa, un’estensione — acquista un valore simbolico di ribellione.

La casa di Bernarda Alba nella sua versione ballettistica si configura come un’opera di straordinaria densità espressiva, capace di tradurre in movimento i temi universali del testo originale: il conflitto tra autorità e libertà, la repressione del desiderio, la condizione femminile in una società patriarcale. Attraverso il linguaggio del corpo, il balletto non solo conserva la forza tragica dell’opera di Lorca, ma la rinnova, offrendo allo spettatore un’esperienza sensoriale e emotiva che supera i confini della parola e si inscrive pienamente nella sensibilità contemporanea.

La celebre versione coreografica firmata da Mats Ek rappresenta una delle più intense e radicali riletture in danza del dramma di Federico García Lorca, capace di tradurre in movimento la tensione psicologica e sociale dell’opera originale senza ricorrere alla parola. Creata nel 1978 per il Cullberg Ballet e successivamente ripresa e rielaborata negli anni, questa versione si inserisce pienamente nella poetica di Ek, coreografo noto per aver trasformato il balletto classico in un linguaggio espressivo contemporaneo, profondamente umano e spesso inquieto.

Fin dalle prime battute, l’impianto scenico e coreografico rivela una concezione dello spazio come luogo di costrizione. La casa non è semplicemente un ambiente domestico, ma una struttura mentale e simbolica che imprigiona i corpi. Le pareti, spesso suggerite più che realisticamente rappresentate, si traducono in linee coreografiche rigide, percorsi limitati, movimenti trattenuti. In questo contesto, il gesto quotidiano — camminare, sedersi, osservare — viene deformato, spezzato, reso innaturale, diventando espressione di una tensione costante.

I personaggi, pur mantenendo i nomi e le funzioni del testo lorchiano, acquistano nella versione di Ek una dimensione fortemente fisica. Bernarda, figura centrale e dominante, è costruita attraverso una gestualità severa, quasi meccanica, fatta di movimenti angolari e controllati. Il suo corpo diventa strumento di potere: ogni passo, ogni gesto impone ordine e silenzio. Il bastone che la caratterizza non è solo un oggetto simbolico, ma un’estensione del suo dominio, utilizzato ritmicamente per scandire lo spazio e disciplinare le figlie.

Le cinque figlie incarnano differenti modalità di reazione alla repressione. Angustias appare già irrigidita in una condizione di accettazione passiva; Magdalena e Amelia oscillano tra rassegnazione e inquietudine; Martirio è segnata da una tensione interna che si manifesta in movimenti contratti e spezzati. Adela, invece, emerge come corpo “altro”: la sua danza è più ampia, più fluida, attraversata da impulsi di espansione che contrastano con la staticità dell’ambiente. In Ek, il conflitto non è solo narrativo, ma inscritto nella qualità stessa del movimento.

Uno degli elementi più significativi della coreografia è la gestione dell’assenza di Pepe el Romano. Come nel testo di Lorca, il personaggio non appare mai in scena, ma nella versione di Ek questa assenza si traduce in una tensione corporea costante: i gesti delle donne, gli sguardi, le direzioni del movimento suggeriscono una presenza invisibile ma pervasiva. Il desiderio, impossibile da realizzare, si accumula nei corpi fino a diventare energia compressa.

La musica, spesso composta da collage di brani o partiture contemporanee, contribuisce a creare un’atmosfera frammentata e inquieta, lontana dalla linearità narrativa del balletto classico. Ek utilizza il suono come elemento drammaturgico, alternando momenti di silenzio a esplosioni sonore che amplificano la tensione scenica. Il silenzio, in particolare, diventa uno spazio carico di significato, in cui il minimo movimento acquista un peso emotivo enorme.

Il culmine drammatico è costruito con estrema essenzialità. La relazione tra Adela e Pepe, mai mostrata direttamente, si manifesta attraverso la trasformazione del corpo di Adela, sempre più proiettato verso l’esterno, verso una libertà impossibile. Quando giunge la notizia della presunta morte di Pepe, la sua reazione non è melodrammatica ma improvvisa, quasi inevitabile: il gesto finale si inscrive in una logica di progressiva compressione che trova nell’autodistruzione l’unica via di fuga. La scena conclusiva, dominata dal ritorno all’ordine imposto da Bernarda, è tra le più emblematiche della poetica di Ek: il movimento si spegne, il silenzio si impone, e la tragedia viene assorbita in una forma di negazione collettiva.

Dal punto di vista storico, questa versione ha avuto un ruolo importante nel consolidare il teatro-danza come linguaggio capace di affrontare testi complessi della letteratura moderna. Ha contribuito a spostare l’attenzione dalla pura tecnica alla verità espressiva del gesto, trasformando i danzatori in interpreti a tutto tondo, capaci di incarnare conflitti interiori e dinamiche sociali.

Una curiosità rilevante riguarda proprio la ricezione dell’opera: inizialmente, alcune interpretazioni hanno suscitato reazioni contrastanti per la loro radicalità e per l’allontanamento dai codici del balletto accademico. Tuttavia, con il tempo, La casa di Bernarda Alba di Mats Ek è stata riconosciuta come una delle trasposizioni più riuscite del dramma di Lorca, nonché come un esempio emblematico della capacità della danza contemporanea di confrontarsi con la grande tradizione letteraria.

In definitiva, questa versione non si limita a raccontare la storia, ma la reinventa attraverso il corpo, trasformando lo spazio scenico in un campo di forze emotive e sociali. La casa di Bernarda non è più soltanto un luogo, ma una condizione esistenziale che prende forma nei movimenti dei danzatori, rendendo visibile l’invisibile e dando corpo al silenzio tragico immaginato da Lorca.

Michele Olivieri

www.giornaledelladanza.com

©️ Riproduzione riservata

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