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Laura Comi: “I ragazzi che danzano “Don Chisciotte”? Faranno delle carriere brillanti proprio perché sono bravi e hanno un’anima, ci ripagano di tutti gli sforzi!”

Laura Comi

La direttrice della Scuola del Teatro dell’Opera di Roma, già étoile nello stesso ente lirico, racconta il dietro le quinte della preparazione di questo balletto, in scena al Teatro Nazionale fino al 13 aprile

I “suoi ragazzi” debuttano con una pietra miliare della danza classica, “Don Chisciotte”. Perché ha scelto questa pièce? 

L’ho scelto perché il Teatro ci ha dato questo spazio, la sala del Nazionale, e le nostre repliche sono quattro per il pubblico ed altrettante per le scuole. Nella scelta di un titolo è importante tenere conto a chi è destinato: questo è uno dei balletti di repertorio più importanti, è narrativo, pieno di luci e colori. Abbraccia, con le sue caratteristiche, il gusto di tutte le fasce d’età. Oltre ad essere uno spettacolo in cui i ragazzi si mettono alla prova, proprio perché è difficile, noi non abbiamo fatto sconti…è una formazione importantissima. Oltre a questo aspetto, il balletto trova anche il consenso del pubblico perché è un balletto allegro, colorato e di facile comprensione.

I suoi ragazzi hanno età differenti e lei ha dovuto scegliere a chi affidare ruoli importanti. Il Don Chisciotte è energico, bisogna avere un carattere adatto al ruolo che si interpreta. Come ha preparato gli allievi, pensando che Lei stessa ha ballato questa pièce, è stata dietro la sbarra di questo teatro, prima come studentessa e poi come danzatrice, fino ad essere nominata étoile?

È stato un duro lavoro di tre mesi esatti, tutti i giorni, dal lunedì al sabato compreso, fino alle otto di sera. Prima di immergersi nel Don Chisciotte, però, i ragazzi dovevano eseguire la loro lezione ordinaria, il programma didattico, perché il ciclo formativo dura otto anni. Dopo le lezioni abbiamo programmato le prove che, appunto, sono durate tre mesi. A volte i protagonisti, i ragazzi più grandi che avevano terminato la scuola, venivano anche la mattina. È un balletto dove non c’è soltanto l’esibizione tecnica ma anche lo studio del personaggio: deve uscire il carattere di ognuno…e questo è uno dei lavori più difficili e complessi.

In questa occasione, i ragazzi sono stati considerati una compagnia a tutti gli effetti, trattati da adulti.

Assolutamente sì. Inoltre, avendo otto repliche, ho dovuto prevedere dei cast sia, ovviamente, a copertura e garanzia degli spettacoli, e per dare opportunità a tutti i ragazzi, ovviamente nei limiti delle possibilità di ognuno, di approcciarsi allo studio di un ruolo importante.

Questa compagnia di quanti elementi consta?

Cinquanta. Sono tanti perché i ruoli sono tanti. Ci sono i toreri, i popolani, Kitri e Basilio, Sancho Panza, Don Chisciotte, la piazza di Barcellona, composta da tante figure, solo per citarne alcuni. Sono moltissimi!!

Quando ha comunicato agli allievi che avrebbero danzato “Don Chisciotte”, come hanno reagito?

Benissimo! Hanno tutti tantissima voglia ed energia di danzare…e questo ripaga il corpo docente di tanta fatica. Preparare i ragazzi è molto impegnativo: vanno ancora a scuola il mattino e, talvolta, è difficile conciliare tutti gli impegni. Per loro è molto pesante. I ragazzi, però, amano questa disciplina artistica e l’idea di danzare un balletto così importante li ha riempiti di gioia. Lo fanno con molto entusiasmo anche se sono consci di tutte le difficoltà di questo lavoro. Da parte nostra, però, c’è sempre lo stimolo a far bene: vedo, a distanza di due-tre mesi, come questi ragazzi sono maturati, sono più disinvolti. In una scuola si studia la tecnica. Quando, però, si insegna qualcosa dove ci si deve esprimere (la tecnica è, quindi, il mezzo e non il fine), le difficoltà aumentano. Se, però, comprendono di impegnarsi e riescono a lavorare bene su questo aspetto già da giovani, un domani quando saranno professionisti riusciranno sempre meglio.

Prima di essere Direttrice, Lei è stata ballerina. Che consigli si è sentita di dare ai ragazzi?

Non ci sono dei momenti precisi in cui si fanno delle domande: il lavoro quotidiano dà tutte le risposte. Si lavora insieme, si correggono i particolari, il carattere, lo stile. Tutta la tecnica qui è messa a servizio di quello che devono rappresentare e trasmettere. Al pubblico deve arrivare bene quale personaggio interpretano, il suo carattere. Noi abbiamo lavorato su questo ed, ovviamente, anche sull’aspetto tecnico, affinché le rappresentazioni siano pulite e ben fatte. È un balletto su cui non si può transigere, la base è pur sempre il balletto classico, è rigoroso: ogni giorno insistiamo alla ricerca della perfezione che non è umana ma…cerchiamo di avvicinarci il più possibile.

Lei dirige questa scuola già da alcuni anni. Cosa vede nei ragazzi che studiano questa disciplina?

La scuola di danza è uno stile di vita: i ragazzi vengono formati anche a livello caratteriale, ad essere rigorosi, disciplinati, severi. Non possono concedersi troppe scuse perché poi vedono pro e contro di ogni comportamento direttamente sul lavoro che eseguono: se si applicano duramente, il risultato è positivo. Noi cerchiamo di far capire loro proprio questo, il corpo docente non si risparmia mai, vogliamo trasmettere il messaggio che, lavorando sodo, i risultati si ottengono. Per diventare un danzatore classico non ci sono altri modi: bisogna lavorare tutti i giorni, dare sempre il massimo: tutto si costruisce quotidianamente. Rispetto, educazione, disciplina: insegniamo ai ragazzi anche questo.

Andranno lontano?

Io penso proprio di sì. Al di là delle potenzialità fisiche, è fondamentale la passione, la determinazione, la costanza. Credo che tanti di loro faranno delle carriere brillanti proprio perché sono ragazzi che hanno un’anima e ci ripagano di tutti gli sforzi. Io sono stata al posto loro e so come ci si sente! Infatti dico sempre loro che, ad un certo punto, non bisogna più pensare alla tecnica, ma immergersi nel personaggio e far capire al pubblico il ruolo che interpretano. Dopo tante prove, la tecnica diventa quasi un automatismo, proprio perché la perfezioniamo ogni giorno.

Lei si è formata alla Scuola del Teatro dell’Opera di Roma, che ora dirige. Come si è sentita quando ha varcato la porta con un nuovo ruolo?

Una grandissima emozione! Mi è tornato in mente quando mi chiamavano in direzione per pesarmi: all’epoca, infatti, quando studiavo, in direzione c’era una bilancia. Ora non è più così, però mi son tornati in mente ricordi e momenti bellissimi. Sono molto felice di poter trasmettere ai giovani alcune mie esperienze e soprattutto il modo di affrontare questo lavoro che, tengo a ribadire, è assai rigoroso e serio. Quando i ragazzi hanno dei momenti difficili, come è normale, cerco di trasmettere loro che, comunque, il duro lavoro li ripagherà sempre e comunque.

Valentina Clemente

www.giornaledelladanza.com

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